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E il Comune «cancella» l’orto nato tra le auto


Eddyburg Sito di Fabrizio Bottini Ambiente

Come volevasi dimostrare: a Milano non solo gli orti urbani non si incentivano, ma l’amministrazione locale li considera un reato. Metropoli europea? Il Corriere della Sera, 26 luglio 2009

Il rischio c'era e ne eravamo tutti consapevoli. Che una volta letta la notizia del signor Chen che coltivava zucchine e pomodori in un paio fazzoletti di terra abbandonati dal Comune, qualcuno potesse tirargli un brutto scherzo: un vandalo di passaggio, un vicino scocciato, un furbacchione pronto a rubargli il raccolto. Ma la storia era così bella, così vintage (ricordate piazza del Duomo seminata a grano durante la seconda guerra mondiale?), e l'azione d'abbellimento urbano così azzeccata in periodo di crisi, che si è deciso di raccontarla lo stesso. La speranza che quell'idea, se non proprio imitata, venisse almeno apprezzata, sembrava più forte del timore di raccontarla, mettendo la a rischio. E invece.

Alla fine non è stato un vandalo, né un vicino risentito, e neppure un ladro di raccolti. Alla fine ci ha pensato il Comune di Milano in persona, che dopo aver costruito in una traversa di via Valtellina, in zona Maciachini, dei nuovi parcheggi a spina di pesce e creato piccole aiuole mai seminate, ma abbandonate all'incuria e alla desolazione, ha preferito riportarle a quello stato anziché lasciarle coltivate a ortaggi, verdi e rigogliose. La mattina di qualche giorno fa, verso le dieci, un impiegato del Comune - probabilmente uno degli addetti alla manutenzione delle aree verdi - è arrivato con il suo camioncino, e senza dare spiegazioni, senza guardare in faccia nessuno ha strappato via tutto. Le foglie, i fiori, le zucchine e i pomodori, la sciando solo terra arida e smossa e qualche scheletro di filo d'erba. Fine dell'orto. Inutile chiedersi perché, inutile risentirsi, inutile protestare.
Non ci sono ragioni che giustifichino un tale comportamento (soprattutto mentre il sindaco Moratti sogna la città degli orti). Si dirà che quelle zone sono di tutti e non è giusto che una persona sola, per di più straniera, se ne appropri; si dirà che «se tutti facessero così… », si dirà erano aiuole destinate ai fiori e non agli ortaggi. Se ne diranno tante, o forse, come si fa in questi casi, non si dirà niente. Ma quel che appare chiaro, inequivocabile è che mentre prima quei fazzoletti di terra erano verdi, vivi, belli da guardare, ora sono abbandonati, tristi, bruciati dal sole.

Se è vero, come si dice, che la lucertola è il riassunto del coccodrillo, allora quello che è successo in via dell' Aprica è lo specchio di ciò che sta accadendo in maniera più dilatata in tutta la città, dove il cemento si mangia ogni giorno aree verdi e i cittadini, italiani o stranieri che siano, vengono puniti nella loro intraprendenza. Ignorati perché non contano nulla, se non come terminali di sempre nuovi divieti.
I milanesi ricorderanno una vecchia canzone dei Gufi, nella quale si raccontava che in piazza Fratelli Bandie ra un giorno erano arrivate le ruspe e avevano strappato via quattro alberi e la panchina dove un vecchietto andava a prendere il fresco, causandogli un attacco di arteriosclerosi. Il comune, cantavano Nanni Svampa e Co, lo aveva fatto «a tutela del verde ». Forse anche questa volta le zucchine sono state strappate e buttate via «a tutela del verde». Quel verde che prima c'era, e ora, guardate pure, non c'è più.



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