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Una eco-città per il Kenya: dalle baraccopoli alla cittadella sulla rupe
Data di pubblicazione: 28.05.2009

Autore:

Quando con pochissimi soldi e molto impegno si possono davvero cambiare le cose e la vita di tante persone. Una sola domanda: si tratta di un modello replicabile? The Independent, 28 maggio 2009

Titolo originale: Kenyan eco-town: From the slums to a shining town on the hill – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Clarice Adhiambo per traslocare cercava le solite cose. Strade sicure, un po’ più di spazio, una stanza per gli ospiti, magari anche vedere qualcosa di verde dalla finestra. Più di tutto, voleva un posto da poter sentire suo. Un elenco di desideri che appartiene a tutti gli acquirenti di prima casa del mondo. La cosa un po’ meno comune è il posto da cui la signora se ne stava andando.
Clarice si lascia alle spalle una baracca di lamiera da tre metri per tre, che divideva con altre otto persone nello slum di Soweto a Nairobi. A differenza dell’omonima agglomerazione sudafricana, qui non ci sono né elettricità, né acqua corrente o bagni con lo sciacquone, né alcuna prospettiva di averli in futuro. Nella capitale del Kenya la povertà si presenta nelle forme più spaventose del mondo. È in luoghi come Kibera, Mathare e Soweto che è stato coniato il termine “gabinetto volante”. A descrivere i disperati che non possono neppure permettersi delle latrine scavate per terra, e devono farla dentro sacchetti di plastica che poi si lanciano sul tetto più vicino.
Ora nella sua nuova casa di Kaputei, eco-città che sorge dalle pianure a sud di Nairobi, per la prima volta in vita sua ha un gabinetto con lo sciacquone, ed è comprensibilmente estasiata. “Qui c’è aria pura” commenta la cinquantatreenne, e quasi non ci crede.

Clarice fa parte delle 50 famiglie che hanno investito in un esperimento straordinario, e si spera che possa cambiare alla base il meccanismo del microfinanziamento e delle banche rivolto ai più poveri. La pratica, di cui è stato pioniere il premio Nobel Muhammad Yunus, di mettere a disposizione piccoli prestiti per il miliardo di persone che vivono con un dollaro al giorno o anche meno, si sta sviluppando. Dai sei milioni di prestiti a scala mondiale nel 1987, ora i gruppi che praticano la micro finanza sono arrivati ai 150 milioni di persone. E proprio mentre il resto del settore bancario si sta in parte dissolvendo, la microfinanza rappresenta una sacca di stabilità e crescita. Che unisce eclettici e improbabili strati di società, da operatori frustrati di associazioni senza scopo di lucro, a imprenditori, a coloro che già si sono costruiti una fortuna, ma che arrivano qui con l’entusiasmo evangelico dei rinati a nuova vita.
Ed Bland ricade in quest’ultima categoria. Nella vita precedente di dirigente della Microsoft è stato il responsabile del lancio di X-Box. Oggi presiede Unitus, associazione americana senza scopo di lucro che vuole al più presto cambiare le cose per quanto riguarda la povertà mondiale, e usare perciò la microfinanza. Bland espone il suo credo come “capacità di utilizzare principi operativi correnti per migliorare la vita delle persone, facendo ciò che i meccanismi di sviluppo hanno dimostrato di non essere in grado di fare”. In futuro, ritiene che ci sarà “occasione di far rivolgere le banche anche verso la base, e non solo verso il vertice. Guardi cos’è successo, guardando solo in alto” scherza.

Unitus, che ha sede a Seattle, usa il proprio capitale, contatti e credibilità di impresa per convincere le grandi banche a prestare, o sottoscrivere accordi con gli istituti di microcredito (MFI). Attraverso il proprio know-how individua e sostiene indirizzi innovativi orientati al massimo impatto nell’alleviare la povertà.
Bland considera Jamii Bora, l’istituto di microcredito più consolidato e principale del Kenya, fra i più innovativi del mondo. Quando Jamii Bora – che in Swahili significa “ famiglie migliori” – ha verificato che il microprestito non poteva fare più di tanto per i più poveri, ha deciso di tentare qualcosa di nuovo.
“Finché si abita nella baraccopoli, non si può uscire dalla povertà” spiega Ingrid Munro, fondatrice di Jamii Bora. “Le famiglie naturalmente hanno bisogno di occasioni economiche per uscire dalla loro condizione, ma cosa cambia se poi continuano ad abitare nell’inferno?”. La soluzione individuata è stata quella di costruire una città completamente nuova, una specie di Milton Keynes della microfinanza.
É nata Kaputei con le sue linde schiere di tetti di tegole. Da lontano, sembra una scintillante cittadella sulla rupe, con la differenza di stare in mezzo ai pascoli Maasai e a qualche vivaio di fiori coperto di polietilene. “Vediamo qualcosa che non s’è mai visto altrove nel mondo” commenta Bland, mentre si avvicina sobbalzando sul minibus lungo la strada sterrata.

Quando a Jamii Bora hanno scoperto che l’ente gestore della rete elettrica del Kenya voleva un capitale per collegare la nuova città, la risposta è stata “ fai da te”. Hanno costruito una propria centrale da fonti rinnovabili. Quando i fornitori di materiali hanno cercato di alzare troppo i prezzi di tegole e mattoni, si è iniziato a costruirseli da soli, cosa che ora oltre ai materiali dà anche posti di lavoro. Le case di Kaputei sono dotate di pannelli solari, e l’acqua è depurata da uno dei più ecologicamente avanzati impianti di riciclaggio in Africa.
Il problema aperto è se l’esperienza di Kaputei sia riproducibile su scala maggiore. Anche se si riescono a trasferire 2.500 famiglie dalla baraccopoli, si tratta di un allentamento della tensione a malapena percettibile in contesti come Kibera, dove abita oltre n milione di persone.
Mentre si rilassa su una poltrona del soggiorno, Clarice chiarisce agli ex cervelloni della Microsoft da dove venga l’orientamento così tenacemente ostinato di Jamii Bora. Si tratta di una struttura che conosce molto bene, essendoci entrata “dalla base”.
Nata povera vicino al Lago Vittoria, Clarice ha avuto un’esistenza dura. Picchiata dal marito e padre di tre dei suoi quattro figli. Che alla fine l’ha anche scacciata di casa, costringendola a muoversi fra amici e parenti, sino a finire a mendicare per le strade di Nairobi.
Vivendo sulla strada è stata violentata, ed è restata incinta dell’unico figlio maschio. Insieme ad altre mendicanti, ha costruito un rapporto con una gentile operatore di un’associazione, che chiamavano Mama Ingrid. Oltre a un po’ di denaro, quella signora svedese dava anche un po’ del suo tempo per parlare con le donne, ricorda Clarice.

Amiche si, ma quelle donne erano molto diffidenti quando Mama offrì loro di aiutarle a risparmiare. Pensavano che “fosse stata mandata dalla Svezia per mangiarci i nostri soldi” e complottavano anche di picchiarla. Ingrid Munro era insistente, e riuscì a convincere qualche decina di mendicanti a fidarsi di lei. Il viso di Clarice si contrae ancora al ricordo dello stupore, il giorno in cui Mama le raccontò che aveva 1.000 scellini keniani risparmiati (8 sterline).
Altre sorprese sarebbero arrivate poi, quando la Munro avrebbe proposto di investire i risparmi per organizzare un’attività. “Non confondermi” rispose Clarice in un primo tempo. “Cos’è un prestito? Che razza di attività posso fare? Non sono nemmeno capace di scrivere il mio nome”. La ragazza dei Grandi Laghi investì i suoi 2.000 scellini keniani in pesce. Ad ogni rientro, reinvestiva.
Al sesto passaggio, i soldi erano troppi per comprare pesce, e passò alle bancarelle. Al decimo, il prestito era di 1.200 sterline, per iniziare una serie di attività da slum. Il primo gruppo di 50 mendicanti di dieci anni fa, si è gonfiato sino a una associazione di 225.000 membri.
L’ultimo prestito di Clarice è per la casa di Kaputei, con pagamenti mensili di 23 sterline. Al momento “paga di più” per estinguere prima il debito.
Dalla finestra della cucina, si vede il verde dei pascoli interrotto solo dalle strisce bianche e nere di un branco di zebre. Ma la sua attenzione è tutta concentrata sul lavandino. Apre il rubinetto: “Quant’acqua” osserva, con contagiosa meraviglia.


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