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Una risposta ai problemi attuali: l’edilizia pubblica
Data di pubblicazione: 05.03.2009

Autore:

Un’altra voce si leva, anche nel settore dell’intervento pubblico per l’abitazione, a sostenere la necessità di un forte ritorno, “approfittando” dell’attuale crisi, a prospettive correnti nell’ultimo dopoguerra. The Independent, 5 marzo 2009

Titolo originale: Is council housing the answer to our problems? Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Il settore delle costruzioni è stato il primo fronte dell’economia reale a subire le conseguenze della recessione. Persone che guadagnavano onestamente da anni si sono trovate da un giorno all’altro a scoprire che il proprio lavoro si era dissolto nell’aria. Per qualcuno c’è stato il vantaggio di capire presto l’esiguità delle proprie prospettive di medio termine. E di riuscire a trovarsi qualche altra fonte di reddito prima che la disoccupazione iniziasse a mordere a fondo.
Ottima cosa per loro, ovviamente. Ma anche un ottimo insegnamento su come le professionalità possano andar rapidamente perse con la recessione. Non va a vantaggio di nessuno, qualunque sia la forma che poi assumerà la ripresa, che la Gran Bretagna ci arrivi priva di operatori qualificati delle costruzioni. Ma se non ci si impegna ora a sostenere il settore, è quello che accadrà.
Nonostante si siano arrestati per mancanza di finanziamenti i programmi di realizzazione, la domanda di base per le abitazioni non è certo scomparsa. Per niente. Per quanto in pratica di improbabile realizzazione, l’obiettivo di Gordon Brown di 3 milioni di nuove case entro il 2020 resta un ragionamento preciso sulle dimensioni del fabbisogno abitativo. E di sicuro con la ripresa dei prestiti saranno in molti ad approfittare del calo dei prezzi delle abitazioni. Ma se non si aumenta l’offerta, questo ripartire dell’attività si limiterà a gonfiare di nuovo la bolla edilizia, ovvero il medesimo meccanismo che ha esasperato a lungo tanti dei nostri attuali problemi.

E il bisogno di costruire nuove case non è mai apparso tanto esplicitamente evidente dalla fine della seconda guerra mondiale, quando l’ Housing Bill di Nye Bevan prometteva enormi investimenti per realizzare il suo “arazzo vivente” di nuove città. L’idea era non di creare solo alloggi per i meno abbienti, ma anche di assicurare a tutti, anche i più vulnerabili, la possibilità di accesso al lavoro e alla promozione sociale.
Sessant’anni più tardi, tante abitazioni sociali, o anti-sociali come le ha definite Richard Reeves di Demos, vengono guardate con sospetto perché hanno effetti opposti a quelli auspicati da Bevan. Gi inquilini delle case pubbliche sono considerati dei disperati inquieti, imprigionati in quartieri dove il resto della società non ha accesso, dove sette famiglie su dieci si trovano nei due quinti inferiori della scala di reddito nazionale.
Il professor John Hills, esperto di abitazioni alla London School of Economics, ha sottolineato quanto le cose fossero diverse nel 1979, quando il 20% degli inquilini si collocava invece nel 10% di punta per il reddito. Oggi appare certamente incredibile che chiunque potesse tanto facilmente farne a meno, specie nelle aree centrali, si adattasse alla vita nelle case pubbliche.

Inoltre, col fabbisogno inevaso di lungo periodo, che si è fatto anche più acuto col governo del Labour di quanto non sia accaduto coi Conservatori, le politiche di assegnazione si sono fatte distorte, al punto che sono disponibili case soltanto per chi si trova in situazioni estreme. Alcune orribili conseguenze appaiono evidenti. Le popolazioni locali possono diventare ostili, ad esempio, vedendo dare un alloggio agli immigrati che invece viene negato ai loro figli.
Ma nonostante la tremenda fama che hanno ora gli alloggi pubblici, continua a crescere la domanda. Le liste d’attesa sono infinite, e si allungano. Si calcola che nel 2010 il numero di chi aspetta un alloggio sociale avrà raggiunto i cinque milioni. In più, da molti anni in tutto il paese ci sono inquilini organizzati per resistere al passaggio di proprietà da pubblica a privata dei loro alloggi. Non è riuscito l’articolato tentativo, su trent’anni, di eliminare i quartieri di proprietà pubblica.
Oggi, per la prima volta da decenni, esiste la volontà politica di incrementarli. I cui vantaggi appaiono evidenti. É riconosciuto come un tipo di intervento del genere darebbe sostegno a un settore delle costruzioni in crisi, sarebbe di vantaggio all’economia e impedirebbe l’emergere di una nuova bolla immobiliare. E ci sarebbero anche enormi benefici sociali, col ritorno almeno a qualcosa di più simile all’arazzo vivente di Bevin. Oggi è soltanto il 12% della popolazione ad abitare nelle case pubbliche, contro il 42% del 1979, e quell’arazzo si è fatto come tutti sanno assai fragile.

Una delle conseguenze del diritto di vendere gli alloggi è stata che una buona quantità di case pubbliche, specie nelle aree più difficili, è stata rilevata non dagli inquilini, ma da privati che hanno sovraffollato gli spazi con affitti di breve termine, facendo così assai poco per il senso di comunità. Da questo punto di vista, almeno, l’idea che il passaggio in mani private avrebbe accresciuto la responsabilità per gli immobili non pare proprio confermata.
L’economista Kate Barker, consigliera di Brown sui temi della casa da anni, abituata a vedere i propri consigli sempre bene accolti, ma poi ignorati, ha auspicato investimenti per un valore di 6 miliardi di sterline in una nuova generazione di case pubbliche. L’associazione di settore Defend Council Housing, che per anni ha incontrato infinite difficoltà, vede ora aprirsi la mainstream politica alle proprie idee e proposte. Brown dichiara di voler “eliminare qualunque ostacolo” a questi programmi. Ma il problema è che l’idea di non investire in abitazioni pubbliche si è così radicata che si tratta di progetti molto più facili da annunciare che da attuare.
Un primo evidente punto sarebbe di eliminare le norme che dal 1980 obbligano le amministrazioni locali a versare il 75% dei proventi di affitti e vendite al Tesoro. Questo non solo consentirebbe loro di investire direttamente nelle costruzioni, ma anche rendere più liberi di accedere ai prestiti garantendo col previsto flusso dalle nuove realizzazioni. Brown non si è dimostrato molto favorevole quando era Cancelliere dello Scacchiere nelle’poca del boom, e Alistair Darling, con difficoltà senza precedenti per le casse pubbliche, pare ancora più restio del suo predecessore. Si deve superare questa riluttanza.

Ma non si tratta certo dell’unico problema, per rilanciare la realizzazione di case pubbliche. Negli ultimi trent’anni, anche le amministrazioni locali hanno perduto competenze, e in molti casi manca anche esperienza nella gestione di programmi edilizi (l’anno scorso sono state meno di 300 le case pubbliche realizzate). Si parla di consentire agli enti locali di formare delle proprie imprese. Ma non bisogna ripetere certe pazzie degli anni ’60 o ’70, quando sono stati realizzati tanti complessi di bassissima qualità.
L’ Housing and Regeneration Bill, che ora sta attraversando il percorso parlamentare, mira a questo problema, creando una nuova agenzia per la casa, norme riviste, pensando a una abitazione pubblica che sia “ servizio moderno e flessibile”. Ma il Defend Council Housing ha appena vinto la sua battaglia per una clausola che definisce l’abitazione sociale sottoposta a “ regole di assegnazione pensate per consentire l’accesso a persone che non sono in grado di comprare o affittare a prezzi di mercato”.
Il gruppo sostiene che l’agenzia di controllo istituita dalla legge consenta al governo di utilizzarla come strumento politico. Il vero problema è l’uso politico dell’abitazione sociale che è stato fatto per tanto tempo, al punto che paiono quasi impossibili approcci davvero di buon senso. Ci si è impegnati tanto a impedire che le amministrazioni locali investissero in abitazioni sociali, che dare una risposta propositiva, rapida e semplice, alla recessione, appare incredibilmente lungo, tortuoso e complicato.

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