Trovato su: http://mall.lampnet.org/article/articleview/13008/0/214/

Per chi suona la chitarra sui gradini dei grattacieli


Eddyburg Sito di Fabrizio Bottini Città Spazi centrali

C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari

Raccontano i giornali che sta succedendo qualcosa all'ombra delle creature di Maurizio Lupi. Non mi riferisco alla tragedia (l'ennesima piccola tragedia in quella più grande della devastazione della valle) annunciata del Tav, delle cariche della polizia mandata anche dal nuovo ministro delle infrastrutture di concerto col suo collega kazako degli interni. Parlo invece di creature più antiche del medesimo politico, che già da giovane assessore all'urbanistica milanese più di dieci anni fa aveva le idee chiare su come occupare i territori: tanto cemento, modellato secondo gli interessi dei grandi investitori, e senza troppi impicci burocratici. C'era scritto addirittura nelle regole dei piani: non ci sono regole, l'unico limite è il buon senso comune, la provvidenza divina, condensati in ciò che chiamiamo il libero mercato. Alla fine di scontri politici culturali e non, quell'idea più o meno è spuntata dal suolo sotto forma di grossi funghi cementizi, il più vistoso dei quali per adesso è il cosiddetto Quartiere Porta Nuova, rapidamente assurto a nuovo simbolo ufficioso della Milano postmoderna.

Sarà sicuramente capitato a quasi tutti, negli ultimi mesi, di vedere qualche scorcio di quella zona, di solito dominato dalla guglia progettata dallo studio Cesar Pelli a scimmiottare quella della Madonnina (lo si capisce solo dopo un po', e guardandola da lontano che spunta sopra i tetti di tutto il resto). Scorci che, di solito, rivelano anche la personalità e l'opinione di chi ha scattato quelle foto: nitidi skyline - diciamo dal quarto piano in su – quando si vuole esprimere approvazione per la futurista città che sale; primi piani di auto accatastate, macerie, su cui incombono quei grossi volumi gettando ombre, nel caso di una critica più o meno netta a quel modello di sviluppo urbano. Quello che entrambi i tipi di inquadratura non riescono ovviamente a cogliere, è però tutto lo sgattaiolare nell'ombra delle curtain walls di Maurizio Lupi, sostanzialmente a sua, e di solito nostra, insaputa. Un vero e proprio movimento di massa, che mica tanto lentamente inizia a colonizzare il cosiddetto plinto urbano dei grandi volumi sigillati, la zona grigia fra la rendita e la città reale che la alimenta.

I cronisti, e pure i baristi se è per questo, hanno notato un regolare affollarsi di giovani sulle gradinate spesso ancora non finite ai piedi dei grattacieli. Fanno quello che fanno di solito i ragazzi in tutti i posti che riescono a ritagliarsi: chiacchierano dei fatti loro, a volte pomiciano, sbevazzano, sfumazzano, ascoltano musica etero o auto prodotta con le immancabili chitarre acustiche pret a porter. Forse William Holly Whyte ne sarebbe entusiasta, di questa social life of small urban places e sicuramente l'oggi ministro Lupi ce lo indicherebbe come trionfo della sua idea di città che apre le porte al futuro, invece di imputridire sulla nostalgia delle ciminiere e dei lacciuoli urbanistici vetero socialisti. Ma è davvero così? Sul serio il futuro della metropoli è questo ritorno del silenzio nei quartieri storici mentre la movida giovanilista col suo relativo fracasso e consumi si travasa verso i quartieri delle joint-ventures privato-pubbliche, concepite anche per questi nuovi comportamenti, e pure attrezzate con fermate del trasporto pubblico e pavimentazioni facili da tenere pulite?

Sicuramente c'è materiale per riflettere, osservando quel che succede. Ma osserva che ti osserva, anche l'osservatore finisce per cominciare a addomesticare un po' quegli spazi fuoriscala, travestiti dagli architetti con criteri simili a quelli delle gallerie commerciali centrali anni '50 e '60, ovvero una interpretazione avanzata dei modelli di via e piazza, multilivello (gli scalini ubiqui, a raccordare il piano della città pubblica e gli enormi volumi della nuova edilizia speculativa). E la parola che riecheggia è proprio Galleria Commerciale, con la maiuscola come nel più famoso passaggio coperto ottocentesco in centro, o con la minuscola dei moderni scatoloni extraurbani comodo parcheggio sconti tre per due. Non sarà che questo genere di brulicante vitalità sociale rischia di assomigliare molto, nella sua potenziale segregazione, proprio a una versione rimodulata del passeggio commerciale familiare (o meno familiare) negli spazi addomesticati dello shopping mall? Niente di negativo in sé e per sé, si badi bene, scambi e relazioni sono naturalmente da sempre il motore e la linfa che alimenta l'organismo urbano, e l'aspetto direttamente commerciale ne fa parte a pieno diritto, con tutti gli annessi e connessi. Ma torna la questione delle regole, della regia pubblica tanto disprezzata a suo tempo dall'assessore Maurizio Lupi oggi promosso (magari proprio per quello) ministro della repubblica e responsabile delle grandi trasformazioni del territorio, fisiche e di conseguenza sociali (ma non dovrebbe essere il contrario?)

In altre parole, così come succede con la strada, la piazza, lo spazio collettivo annesso a qualche funzione privata, vedi le contraddizioni legali di Occupy Wall Street a Zuccotti Park, anche per questi nuovi flussi in nuovi contesti, e per quelli che dovessero manifestarsi nel futuro, la chiave è la regia, la capacità di governare attraverso regole i modi e i tempi d'uso. Non basta il libero mercato per la piazza del mercato. Quei ragazzi sui gradini che suonano la chitarra potrebbero magari in futuro sentirsi chiedere i diritti d'autore per i pezzi proposti, o dover pagare l'ingresso a quell'atrio concesso in esclusiva al Business Improvement District di zona, visto che i gradini sono gentilmente offerti da Tizio Caio & Co. Facciamo in modo che non possa accadere, ovvero che la nuova città sia davvero tale, impastata di gente e desideri, non solo di mattoni e denaro.



| Spedisci questo articolo ad un amico |