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Eddyburg
Sito di Fabrizio Bottini
Città
Spazi centrali
La vediamo tutti la transumanza automobilistica di genitori e nonni da un “doposcuola” all’altro. E pensare che sarebbe tanto più semplice e sano lasciarli andare a giocare, i bambini. Come, se lo chiede Spotlight on the Region, 25 agosto 2009
Titolo originale: Playing in The Streets – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
L’immagine corrente del rapporto dei bambini con la vita di città è quella di ragazzi soli che temerariamente giocano per strada. Nel bene e nel male, i più giovani abitanti degli isolati urbani un tempo si tiravano una palla, o bighellonavano agli angoli delle vie, magari cacciandosi in qualche guaio e però sperimentando un pochino di vita.
Come ben sappiamo, questo in genere non succede più, perlomeno nelle famiglie borghesi e del cento medio. In quanto genitore di Brooklyn, posso affermare che essere padri di questi giorni significa anche organizzare l’accompagnamento dei figli fra danze africane, karate, calcetto, scuola di nuoto, tutto pensato su misura per la loro età. Sospetto che la cosa sia identica a quella che accade anche nel suburbio. Quello che manca è un giocare non strutturato con altri bambini, salvo l’eccezione del giardinetto. Questi spazi da gioco sono la salvezza di genitori e bambini di New York City, perché mettono a disposizione di questi ultimi un modo di incontrarsi e pure scontrarsi senza coinvolgere più di tanto i grandi. Amo i capi da gioco di New York, le loro virtù meriterebbero un articolo a parte.
Ma c’è ancora qualche differenza, fra un campo da gioco e un angolo di strada. Tanto per cominciare, i campi coi loro ingressi unificati, le recinzioni, gli attrezzi ginnici con le imbottiture, assomigliano sempre più a gabbie, o uteri, nel loro proteggere il bambino sia da potenziali intrusioni che dalle sbucciature alle ginocchia. Per un gioco più libero occorre cercare altrove.
La sorte ha voluto che io e mia moglie abitiamo in un ex magazzino ristrutturato, con delle case popolari più o meno di fronte, affacciate su uno spoglio parcheggio asfaltato. Spesso ci giocano dei ragazzini, praticamente tutti delle case popolari. Ragazzini che vanno dai due ai quindici anni, e che giocano in un loro universo autogovernato, senza genitori. Spontaneamente o secondo un progetto, il gioco libero non strutturato è diventato una caratteristica dei meno abbienti.
Negli ultimi tempi abbiamo deciso di scaraventare anche nostro figlio Max, quattro anni e mezzo, dentro a questo universo, con ottimi risultati. Non lo lasciamo ancora giocare senza alcun controllo, e uno di noi di solito se ne sta seduto lì vicino su una panchina, a guardare anche se senza intromettersi. Altri genitori non se ne vedono, quindi noi siamo gli unici adulti che testimoniano tutta l’attività. Quello a cui si può assistere, è la capacità di questi ragazzini di giocare, senza nessuna particolare attrezzatura, senza alcun particolare orientamento.
Qualche settimana fa, lui mi ha preso la scatola di cartone dentro cui mi era arrivato un libro. Insieme agli altri ragazzini l’hanno trasformata in una specie di frisbee, e ci si sono divertiti per una buona ora e mezza tirandolo in giro. Un’altra volta, uno scatolone un po’ più grande che avevamo buttato via si è trasformato nella culla di un immaginario neonato. E mentre si facevano questi giochi, c’erano altri ragazzini che giravano coi motorini o gli skateboard, chiacchieravano o correvano. Credo che Max stia trovando qualcosa di essenziale in questo genere di gioco, un’esperienza di libertà, un modo per manipolare il mondo per conto suo. E per adesso, si tratta di cosa rara e di grande valore.
Ecco perché ora mi accorgo come dappertutto manchi questo genere di gioco. L’edtorialista del New York Times Nicolas Kristof ha scritto di recente come l’ambito del gioco dei bambini si sia drasticamente ristretto dal 1970. Ancora sul Times c’era un articolo a proposito di un isolato nel Bronx chiuso alle auto di giorno e usato come “strada per giocare”. Ho visto un saggio su un bollettino parrocchiale di Joan Almon intitolato Paura di Giocare che sostanzialmente esamina il medesimo problema. Quindi non sono l’unico a farci caso.
Mi dicono che quando i ragazzini di città crescono, dopo i dieci o undici anni, cominciano ad attraversare la città da soli, a usare autobus e metropolitane, per raggiungere le case degli amici, la scuola o altre attività. Ma c’è molto da aspettare.
Ogni epoca ha le sue sfide, e la nostra per molti versi è di sicuro più semplice di quanto non fosse per le generazioni precedenti, quando i genitori di città affrontavano problemi come poliomielite, o magari malnutrizione. Però, anche così, sarebbe un’ottima cosa se si potesse dare questa possibilità del gioco libero e senza particolari controlli a più bambini, di tutte le età e ceti sociali.
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