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Alla deriva verso le Città (1913)
Data di pubblicazione: 08.03.2008

Autore:

Un allarme moralistico, di segno opposto ma analogo a quello che nel periodo tra le due guerre emergerà con l’ascesa del suburbio. The Atlantic Monthly, settembre 1913

Titolo originale:The Drift to the Cities– Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini


É giusto prendere in considerazione sia i pro che i contro. Il tredicesimo censimento ci racconta di un decennio di crescita degli Stati Uniti. Nel 1900 la popolazione era inferiore ai 75 milioni; nel 1910 è di quasi 92 milioni, con un incremento di circa sedici. Nell’elenco dei 225 centri urbani con oltre 25.000 abitanti, tutti tranne tre mostrano incrementi di popolazione, e fra i 1.172 centri minori con più di 2.500 abitanti, le cose sono più o meno identiche. Dei quarantotto stati soltanto lo Iowa non mostra un incremento.
Ma qualche comunità non è cresciuta. In Massachusetts, con 25 grandi città e 172 centri minori, e con un incremento complessivo del 20%, c’è la Barnstable County con un decline costante che dura da mezzo secolo, con una popolazione che nel 1860 era di 36.000 persone, e ora è di 27.000. Nel Maine, c’è stato un buon incremento, specie in alcune delle città; ma la Waldo County sul Penobscot un tempo aveva una popolazione di 47.000 persone, che ora è ridotta a meno della metà; e la Lincoln County, che nel 1860 aveva quasi 28.000 abitanti, ora ne ha poco più di 18.000.
Gli scostamenti che destano più sorpresa, comunque, sono nei grandi stati della valle del Mississippi la cui prosperità è quasi proverbiale. In Missouri, dove esistono centri in crescita come St. Louis o Kansas City, che insieme mostrano un incremento di 196.000 unità, troviamo anche 71 contee 100 delle quali vedono una popolazione in declino, con una perdita aggregata di 132.000 persone; e a un incremento nei territori urbani di 255.000 abitanti corrisponde un decremento delle aree rurali di 68.000. Lo Iowa ha 71 circoscrizioni di contea su 99 che hanno perso complessivamente 18.000 persone; e pure la gran parte delle 77 città è cresciuta, e l’incremento nei territori urbani è di 113.000 unità mentre la perdita delle aree rurali è di 120.000. L’Indiana ha 57 contee su 92 che sono in perdita; i territori urbani hanno aggiunto 267.000 abitanti, ma c’è stata una caduta di 83.000 nelle aree rurali. L’Illinois ha 50 delle sue 97 contee in perdita; nei territori urbani l’incremento significa caduta di 83.000 persone nelle zone rurali. Complessivamente in Illinois i territori urbani hanno raggiunto l’enorme cifra di 810.000 persone, mentre in quelli rurali l’aumento è di soli 6.455 abitanti. In Wisconsin, che confina con Illinois e Iowa, non va molto meglio, ma 21 contee di questo stato sono in perdita, contro le 50 che hanno guadagnato; la popolazione nei territori urbani è cresciuta di 193.000 unità, quella delle zone rurali di 71.594.

Per non proseguire ulteriormente questa esposizione stato per stato, basti dire che nelle 2.941 contee del paese, ne troviamo 798 in cui la popolazione al 1910 era inferiore rispetto a dieci anni prima. Se paragoniamo questi dati a quelli del decennio precedente, vediamo che fra il 1890 e il 1900 ci sono state 378 contee in cui c’è stata un diminuzione; e risalendo al decimo censimento troviamo che fra il 1870 e il 1880 il numero era di poco superiore al centinaio. Ciò è interessante, collegato al fatto che l’incremento di popolazione nei territori urbani di tutto il paese nell’ultimo decennio è stato di oltre undici milioni, e in quelli rurali di meno di cinque. Tutto indica un diffuso movimento dalla campagna, alla città, e alla metropoli.
Ci si doveva aspettare che ciò si sarebbe evidenziato in un calo della produzione agricola. Eccone alcuni esempi. Il raccolto di granturco del 1910 è stato inferiore di 114.000.000 di staia a quello di dieci anni prima. Quello di grano è aumentato per via delle stagioni migliori, ma le superfici su cui è stato coltivato sono diminuite di 3.200.000 ettari. La raccolta di mele è stata più piccola di 27.876.000 staia, e i frutti minori hanno avuto un calo di 36.653.000 unità di misura quart.
Il modo corretto di calcolare i prodotti agricoli, però, è in relazione al numero degli abitanti. Dato che la nostra popolazione ha avuto un incremento di circa sedici milioni, le quantità devono essere molto superiori per garantire a ciascuno una quantità identica. Il modo adeguato di valutare, dunque, è l’ammontare prodotto ogni mille abitanti. Procedendo in questo modo, troviamo che nel 1910 per ogni mille abitanti è stato fatto crescere grano su circa 100 ettari in meno che nel 1900, con un prodotto di 1.236 staia in meno, ma una valutazione maggiore di 2.283 dollari; 30,6% di terra in meno, 14,3% di produzione in meno, ma 46,9% di valore in più. Il granturco è stato coltivato su 80 ettari in meno per ogni mille abitanti, con un prodotto di 7.337 staia in meno, e un valore superiore di 4.743 dollari; 14,7% di terra in meno, 20,9% di produzione in meno, 43,5 di valore in più. Prendendo complessivamente tutti i cereali, su ogni mille abitanti, la superficie nel 1910 era di 130 ettari in meno, il prodotto di 9.310 staia in meno, mentre il valore era superiore di 9.460 dollari che nel 1900; 14% di terra in meno, 16% di valore in più. Per i prodotti da frutteto, mele, pere, pesche, arance e simili, la quantità di alberi in età da frutto, per ogni mille abitanti, confrontando il 1910 al 1900, era di 1.586 unità in meno, il prodotto di 446 staia in meno, il valore di 430 dollari in più; 32,6% di alberi in meno, 16,1% di frutti in meno, 39% di valore in più. Per tutti i prodotti complessivamente, su ogni mille abitanti, la superficie del 1910 era inferiore a quella del 1900 di 130 ettari, mentre il valore del prodotto era stimato di 20.202 dollari superiore; 9,18% di terra coltivata in meno e un prodotto che costa il 51,2% in più.

Con un calo del genere nei raccolti, specie per quelli necessari all’alimentazione degli animali, inevitabile una caduta nel numero dei capi presenti nelle fattorie. Le cifre del censimento ci dicono che in questo decennio il numero netto dei bovini è sceso di 5.916.000; i suini di 4.682.000; gli ovini di 9.056.000. Le proporzioni rispetto alla popolazione sono queste: per ogni mille abitanti la quantità di bovini negli allevamenti è scesa di 219, mentre il valore è aumentato di 2,38 dollari a capo; i suini sono scesi di 195 unità, con aumento di valore di 3,17 dollari ciascuno; le pecore sono diminuite di 238, con incremento di valore 1,67 dollari a capo.
Si rileva dalle note che la rilevazione del censimento 1900 è stata conclusa il 1 giugno, e quella del 1910 il 15 aprile, nel mezzo della stagione delle nascite, quando naturalmente il numero dei capi è inferiore che a fine stagione. Ma non si rileva un calo del genere nelle quantità di cavalla, muli o capre, anzi un grosso incremento. Ancora, si dice che la causa del calo sia nella fine del modello dell’allevamento su grandi spazi nelle pianure dell’ovest. Ma questo non spiega come mai una decina degli stati tradizionali del nord mostrino ciascuno una diminuzione nel numero dei capi bovini nei propri allevamenti, complessivamente per due milioni di unità, con un decremento parallelo nelle quantità di pecore e maiali. La spiegazione più semplice è un declino delle popolazione rurale in così tante circoscrizioni, e la diminuzione dei prodotti delle terra necessari ad alimentare questi animali.
Quindi gli aumenti dei prezzi delle carni di manzo, maiale, agnello, si possono far risalire direttamente al calo della popolazione rurale. Lo stesso vale, naturalmente, per l’aumento dei prezzi di cereali, frutta, e di tutti gli altri prodotti agricoli. Ciò interessa altre popolazioni oltre a quelle all’interno dei confine degli Stati Uniti. Sinora sono state esportate grandi quantità di prodotti cerealicoli, carni e frutta verso altri paesi, a costituire un’ampia porzione del loro sostentamento. Necessariamente, ci sarà un calo di queste esportazioni. Ne seguiranno prezzi più elevati in tutti i paesi con cui abbiamo relazioni commerciali, e ovunque ci sia carenza di alimenti bisogna aspettarsi che il bisogno si possa aggravare. Questo comportano, i nostri attuali rapporti col resto del mondo.

Esistono comunque conseguenza anche più gravi della scarsità alimentare: si tratta di un attenuarsi del carattere. Il governatore Eberhart del Minnesota racconta di una visita effettuata a Minneapolis nel corso di un’emergenza del raccolto, per trovare lavoratori per la mietitura. I coltivatori stavano impazzendo per salvare il raccolto. Si diceva che la città fosse piena di disoccupati alla ricerca di un lavoro qualunque. Li trovò, racconta il governatore, “seduti sulle panchine dei parchi in tutti i quartieri della città, a occupare tutto lo spazio sino al ciglio del marciapiede. Il lavoro, a quanto pare, non si trovava. Alcuni degli uomini erano al limite della fame, e le organizzazioni umanitarie della città erano impegnate al massimo della capacità per occuparsi di loro”. Sembrava che la missione fosse semplice, che si potesse tornare alle campagne con quante braccia fossero necessarie. Scelse i suoi uomini e disse loro che aveva bisogno di aiuto. Si fecero attenti, e risposero di essere pronti a fare qualunque cosa. Spiegò il lavoro da fare nelle campagne e nelle fattorie, e istantaneamente i loro visi tornarono apatici tanto quanto erano stati prima. La risposta fu: “Noi non vogliamo andare in campagna, capo. Non vogliamo vivere in una fattoria. Là non c’è niente per noi: niente vita, nessun divertimento, nessuna luce, niente altro che monotonia e lavoro. Preferiamo stare in città e morire di fame, piuttosto che andare in campagna e non aver altro da fare se non lavorare. No, signore: noi restiamo qui”. Ci restarono. Non riuscì a convincerne uno, ad andare con lui, e i coltivatori furono obbligati a mietere il loro grano come poterono, mentre la città manteneva la propria presa su una quantità di uomini disoccupati sufficiente a mietere tutto il raccolto dello stato.

E non possiamo pensare che Minneapolis sia in qualche modo peggiore di qualunque altra città, da questo punto di vista. É probabile che una proposta del genere sarebbe stata raccolta più o meno nello stesso modo dai disoccupati di una qualunque delle migliaia di città americane. Ed è questa la cosa peggiore, perché significa essenzialmente un atteggiamento sbagliato nella mente di moltitudini di persone. Essere disposti alla totale apatia anziché ad intraprendere qualunque cosa non garbi, dipendere dalla carità anziché recarsi dove c’è bisogno e ci si può rendere utili, con una malevola incapacità di cogliere qualunque senso del dovere, o avvertire qualunque slancio di interesse per una richiesta d’aiuto nel momento in cui qualcuno si trova in disperato bisogno. Questo è il tipo di uomini che producono le nostre città, e ne producono troppi.
La gente sciama verso i centri urbani per i vantaggi che offrono, solo per trovarvi svantaggi. Genitori che vendono le proprie salubri case di campagna per i figli, e vanno là dove ci sono chiese grandiose, scuole di qualità superiore, belle biblioteche, e si ritrovano poi vicino ai saloon dove si beve, al locali da ballo, alle sentine del gioco, ai più incredibili adescamenti al vizio. É forse meglio, per fanciulli e fanciulle, o questa nuova atmosfera con le sue pesanti influenze rappresenta un pericolo? In una città ci sono cinquanta chiese, ma mille saloon. Le chiese sono aperte un giorno, e due o tre sere la settimana. I saloon sono aperti tutti i giorni, tutto il giorno e gran parte della notte. Ragazzi e giovani non sono attratti dalle chiese. I saloon possiedono ogni forma di attrazione tale da attirarli dentro le proprie porte. C’è poco da meravigliarsi, se tanti ragazzi di città crescono con appetiti disordinati e gusti depravati! Un signore recentemente raccontava, “ Quando cammino per strada la vista dei sigari nelle vetrine mi fa venire voglia di fumare, così entro e compero anche se prima non ci avevo pensato”. Questo signore è un eminente studioso, preside di una scuola superiore, sostenitore di riforme, influente nella chiesa e nella società. Se è troppo per lui, la tentazione delle vetrine, come possiamo pensare che reagiranno i suoi allievi?

Riusciamo a comprendere sino a che punto questi appetiti artificiali vengano coltivati, e cosa ciò significhi? Diminuendo l’apporto di cibo, avviene un ricorso più costante a stimolanti e narcotici. L’affamato si rivolge per il piacere al bere e al tabacco, talvolta a droghe più potenti. É facile immaginare che quelli visti dal governatore Eberhart sulle panchine dei parchi di Minneapolis fossero, in gran parte, usi a indulgere in queste cose. Ma si tratta di abitudini in crescita presso tutte le classi di persone. Non sono comuni nelle campagne, ma abbondano in tutti i grandi centri di popolazione. Ce n’è a disposizione in gran quantità. Possono anche aumentare i prezzi della farina o della carne, ma in qualche modo whisky e tobacco rimangono sempre anche alla portata dei più poveri. Oggi le sigarette costano meno della metà di dieci anni fa, ed è cresciuto tre-quattro volte il loro consumo.
Alcuni prodotti agricoli non calati, in questi dieci anni. L’orzo, che va in gran parte a birrerie e distillerie, è coltivato su 1.500.000 ettari in più nel 1910 di quanto avvenisse nel 1900, il prodotto è aumentato di 53.709.000 staia, e il valore di 50.826.000 di dollari. Il tabacco è aumentato di 850.000 ettari, la produzione di oltre 90 milioni di chili, e il valore di 47.315.000 dollari. Vediamo anche che mentre sono diminuite le esportazioni di granaglie e carni, la stessa cosa non vale per il tabacco; al contrario, l’esportazione di queste foglie nei dieci anni sino al 1912 è cresciuta di 40.000.000 di kg.
Il nostro bilancio fiscale interno offre una stima del valore di questi prodotti. Le tasse derivanti da liquori distillati e dal tabacco, così come riportate dallo United States Commissioner, nel 1912 ammontavano a 290.250.000 dollari. É molto di più di quanto stanziato dal congresso per esercito e marina; nel giro di sedici mesi queste imposte versano nelle casse federali più del costo stimato del Canale di Panama. Tasse il cui gettito è quasi raddoppiato nel giro di vent’anni, a indicare quanto rapidamente l’abitudine di coltivare e indulgere in appetiti artificiali si sia diffusa in tutto il paese.

In una società molto organizzata esiste la possibilità che i bambini crescano come parti di una macchina adattandosi perfettamente a piccoli spazi e collocandovisi senza pensare al significato della vita; chini per codarda fedeltà a un capo, a un’impresa, a una setta, ordine, partito, a qualunque forma di eventuale consorteria, senza mai un sentimento di devozione verso un’alta verità o grande causa, senza riconoscere in alcun modo le responsabilità che danno alla vita la sue dignità e il suo splendore. Molte qualità umane emergono al meglio in una vita di relative isolamento. Un grande albero, quercia o olmo, solo in campo aperto, ha una forza interiore, un’apertura di membra, una compiutezza di forme che non si notano nelle piante dei boschi. Allo stesso modo le persone raggiungono l’individualità stando molto da sole. Diventano autosufficienti contando su sé stesse. Si formano opinioni chiare riflettendo a lungo sulle cose, e portandole alle necessarie conclusioni. Acquistano determinazione affrontando gli ostacoli e superandoli. I pionieri del nostro paese e i padri della repubblica erano uomini così. Chi ha raggiunto trionfante grandi obiettivi ha ottenuto la sua forza in questo modo. Il paese è un vivaio naturale di qualità di questo tipo. Ci vogliono persone nelle fattorie per piantare granturco e allevare bestiame per i mercati; ma ce ne vogliono molte di più per formare moralmente uomini e donne, alla sensibilità religiosa, in tutti i caratteri di una forte a salda personalità. Nel futuro, coma mai prima d’ora, le nostre città con la loro ricchezza che si moltiplica e la dovizia dei lussi, avranno bisogno della campagna per un costante rinnovamento della propria vita, che sappia impedir loro di abbandonarsi alla sensualità e affondare nella decadenza.

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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
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Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
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Hetherington, Peter
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Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
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