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Ferma l’economia, crescono gli orti urbani |
Riescono a fare con poco o niente un po’ di tutto per la città: recupero di lotti inutilizzati, tanto verde, cose interessanti e socializzanti da fare per gli abitanti, ecco i motivi del loro successo. Newsweek, 27 luglio 2009
Titolo originale: As the Economy Struggles, Urban Gardens Grow – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Un piccolo orto fra grattacieli e strade trafficate non rappresenta più solo un lusso per chi ha grandi mezzi e vasti terrazzi. Fattorie e orti urbani si impiantano in tutte le grandi città degli Usa, grazie anche alla necessità di diminuire i prezzi degli alimenti locali biologici. Certo è impossibile cercare di valutare esattamente quanti ce ne siano nel paese (si va dal fazzoletto di terra personale a vere e proprie aziende di varia superficie), molti sono nel bel mezzo delle città, spesso in quartieri a basso reddito dove mancano negozi di alimentari o farmers market. Si infilano fra case popolari, edifici abbandonati, cantieri lasciati a metà, strade più note per i problemi di criminalità che per l’ottima qualità dei pomodori. E se l’economia tarda a ripartire, qualcuno sostiene che i vantaggi degli orti emergeranno ancora più evidenti.
"La recessione ha fatto aumentare l’interesse nella coltivazione domestica" spiega Colin McCrate della Seattle Urban Farm Co. "Anche se è sicuramente la questione economica a dare un motivo per iniziare a coltivare l’orto, sono convinto che la maggior parte delle persone lo faccia perché crede si tratti di un modo molto diretto di ridurre il proprio impatto sull’ambiente e migliorare la qualità dell’alimentazione".
I sostenitori affermano che esistono numerose ragioni per praticare l’agricoltura urbana nel 2009. "Prima della recessione, esisteva un interesse per il verde e per la riflessine sui sistemi alimentari" commenta Patrick Crouch della Earthworks Urban Farm di Detroit.Ma è anche convinto che ora si sia determinata una tempesta perfetta composta da economia, consapevolezza ecologica, un solido rapporto domanda-offerta, in grado di spingere costantemente lo sviluppo dell’agricoltura nelle città. "Di solito la grande quantità di spazi inutilizzati viene vista come dannosa per la comunità. Trasformarli in campi e orti, significa trasformarli anche in occasioni di lungo termine, ecologiche ed economiche, per tutti gli abitanti a cui sinora erano negate diritti essenziali alla salute e all’alimentazione, per non parlare delle altre occasioni economiche, che con la recessione diminuiscono”.
Quello che oggi è il movimento per l’agricoltura urbana, inizia ad avere visibilità negli Usa coi victory gardens durante la guerra mondiale, con una ripresa dopo l’ultima crisi economica nazionale degli anni ‘70. Con la crescita della quantità di americani consapevoli delle tematiche "verdi", i recenti problemi economici hanno determinato una nuova ripresa del tema come possibile alternativa per chi subisce gli effetti della crisi finanziaria.
Alla Greensgrow di Filadelfia, coltura idroponica in uno spazio prima occupato da un impianto di cromatura, i visitatori sono accolti da una distesa di terriccio biologico che esplode di verdure, poi vendute a prezzo politico ad abitanti, associazioni ristoranti della zona. In modo simile, a Seattle c’è la rete dei P-Patch, orti urbani, con 7-10 tonnellate di prodotti raccolti ogni anno e destinati alle banche del cibo locali, e quasi dieci ettari di superficie dedicati ad alimentari per popolazioni a basso reddito e immigrate.
Alla Backdoor Harvest, associazione per l’agricoltura urbana di St. Louis, principianti e veterani dissodatori insieme sono occupatissimi nel preparare gli "orti della recessione", spazi privati che poi daranno alle famiglie e ai singoli una variata dieta in grado di tagliare di parecchio il conto del negozio alimentare. La fondatrice, Marsha Giambalvo, aiuta gli associati a progettare il proprio orto sostenibile, a seconda dei tipo di pasti che preferiscono consumare, di frutta, verdure, erbe. Backdoor Harvest vende anche prodotti biologici nel farmer's markets locale e ai locali che offrono pasti a prezzi anche inferiori a quelli di un supermarket. Si sostengono gli abitanti a adottare e tener potati alberi che altrimenti crescerebbero selvatici, e piantarne altri per raccogliere poi mele, arance, limoni e altra frutta.
Detroit è diventata un grande laboratorio di rinaturalizzazione grazie alle iniziative di The Greening of Detroit, associazione senza scopo di lucro per le alberature stradali, o alla Earthworks Urban Farm coi suoi prodotti agricoli low-cost offerti da volontari nei mercati. Sulle fasce laterali di una vecchia ferrovia in un quartiere residenziale, gli spazi coltivati servono anche l’organizzazione parallela della Capuchin Soup Kitchen, che oggi ahimè vede un vero e proprio boom tra le famiglie che non possono più permettersi di dar da mangiare decentemente ai bambini.
Le fattorie urbane riempiono anche il vuoto delle politiche pubbliche per i quartieri, i cui finanziamenti sono tagliati dalle amministrazioni. Added Value, associazione di Red Hook a Brooklyn, New York, da dieci anni opera per la rivitalizzazione dei parchi locali e la trasformazione delle superfici inutilizzate in verde. Un esercito di volontari raccoglie prodotti su un ettaro che un tempo ospitava un derelitto campo da gioco. I finanziamenti per parecchie iniziative arrivano direttamente dalle coltivazioni. Gli abitanti dei quartieri comprano e vendono i prodotti, così i soldi restano nella comunità.
"Le fattorie urbane comunicano un messaggio di autosufficienza alimentare e vita sana" spiega Katherine Kelly, direttrice esecutiva del K.C. Center for Urban Agriculture di Kansas City, Kansas. "La recession ci ricorda quanto costi quello che mangiamo".
Non tutti gli orti nascono da progetti organizzati formalmente. Tre anni fa, Bruce Fields insieme a parecchi vicini ha trasformato un pezzo di sponda asfaltata di Chicago al Wicker Park in un lussureggiante spazio su cui ora tiene un blog, Greenroofgrowers.blogspot.com. L’ondata di " guerrilla gardening" ovvero l’occupazione di spazi da trasformare a verde, è uno dei modi scelti dai cittadini per recuperare (in modo legale o no) ambiti non utilizzati e spesso assai poco piacevoli per farci crescere fiori e frutti. Con la recessione che rallenta i cantieri e lascia tutti questi lotti vuoti invece del condominio che doveva sorgere prima della stasi immobiliare, anche le forme radicali di coltivazione iniziano ad affermarsi ovunque si possa mettere un albero o far attecchire una pianta.
Coltivare probabilmente è una forma di ripresa del controllo da parte degli abitanti, davanti alle prospettive di un reddito che crolla e del posto di lavoro che si allontana. "Spesso si tratta di azioni simboliche" commenta Erik Knutzen, co-autore di The Urban Homestead: Your Guide to Self-Sufficient Living in the Heart of the City (Process, 2008). "Dà un senso di affermazione di diritti". Trovare una nuova risposta a necessità essenziali (nel caso specifico, la sicurezza alimentare) e creare occasioni di socialità (coltivare, vendere e comprare insieme ai vicini) spinge a un maggiore impegno civico.
"Non c’è niente di meglio, del raccogliere un pomodoro e portarlo in tavola" continua Knutzen, che considera l’agricoltura urbana anche un modo per risparmiare, stare in buon salute e interagire con altri. "Questo porta all’affermazione di altri orientamenti, dal curare di più il quartiere, al cambiamento dei nostri spazi di vita".
Nota: ovviamente nelle varie sezioni di Mall (sia Ambiente, che Spazi Centrali ecc.) abbondano gli articoli sul tema degli orti urbani, ivi compreso il pietoso caso milanese, dove il comune li fa strappare, forse per essere autoironico sul tema “nutrire il pianeta” dell’Expo 2015 (f.b.)
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