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Albergo Diffuso, un albergo che non si costruisce
Data di pubblicazione: 22.06.2010

Autore:

Da AL mensile degli architetti lombardi, numero monografico Expo 2015 ospitalità e ricettività, aprile 2010. Un’idea intelligente che, appunto, di solito fa paura ai nostri eroi dello “sviluppo”

La prima idea di Albergo Diffuso era semplicemente quella di utilizzare a fini turistici delle case vuote, appena ristrutturate grazie ai fondi del post-terremoto del Friuli.
L’idea non aveva niente di originale, a parte il nome. L’approccio era per così dire “product oriented”, non teneva cioè in considerazione le aspettative degli eventuali ospiti, ma solo quelle dei proprietari. È stato il nome a costringermi a mettere a fuoco il concept di Albergo diffuso che conosciamo oggi, un modello che 13 regioni del nostro Paese hanno, più o meno bene, normato. Un modello di albergo orizzontale, sostenibile, un attrattore per i centri storici e i borghi del nostro Paese. ) Un modello di albergo originale che non offrisse camere, ma la possibilità di vivere lo stile di vita in un borgo, alloggiando in case che si trovavano in mezzo a quelle dei resi- denti. Non si poteva chiamare "albergo", infatti, una forma di ospitalità fatta solo di case messe in rete tra loro, cioè una formula a tutti gli effetti extralberghiera, e niente affatto originale.

Bisognava pensare alle case come a delle camere, e ad una di esse come alla reception di un albergo, al luogo di accoglienza, dove fosse possibile trovare gli spazi comuni e tutti gli altri servizi alberghieri. Pensare ad una gestione alberghiera imponeva di cercare case non lontane tra di loro, la lontananza infatti le avrebbe rese in- gestibili. Con queste condizioni si sarebbe dato vita ad una gestione alberghiera in un contesto però del tutto origina- le, quello autentico di un "albergo che non si costruisce". Fin dai primi tentativi capii che perche tutto questo potesse funzionare e non restasse solo teoria ci voleva un borgo abitato, un centro storico con una comunità viva, perche altrimenti anziché proporre una esperienza autentica, uno stile di vita, si finiva per organizzare la solita proposta per turisti, artificiale, in un borgo che, strutture a parte, finiva per non essere troppo diverso dall'idea del villaggio per turisti.

Oggi, a 12 anni dalla prima normativa, l'albergo diffuso vanta una notorietà straordinaria se rapportata alla sua effettiva realtà, che è data da una cinquantina di strutture che hanno le caratteristiche minime per essere considera- te tali, e da un centinaio di tentativi che oscillano dalla rete di case con un booking centralizzato, ad un modello più ampio ed elastico definibile come "paese albergo", e ad almeno altri 200 progetti in corso, gran parte dei quali però non darà vita ad una albergo orizzontale, ma piuttosto ad un Residence orizzontale.

Negli ultimi anni si sono tenuti convegni ed iniziative sull'albergo diffuso in diversi Paesi europei dalla Croazia alla Francia, dal Portogallo alla Bosnia, e questo soprattutto perche l'albergo diffuso ha dimostrato di essere anche un modello di sviluppo a rete, che genera filiere e che rappresenta un contributo allo spopolamento dei borghi.
AI momento l' Associazione nazionale degli Alberghi Diffusi è impegnata sia a valorizzare la formula che a difenderla, perche mentre all'estero si è colta l'originalità del modello e il suo essere made in Italy -non a caso si tende a man- tenere il nome di albergo diffuso in italiano, esattamente come facciamo noi quando parliamo di B&B -alcune regioni del nostro Paese purtroppo non hanno avuto la stessa sensibilità di salvaguardare le peculiarità del modello e hanno regolamenti molto flessibili e poco chiari.

Quanto alla Lombardia è evidente che la norma sull'albergo diffuso (LR. 9 febbraio 2010 n. 8 Art. 1) apre la possibilità di utilizzare l'enorme patrimonio di case non abitate o abbandonate, in città, nei borghi o in montagna, e potrebbe evitare ulteriori impatti all'ambiente. In attesa del Regolamento attuativo, la norma approvata chiarisce bene che l' AD è un albergo, ma è troppo elastica per quanto concerne le distanze (si prevede addirittura che un AD possa sorgere su più comuni!). In ogni caso in vista dell'Expo I'AD potrebbe dare un contributo per evitare di far costruire ex novo alberghi che non avrebbero un futuro nel post Expo. Ovviamente tutto questo non dipende solo dalla normativa regionale, dipende soprattutto dalle persone, dai proprie- tari, dai gestori, dagli architetti.
A questi ultimi io consiglierei di guardare le esperienze di successo. Un vero AD riesce a lavorare 12 mesi l'anno, perche propone un'offerta, un luogo abitato, che non è legata alla stagionalità. Perche questo accada i corridoi dell'albergo diffuso devono essere le strade, alla hall tradizionale si deve aggiungere una hall esterna, il vicinato. L’ideale sarebbe che I'AD sorgesse in una piazzetta. Gli appartamenti che compongono I'AD devono essere solo una percentuale dei posti letto, che in maggioranza devo- no essere "camere". Gli immobili che compongono I'AD si devono riconoscere per uno stile che ne permetta la leggibilità.

Immagino che questo ed altri consigli che l'esperienza permette di suggerire facciano pensare a problemi e competenze che non sono solo quelle dei proprietari, ed in effetti è così. Anche per questo abbiamo dato vita ad una rete di comuni che ospitano alberghi diffusi (al mo- mento sono 24), perche solo assieme, pubblico e privato, si possono affrontare sfide come questa.
Requisiti del modello di Albergo Diffuso:

. Gestione unitaria -struttura ricettiva gestita in forma imprenditoriale;
. Servizi alberghieri -struttura ricettiva alberghiera gestita in forma professionale;
. Unità abitative dislocate in più edifici separati e preesistenti- centro storico abitato;
. Servizi comuni -presenza di locali adibiti a spazi comuni per gli ospiti (ricevimento, assistenza, sale comuni, bar, punto ristoro);
. Distanza ragionevole degli stabili -massimo 200 metri tra le unità abitative e la struttura con i servizi di accoglienza (i servizi principali);
. Presenza di una comunità viva -comunità ospitante, integrazione nel territorio;
. Presenza di un ambiente autentico -integrazione con la realtà sociale e la cultura locale;
. Riconoscibilità -identità definita e uniforme della struttura; omogeneità dei servizi offerti ;
. Stile gestionale -integrato nel territorio e nella sua cultura.








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Il sito di Edoardo Salzano
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Purvis, Andrew
( 06.09.2010 16:01 )
Berman, Laura
( 06.09.2010 11:54 )
Forbes, Rob
( 05.09.2010 14:12 )
La qualità domestica ancora una volta si tira appresso tutto il resto, nella nostra casa allargata metropolitana, e ancora centrale il ruolo delle … ehm neocasalinghe. The Daily Beast, 5 settembre 2010 -->
Teja Sharma, Ravi
( 05.09.2010 12:50 )
Ervin, Keith
( 04.09.2010 17:58 )
Jégo, Marie
( 04.09.2010 16:58 )
Boyle, Theresa
( 03.09.2010 10:26 )
Extance, Andy
( 02.09.2010 16:04 )
Zwahlen, Cyndia
( 30.08.2010 11:54 )
Belloni, Caterina
( 30.08.2010 10:48 )
La Lega Nord ogni tanto si accorge, a modo suo, di alcuni risvolti del mercato globalizzato, e da par suo esprime opinioni. Puntualmente sbagliate, che interpretano malamente il localismo. Corriere della Sera ed. Lombardia, 29 agosto 2010 -->
Hattam, Jennifer
( 30.08.2010 10:45 )
Usborne, David
( 30.08.2010 10:42 )
( 27.08.2010 21:28 )
Hatherley, Owen
( 26.08.2010 19:19 )
Tobol, Sarah
( 26.08.2010 11:18 )

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