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Expo, le serre sono già fuori tempo
Data di pubblicazione: 18.07.2010

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Emblematico del modo patetico in cui il tema agricolo-alimentare centrale dell’evento sia stato emarginato: la natura ha i suoi tempi, diversi da quelli del sacro cemento. La Repubblica ed. Milano, 18 luglio 2010

Non ci sono solo i ritardi sulla società di gestione, sui fondi, sulle aree di Rho-Pero: l’Expo è paralizzata anche sul suo tema centrale, l’agricoltura e la nutrizione del pianeta. L’allarme arriva da tecnici e agronomi: per realizzare le serre e gli orti planetari servono anni, ma i lavori non sono mai partiti. Non sono stati fatti neppure i prelievi necessari per testare il terreno. Morale, serre e orti sono già fuori tempo, e più passano i mesi più cala la "qualità" di ciò che l’Expo sarà in grado di far vedere ai visitatori.

Sulle mappe sono lì, appena varcato l’ingresso orientale. «Per sottolineare l’importanza di tale area tematica - cita il dossier - quale premessa fondamentale alla comprensione del contenuto di Expo 2015». Il teatro stesso dove mettere in scena i paesaggi e le diverse colture che l’uomo ha introdotto a tutte le latitudini, accanto a quell’orto globale che saranno gli stessi Paesi a riempire con i sapori del mondo. Dalla foresta pluviale alla tundra. C’è la collina alta 40 metri con le terrazze di olivi e viti e le serre alte fino a 50 metri dove riprodurre i climi di Asia e America Latina. Sono i cinque "agrosistemi" destinati a rimanere anche in futuro come un parco ludico-scientifico. Ma è proprio l’idea "rivoluzionaria" di un’Esposizione capace di incarnare nello stesso sito il tema dell’alimentazione, quella che rischia di più per i ritardi della macchina Expo. Perché i tempi della natura sono diversi da quelli della politica.

Mentre i soci pubblici stanno ancora litigando su come entrare in possesso dei terreni, ci sono gli esperti che avrebbero già dovuto iniziare a fare saggi e campionature per capire le condizioni di quel milione di metri quadrati a Rho-Pero. E che, invece, rimangono in attesa. Quella terra contesa rimane un mistero per gli agronomi. Sono loro che dovranno indicare con precisione le decine e decine di specie che metteranno radici: una lista che, con il passare del tempo, rischia di accorciarsi rendendo il progetto meno ambizioso. Tanto che Claudia Sorlini, la preside della facoltà di Agraria della Statale che guida il gruppo di lavoro, dice: «I tempi sono stretti e sono molto preoccupata. Siamo convinti che l’idea sia buona, ma avremmo voluto partire già quest’anno per avere maggiori garanzie di successo».

Lo schema che individua i cinque climi da rappresentare è pronto: tropicale umido, tropicale secco, deserto, temperato freddo, mediterraneo. Per ognuno si partirà dalla vegetazione naturale per poi riprodurre tecniche e colture. Un laboratorio anche per il futuro. «Sarà la prima eredità che Expo lascerà a Milano - dice uno dei padri del masterplan, Stefano Boeri - , il primo al mondo a mettere insieme i diversi habitat con le tecniche di coltivazione anche nelle condizioni più estreme. Sono certo che potrà rappresentare dopo il 2015 una formidabile attrazione e una fonte di reddito». Lo hanno firmato, oltre agli architetti di Expo, quelli del Politecnico e la facoltà di Agraria: uno studio «di massima», lo definisce Sorlini che adesso, però, deve diventare operativo. Da aprile nessuno ha avuto neppure l’autorizzazione ad andare a studiare i terreni per vedere se sono adatti dal punto di vista agrario. A spiegare i rischi della paralisi è Stefano Bocchi del dipartimento di produzione vegetale della Statale, uno degli autori: «Siamo già in ritardo e, più si va avanti, più si dovrà semplificare il progetto con il pericolo di realizzare qualcosa di artificiale».

Per il dossier le date sono state dettate: anche per le serre e i campi dovranno essere lanciati a ottobre concorsi internazionali, con i lavori che potranno iniziare ad aprile del 2012 per concludersi a novembre 2014. Ma l’orologio degli esperti si muove a velocità diversa: entro il 2010 dovrà essere verificata la situazione dei terreni e delle acque, e dovranno essere individuati i tipi di piante e gli enti che potranno farli arrivare. «Abbiamo allacciato contatti con una importante società olandese per importarle e abbiamo scambi con il Kew Garden di Londra, ma adesso dobbiamo passare alla fase operativa - spiega Sorlini - Avremmo voluto far arrivare già qualche esemplare per farlo "acclimatare" in altre strutture». E invece si aspetta. «Dovremo trasportare terra adeguata - continua Bocchi - e servono mesi per averla così come le diverse specie di piante e le autorizzazioni necessarie per importarle». Ma quali sono i tempi? «Per accogliere i visitatori a maggio 2015 - calcola Bocchi - tutto deve essere pronto a maggio del 2014 per avere a disposizione un anno per il collaudo». E per arrivare a questo punto la necessità è partire entro il 2010: «Almeno tre anni e mezzo prima, iniziando anche a lavorare in altre strutture di appoggio». Un discorso analogo vale per l’orto globale, ovvero i 140 appezzamenti che saranno i Paesi, poi, a dover allestire coltivando anche i loro prodotti base. Anche in questo caso, a seconda del progetto, la terra dovrà essere preparata almeno tre anni prima.

Il monito dell’esperto "Tempi troppo stretti alle piante non si comanda"

«I tempi sono strettissimi: cinque anni dal punto di vista agronomico sono niente. Per realizzare le serre serve un lungo e complesso lavoro. Ma bisognerebbe pensare immediatamente anche ai programmi: non si possono costruire gli edifici e poi, tra due anni, iniziare a pensare a quello che vogliamo organizzare all’interno». Sono queste le incognite che vede Lorenzo Morelli, preside della facoltà di Agraria dell’università Cattolica di Piacenza.

Professore, qual è il rischio per le serre di Expo?
«Di arrivare a ridosso del 2015 e di mettere insieme qualcosa che non sia scientificamente all’altezza. A un certo punto, se non si inizierà il prima possibile, si dovrà ripiegare su quello che si può fare in poco tempo e non sarà sicuramente lo stesso progetto. Rischiamo di non esprime davvero l’eccellenza, ma soltanto l’improvvisazione italiana. E invece, con Expo, dovremo parlare a tutto il mondo di cosa è un sistema agroalimentare. In questo senso la parte dedicata alla coltivazione, è soltanto un tassello di un mosaico che va, come suggerisce l’Unione europea, dalla fattoria alla forchetta, dalla produzione alla trasformazione fino alla distribuzione».

Perché parla di tempi stretti?
«Ci sono piante che hanno tempi di crescita e di sviluppo pluriennale. Facciamo un esempio banale: se vogliamo piantare la vite, dobbiamo sapere che i primi frutti utilizzabili per il vino arriveranno tra tre anni. Ecco, ho parlato della coltivazione in teoria più semplice, quella più diffusa nel nostro ambiente».

Per essere sicuri di realizzare un progetto unico, quindi, quando dovremmo partire?
«In realtà già oggi si dovrebbe avere in mano un piano operativo. Uno dei principi base che vengono insegnati ai nostri studenti, poi, è che non si può coltivare qualsiasi cosa su qualsiasi terreno. Ammesso e non concesso che vada bene quella terra, quindi, bisogna partire subito. Vede, ci sono i tempi tecnici che non possono essere ignorati: non è possibile forzare una pianta a crescere perché siamo in ritardo. Qualsiasi coltivatore, poi, sa che un certo numero di piante, anche per gli esemplari più semplici, non attecchisce. E, per alcuni, sarà una prima assoluta».

Quale è, secondo lei, il termine ultimo?
«Credo che la primavera del 2011 sia da considerare come l’ultima chance».

Quali sono le altre incognite oltre alla qualità della terra?
«I controlli e le leggi. Non si possono importare piante o terreni così facilmente. Anche il ministero della Salute, immagino, avrà qualcosa da dire perché non si possono importare anche nuovi parassiti? Milano è tappezzata da pubblicità contro il tarlo asiatico: forse anche in questo caso basta un esempio per comprendere la complessità di queste procedure».

Ci sono altri esempi simili a quello che si vuole realizzare a Rho-Pero nel mondo?
«Credo che agli agronomi responsabili del progetto tremeranno i polsi: è un esperimento bellissimo, ma in parte completamente nuovo e con tutte le incognite che questo comporta. Ecco perché, qualsiasi esperto, le dirà che serve tempo».

Anche i Paesi dovranno coltivare e mostrare i loro prodotti nei singoli padiglioni. Ci sono le stesse difficoltà?
«Bisognerà vedere se i Paesi saranno pronti e disponibili. E parliamo soltanto della filiera vegetale, quando invece credo che si dovrà affrontare anche quella animale. Anche in questo caso il minimo indispensabile sono tre anni. Ma la mia preoccupazione più grande è un’altra».

Quale?
«Ho paura che si seguano due strade parallele e invece strutture e contenuti devono incontrarsi. Expo deve essere un punto di incontro e discussione per affrontare temi come la sicurezza alimentare e la didattica, l’occasione per insegnare alle nuove generazioni come mangiare pensando alla salute e affrontando i due pericoli opposti: l’obesità e la malnutrizione».









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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
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