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Il futuro dell’alimentazione urbana sta nelle fattorie verticali?
Data di pubblicazione: 29.07.2010

Autore:

Una rassegna dell’approccio high-tech all’agricoltura in spazi densi: sicuramente non l’unico metodo, e per qualche verso discutibile, ma certo ricco di aspetti innovativi sul versante delle conoscenze scientifiche. Green Futures, 28 luglio 2010

Titolo originale: Are vertical farms the future of urban food? Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Le arcate salgono alte sulle mura dell’antica città, canne immerse dentro a bitume e gesso. Gli strati di gallerie comunicano l’uno con l’altro sino a raggiungere la luce del sole, e l’acqua è pompata dal fiume attraverso tubature sino ai livelli più elevati. Le lettiere di terriccio sono spesse a sufficienza per far attecchire anche gli alberi più grandi...
Così i leggendari Giardini Pensili di Babilonia, descritti dagli storici greci Diodoro e Callistene, il primo esempio di agricoltura in verticale – almeno a parere di Dan Caiger-Smith. La sua impresa,Valcent, sta aggiornando il concetto al XXI secolo, e ha iniziato da poco questa attività a Paignton Zoo in Devon.
L’idea pare straordinariamente semplice: sfruttare al Massimo una piccola porzione di spazio, stipando serre con lettiere di terriccio l’una sopra l’altra.

Nel contesto moderno i problemi economici e ambientali spingono l’agricoltura anche a queste sperimentazioni verticali. La popolazione globale dovrebbe superare i 9 miliardi nel 2050, e la corsa alle terre da coltivare per scopi alimentari ed energetici si fa sempre più affannosa. Abiteremo per quattro quinti nelle dense aree urbane, e la crescente consapevolezza riguardo all’impronta ecologica e al consumo idrico dei prodotti trasportati su lunghe distanze spingono verso l’alta desiderabilità di prodotti locali.
Così è facile capire come cresca il fascino di un sistema che, ribadiscono i promotori, può arrivare a venti volte la produttività dello spazio agricolo attuale, usando meno acqua, tagliando le distanze percorse, i costi energetici, aumentando la sicurezza alimentare.
“É la risposta a moltissime grandi questioni del futuro”, commenta Caiger-Smith.

Il sistema della Valcent consuma la medesima quantità di energia di un computer casalingo acceso per dieci ore al giorno. E basta per produrre mezzo milione di cespi di lattuga l’anno: secondo la compagnia, sette volte meno di quanto è necessario per far crescere la medesima quantità in una coltura tradizionale.
La fattoria da cento metri quadrati al Paignton Zoo produce verdure in foglia per alimentazione animale. Usa la tecnica idroponica, in cui le piante crescono in una soluzione ricca di sostanze nutrienti anziché nel terriccio. Organizzate su otto strati, le colture ruotano continuamente per assicurare adeguata illuminazione e aerazione. Il sistema consente anche alle sostanze nutrienti che non sono state utilizzate dalle piante si essere raccolte e reimmesse in circolo, insieme all’acqua, il che riduce i consumi e gli scarti al minimo.

É solo l’inizio, spiega Caiger-Smith. L’impresa oggi ha oltre 150 clienti nel mondo che aspettano di vedere la risposta dell’idroponia anche alle necessità umane.
Ma come. Certo a questo proposito abbondano le suggestive impressioni artistiche, ma nessuna effettivamente operante: come possono le colture verticali davvero corrispondere alle incredibili potenzialità di produzione ed efficienza vantate?
Eliminando una serie di ostacoli. Tanto per cominciare, non servono più trattori e altro macchinario che dipende dal carburante. Quasi eliminate anche le distanze su cui devono essere spostati i prodotti dal produttore al distributore al consumatore. Per usare le parole di Jeanette Longfield, coordinatrice per l’agricoltura e l’alimentazione di Sustain: “L’agricoltura intensive oggi dipende del tutto dai combustibili di origine fossile, dai fertilizzanti a base di azoto, dalle attrezzature meccaniche di lavorazione e refrigerazione: l’agricoltura urbana da questo punto di vista è un’ottima risposta”. In particolare, la Longfield vede “un grande potenziale per i prodotti deperibili difficili da spostare”.

Inoltre, si elimina la tradizionale dipendenza della produttività dal tempo atmosferico, con maggior sicurezza per tutta la catena di fornitura.
Ancora lontani però modelli di impresa sperimentati. “Per costruire un grattacielo ci vuole la borsa valori” commenta Natalie Jeremijenko, ingegnere aerospaziale e professore di igiene ambientale alla New York University. Dubita che il reddito prodotto dalle colture verticali possa essere sufficiente a coprire le spese. Questo certo non diminuisce il suo interesse. Al contrario, ha prodotto due progetti per aggirare il problema: un piccolo baccello idroponico da sistemare sui tetti, dalle forme curve per aumentare al massimo la luce solare; e poi una fattoria verticale organizzata attorno alla scala antincendio di una torre già usata altrimenti.

Il gruppo Sustain vuole anche dimostrare che i terreni urbani non devono per forza essere carissimi. Col programma Capital Growth, che ha l’obiettivo di creare 2.012 nuove superfici a Londra entro i giochi olimpici di quell’anno. Una ricerca che comprende “tutti i tipi di nicchie e angolini”: dai cortili delle scuole alle sponde dei canali ai tetti delle case.
Altra scelta, quella di fare le cose su scala industriale. Dickson Despommier della Columbia University, autore di The Vertical Farm: The World GrowsUp, è convinto che sia giusto affrontare la coltura verticale letteralmente a un altro livello. Così vuole concepire un tipo nuovo di grattacielo a cambiare lo skyline della Grande Mela: grandi fabbricati multipiano interamente dedicati all’agricoltura. Secondo Despommier, in un solo fabbricato di trenta piani si può produrre da mangiare per diecimila persone.

E non è il solo a pensare in grande. L’architetto belga Vincent Callebaut ha progettato una enorme torre sempre per New York, sulla Roosevelt Island. L’ipotesi di Callebaut, battezzata Libellula, è di edifici fertili e ricchi al loro interno, che costituiscono sistemi ecologici autosufficienti e sostenibili, in grado di produrre alimenti a sufficienza per chi li abita.
Non si tratta semplicemente di divagazioni fantastiche. Will Allen a Milwaukee ha già dimostrato la possibilità dell’idea col suo sistema di acquacoltura urbana Growing Power. Un metodo simbiotico che parte da creature acquatiche come i pesci tilapia e persico giallo, per distribuire le sostanze nutrienti. I prodotti di scarto del pesce fertilizzano le piante, e gli scarti delle piante e i vermi del terriccio nutrono i pesci. Entrambi, verdure e pesci, vengono commercializzati localmente a prezzi fissi, così che gli abitanti possano comprare direttamente ed economicamente.
Se le colture verticali si dimostreranno convenienti per produttori e consumatori, non dovrebbero incontrare troppa opposizione. Negli anni a venire, “cresciuto localmente” potrebbe significare davvero a pochi passi da casa.

Nota: a proposito di quasi tutte le esperienza citate (in particolare quella politicamente discutibile di Despommier favorevole agli OGM, e quella a forte orientamento sociale e internazionale di Allen) sono disponibili qui su Mall parecchi contributi, basta cercarli inserendo parole chiave nel motore di ricerca interno, o sfogliando soprattutto le pagine della sezione Ambiente (f.b.)

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