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La Metropoli di Sinistra


Eddyburg Sito di Fabrizio Bottini Città Spazi della dispersione

Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo

Da un paio di mesi tutte le volte che spalanco la porta sul pianerottolo penso: se avessi traslocato qui due estati fa, magari usando un binocolo potevo vederli bene, gli operai sul tetto per antonomasia. Il tetto è quello della famosa INNSE, uno degli episodi simbolo della lotta alla deindustrializzazione del paese, e uno dei tanti piccoli punti di svolta politici che hanno segnato la crisi dell'immaginario berlusconiano nell'ultima fase. Domina in terzo piano lo skyline orientale dal mio pianerottolo, quel tetto, e certamente non sarebbe così se non ci fosse stata quella epica lotta operaia: ne è valsa la pena, e soprattutto per lo skyline! Giuro che non è affatto una battuta di cattivo gusto.

Non lo è, una battuta di cattivo gusto, perché se una delle varie interpretazioni negative dell'essere di sinistra oggi si declina con un certo conservatorismo, nel caso specifico la cosiddetta nostalgia delle ciminiere, la lettura in termini di panorami urbani, e di ciò che ci sta dentro ai panorami, non è affatto nostalgica. Basta scorrere anche un po' a caso una rassegna di articoli e saggi internazionali in materia urbanistica e dintorni, per inciampare di continuo nella critica alla segregazione funzionale modernista e ai suoi infiniti guai, alla necessità di concepire ambienti mixed-use, adeguati tra l'altro sia alle moderne politiche di mobilità sostenibile, sia a un'idea di sicurezza da controllo spontaneo su varie fasce di orario da parte di abitanti e utenti. Che destino aveva in serbo invece l'amministrazione milanese leghista-ciellina-berlusconiana per la striscia occupata dai grandi capannoni? Facile capirlo, semplicemente con un giro poco distante da lì: i soliti palazzotti residenziali coi box sotterranei, verde standard progettato e pianificato così così, qualche caricatura di spazio pubblico all'uscita di un supermercato, sopra ad altri parcheggi sotterranei. Senza offesa per nessuno, una specie di colonizzazione brianzola della metropoli.

Posti che vivono sì, ma non tanto quanto potrebbero, posti dove non ci sono attività degne di questo nome, dove non passa quasi nessuno che non stia uscendo da casa o ci stia ritornando, dove si va solo se ci si abita, o in visita a un abitante. Clone brianzolo, appunto, incistamento suburbano, o per dirla con uno degli ultimi documenti di politiche urbane approvato dal Comune, una di quelle “riconversioni di ambiti industriali che hanno iniziato a scardinare il tessuto con inserzioni estranee”. La lotta degli operai per conservare il posto di lavoro, e in seconda battuta per conservare il contenitore dentro cui lavorare, ha arginato il dilagare del modello: conservare per innovare. Certo, poi si tratta di cominciare a innovare davvero, una volta fermata l'invasione degli ultracorpi dello sprawl. E tanto per fare un esempio, in certe zone non lontane da quei capannoni adesso si pensa di orientare tante attività culturali e di ritrovo per il tempo libero specie dei giovani, come alternativa alle solite piazze storiche ormai inflazionate e sovraccariche. Si comincia, poi vedremo.

Conservare per innovare ha anche un senso logico che si applica allo spazio: la trincea è il luogo da cui si prepara e poi si lancia il contrattacco. Di questi giorni è la notizia che a pochi chilometri dal tetto della INNSE c'è un'altra industria, diciamo impresa così suona meglio, che pare aver imboccato destini paralleli. Si chiama Jabil, sta a Cassina de' Pecchi, e opera nel campo della telefonia cellulare, apparentemente non un ambito vetusto e da gettare alle ortiche, ma anche lì tra una delocalizzazione, una crisi pilotata, e soprattutto il solito confronto tra investimento produttivo e speculazione urbanistica, aveva apparentemente vinto il modello suburbio forever: al posto di lavoratori, spazi per la produzione, la ricerca, l'amministrazione, solo abitanti, case, box, magari qualche radiolina accesa mentre si rifà il letto. Cose che già abbondano, sino all'inflazione, nel quartiere accanto, in quello di lì, in quello di là, in quello di su e di giù. Ce n'era tutto questo bisogno? Esattamente come a Milano: proprio no, e poi no.

E anche qui i lavoratori, difendendo il proprio posto di lavoro (tra l'altro in un settore avanzato high-tech, mica bruscolini), si fanno soggetti potenzialmente promotori di urbanistica d'avanguardia. Solo potenzialmente, ma è già un passo avanti. Resta da fare tutto il resto, ovvero tradurre in spazi e organizzazione concreta davvero post-industriale classica questo spunto. Le premesse sono varie, ma la principale si chiama Corridoio Orientale, ovvero uno degli assi portanti della futura Città Metropolitana di Milano, che dovrebbe nascere dal gennaio 2014. Il rettangolo occupato dalla Jabil si trova a fare da cuscinetto fra il trafficatissimo e disordinato asse stradale della Padana Superiore, e la linea della MM2 tratto extraurbano, affiancata dal naviglio e dalla pista ciclabile. Massima accessibilità, a cui non corrisponde ancora massima permeabilità, né massima integrazione con le zone circostanti. I motivi sono vari, ma il principale sta ancora nella vecchia idea di segregazione modernista: qui le auto, qui i mezzi pubblici, qui la residenza, qui la produzione, qui le attività economiche, qui il tempo della famiglia … Roba vecchia.

Intendiamoci, roba vecchia non perché si tratti di buttar tutto alle ortiche, ma perché ha portato a degrado, spazi poco amati, e infatti di solito il promotore delle speculazioni urbanistiche da dismissione industriale si propone sempre come salvatore della patria, in grado di spalancare cancelli prima sbarrati ai non addetti. Ma chiede come prezzo la banalizzazione, la cancellazione dell'idea di città complessa, e figuriamoci di Città Metropolitana post-moderna, estesa dal Duomo alle sponde dell'Adda, dove si abita, si lavora, si studia e si passa il tempo libero in spazi di alta qualità e massima accessibilità, senza per questo essere costretti a usare l'auto privata. Oggi, anche grazie alle lotte dei lavoratori, ci sono occasioni così, basta saperle cogliere. Una cosa di sinistra? A me pare proprio di si. E a voi?



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