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Chiude il sipario l’Urban Center
Data di pubblicazione: 14.01.2010

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Fine dell’attività per un luogo centrale del dibattito architettonico, urbanistico, sociale della città per decenni, quando la Municipal Art Society che l’ha gestito si trasferisce ad altra sede.The New York Times, 14 gennaio 2010

Titolo originale: Urban Center Draws Its Curtains Closed – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Trent’anni a apriva l’Urban Center, con due mostre a proporre visioni contrapposte per la futura trasformazione fisica della città.
In una, c’era un complesso plastico della Grand Central Terminal progettato in modo da potersi frammentare in mille pezzi più volte. L’altra celebrava sei importanti trasformazioni dello skyline di New York City, fra cui quello che diventerà il Jacob K. Javits Convention Center.
Pensato come luogo di incontro per il dibattito architettonico e civico, l’Urban Center era uno spazio dove si confrontavano urbanisti, progettisti, costruttori, cittadini impegnati: un’alternativa ai circoli ristretti delle cene o dei cocktail, in un ambiente aperto, in un edificio a sua volta carico di significati architettonici, a discutere tra le altre cose quanto si potesse salvare e quanto invece realizzare di nuovo.

Venerdì questo spazio smetterà la propria attività di mostre, ritrovo, conferenze, presentazioni e discussioni, di attirare oltre 50.000 persone l’anno: la Municipal Art Society, che ha gestito l’Urban Center nelle tre grandi stanze al pianterreno di un’ala della storica Villard Houses dal 1980, si trasferisce in un ambiente più modesto sulla Cinquantasettesima Strada Ovest.
“Molti dei grandi dibattiti sull’architettura e l’urbanistica a New York si sono svolti e sviluppati qui all’Urban Center” ricorda Vin Cipolla, presidente della Municipal Art Society.
La sede era adeguatamente simbolica. Era stata la società artistica a spingere per la tutela di questo fabbricato del 1884, la Villard Housesall’angolo fra Madison Avenue e la Cinquantunesima Strada, progettato da McKim, Mead & White, salvandolo dalla demolizione per far posto al Palace Hotel.

Margot Wellington, all’epoca responsabile esecutiva della società, ricorda come dopo la decisione di non demolire il costruttore Harry B. Helmsley acconsentì a mantenere l’edificio intatto di fianco all’albergo, indicando anche l’associazione fra gli inquilini. Proposta accettata— con affitto di favore a lungo termine — e il resto dell’ala settentrionale a forma di U in stile Renaissance Revival occupato da inquilini simili, dall’American Institute of Architects, all’Architecture League al Parks Council. Lo spazio condiviso al pianterreno si chiamò Urban Center.
“Era un punto di incrocio” dichiara la signora Wellington in un’intervista. “Ci faceva molto più forti di quanto non fossimo mai stati. Molte cose diventavano possibili grazie all’Urban Center”.

Il 23 gennaio chiude anche l’Urban Center Books, forse la più nota libreria della città per quanto riguarda architettura e urbanistica, che resta attiva online.Jerold S. Kayden, professor di urbanistica e progettazione alla Harvard University Graduate School of Design, spiega come quel negozio fosse un vero luogo di sogno per chi ama scorrere le offerte, e un ottimo posto per incrociare casualmente amici e colleghi. “Triste, sostituire allo spazio fisico quello solo virtuale” commenta.
Chiunque abbia avuto a che fare col centro giudica abbia avuto un ruolo essenziale in grandi obiettivi come la tutela monumentale dei teatri di Times Square o l’opposizione all’enorme grattacielo su Columbus Circle. “Gran parte delle più importanti campagne, di conservazione monumentale, tutela delle sponde, dei parchi, sostegno per le case popolari, tutto è avvenuto dentro questo edificio” ricorda Kent Barwick, ex presidente per un lungo periodo della società.
Negli ultimi anni, però, ci sono stati molti dubbi sull’efficacia dell’associazione.

Comunque, la perdita del luogo d’incontro è avvertita d tutti nel campo dell’urbanistica e dell’architettura. “É un bell’arco di tempo, trent’anni: possiamo solo celebrare il fatto che questo magnifico edificio sia stato salvato e usato per un’ottima causa” spiega Randall Bourscheidt, presidente della Alliance for the Arts. “La realtà è che, anche nell’epoca di internet, non c’è nulla che possa sostituire l’incontro delle persone nel medesimo luogo per discutere”.
La società artistica vorrebbe trovare ora un nuovo spazio d’incontro permanente, e si spera di individuarlo entro la metà dell’anno prossimo, continua Cipolla.
Ma, racconta Rick Bell, responsabile esecutivo della sezione di New York dell’American Institute of Architects, trasferitasi dalla Villard Houses anni fa, negli ultimi tempi molte associazioni , compreso il suo Center for Architecture, hanno creato altri luoghi dove il pubblico si può incontrare a discutere le varie questioni del divenire urbano. “L’ urban center è stato il nostro modello. Sim dall’inizio era uno spazio dove si poteva collaborare e impegnarsi verso una città migliore”.

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