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Un'Arida Metropoli Bianca
Data di pubblicazione: 14.05.2010

Autore:

Un libro sulla città dispersa fucina di antiglobalizzazione neoreazionaria: Richard Benjamin, Searching for Whitopia. E qualche riflessione su casa nostra, da Carta n. 2 2010

Cosa andrebbe a cercare un immigrato colto, ricercatore, inserito nel tessuto sociale italiano, in qualche valle simbolo della Lega Nord? Soprattutto cosa ci troverebbe davvero, all’ombra dei campanili, delle insegne di distributori che collegano in linea diretta quei campanili alla grande metropoli?

Non è una questione stravagante, solo una approssimativa “traduzione in italiano” del progetto di riflessione che ha accompagnato Rich Benjamin alla ricerca dell’Utopia Bianca, raccontata in Searching for Whitopia: an improbabile journey to the heart of White America (Hyperior 2009). Benjamin è brillante narratore, ottimo promotore di se stesso nel luminoso cuore di tenebra delle sacche di sedicente purezza wasp. Benjamin è nero, urbano, con radici che mescolano continenti, culture, passaporti, e riesce però sempre a dialogare coi suoi interlocutori: bianchi, ricchi, nascosti dietro i cancelli di qualche gated community videosorvegliata, e/o dietro l’ortodossia da zoccolo duro del Partito Repubblicano.

La storia che racconta è però soprattutto storia di luoghi: l’Utopia Bianca non è categoria dello spirito, ma si impasta col territorio, la geografia, le forme dell’insediamento che esprimono/condizionano le culture. In Principio è l’Esurbio, categoria ahimè poco nota dalle nostre parti, ma che oltre oceano è da diversi anni al centro di riflessioni, come quelle riformiste della Brookings Institution. Ancora più in principio, c’è il ‘900 dell’automobilismo, mutui per comprarsi la villetta con giardino, il cosiddetto white flight, fuga dei bianchi dalle città. Una fuga prima alla ricerca del sogno americano degli steccati bianchi visto un milione di volte, poi una fuga dal suo inevitabile rovescio della medaglia: il disinvestimento. Se si guardano queste due facce della medaglia, si intravede l’Utopia Bianca.

Il sogno americano non è per tutti. Nei quartieri di villette spesso, quasi sempre, c’è qualche forma esplicita o implicita di esclusione dei non-wasp. E man mano avanzano diffusione del reddito, accesso alla casa, flussi migratori e complessità sociale, il sogno americano “puro” prosegue su un altro guanciale: dal suburbio di prima fascia di Revolutionary Road, ai quartieri recintati mono-sociali come quelli dei pensionati in Florida, fino all’esurbio estremo, che si confonde con gli ambienti rurali anche se di rurale non ha nulla, legato a doppio filo con la metropoli, a un paio d’ore di macchina.

È da qui che parte il percorso di Benjamin, dalla situazione più estrema, fra predicatori buoni ma fino a un certo punto, vecchie signore del comitato per i valori tradizionali, e tanto di (ex) campo neonazista paramilitare che evidentemente lì, in quell’ambiente, aveva trovato un buon nido. Il tranquillo pescatore di trote si rivela ex spietato poliziotto metropolitano, un po’ alla Harry Callaghan, e introduce al ricco mondo dei suoi colleghi che si sono trasferiti in massa in quell’esurbio. Sparito o messo ai margini il vecchio conservatorismo rurale, alla Tranquillo week-end di paura, inquietante ma prevedibile, l’impeccabile lindore dei vialetti rivendica un diritto al lindore dell’anima wasp, più o meno declinato a seconda dei luoghi e dei segmenti sociali, più o meno esplicito e sbrigativo. Unica costante, come già rilevavano le ricerche Brookings, il massiccio voto ai Repubblicani e ai candidati più ultraconservatori.

Ma sarebbe un errore ovviamente fermarsi a questo punto, e immaginarsi una specie di guerra di civiltà del conservatore contro il progressista, del suburbio contro la città, del colored contro il wasp, e nemmeno del ricco contro il povero. Quello che Benjamin ci accompagna a conoscere è l’infinita serie di sfumature in cui l’Utopia Bianca si articola, e come spesso inconsapevolmente inneschi il rovescio della medaglia della relativa emarginazione, dei disinvestimento non solo infrastrutturale ma anche politico e culturale verso la vera società di oggi: quella che, piaccia o meno, è determinata dai processi di globalizzazione. Di cui gli inconsapevoli suprematisti bianchi nelle loro casette superaccessoriate da un milione di dollari sono vittime tanto quanto gli altri, quelli che abitano nelle roulotte scassate nascoste nel buio oltre la siepe della stazione di servizio, e che poi nelle ville superaccessoriate vanno a fare le pulizie, o a curare i bambini. Ma facciamo retromarcia col nostro ideale SUV, e torniamo ancora all’inizio.

Per esempio all’esurbio nostro, noi che forse non abbiamo una Brookings Institution in grado di raccontarcelo, e forse per questo lo chiamiamo con altri nomi, di solito campagna. Se si guida per un’oretta a est di Milano sulla strada di media pianura, a un certo punto si intravede una specie di Fort Alamo: il rudere di una cascina che sorge dai campi verdi; sul rudere la scritta PADANIA LIBERA; issata in alto, ben visibile anche a distanza, la bandiera col Sole delle Alpi. Suggestivo e folkloristico, sta lì a marcare una specie di confine, come in fondo tante altre scritte e bandiere soprattutto sulla linea fra la bassa pianura e il pedemonte. La cosa che ci confonde davvero, a parte la latitanza di ricerche credibili e sistematiche (lasciamo perdere la compagnia di giro improvvisata che finge di occuparsi di queste cose da lustri) su questo impasto insediativo, è il diverso significato che assume la parola rurale per gli americani e per noi.

L’Utopia Bianca salta agli occhi in quanto tale proprio perché si insedia in un contesto rurale sostanzialmente privo di storia e preesistenze, il nostro neolocalismo reazionario (così come la città dispersa che pervade) sfrutta e confonde campanili, cascine, piccoli centri storici. Così, esattamente come certi urbanisti che negano l’esistenza di un preoccupante sprawl suburbano solo argomentando più o meno sulle forme delle villette e la vicinanza della chiesa parrocchiale settecentesca, altri osservatori sorvolano più o meno colpevolmente sull’aleatorietà di una interpretazione puramente locale di alcune sgradite evoluzioni sociali: sono invece i cerchi concentrici della nostra Utopia Bianca, allargati dalla metropoli e veicolati dalla medesima inerzia che vorrebbe malamente metabolizzarli per puri motivi di consenso.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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