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Il bambino e l'acqua calda (del cambiamento climatico)


Eddyburg Sito di Fabrizio Bottini Ambiente

La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio

Uno studio pubblicato da Nature Climate Change sui danni apocalittici provocati dall'innalzamento del livello del mare nelle grandi città globali, quasi ovviamente trascura il nostro catino mediterraneo, essendo evidentemente sia la storica Venezia, sia i terminali portuali di Atene o Marsiglia del tutto trascurabili dal punto di vista della ricerca basata su dati quantitativi di perdite secche rispetto ai Pil, e relativa convenienza ad agire in anticipo, per i grandi poli metropolitani oceanici. Nondimeno, una doverosa attenzione se la merita il metodo, con relative implicazioni e declinazioni locali.

Il rischio di inondazioni devastanti cresce, sia per la sempre maggiore concentrazione urbana delle popolazioni e attività verso le coste, sia propriamente per il cambiamento climatico indotto dalle attività umane, sia a causa del fenomeno della subsidenza. Le cifre dei calcoli economici di questi danni sono da capogiro, e naturalmente possono essere osservate in due diverse prospettive: la prima con un occhio di riguardo per la prevenzione, per pianificare una serie di azioni e investimenti a far sì che insediamenti e funzioni sostenibili possano svilupparsi nel migliore dei modi nel futuro prevedibile.

La seconda, che spesso fa di tutto per contrastare la prima, è quella emergenziale, antidemocratica per definizione, di attendere i danni per intervenire d'urgenza scavalcando procedure e consensi, col metodo del progetto anziché del piano, di solito con opere di mega-ingegneria anziché piani complessi e integrati.
Il calcolo proposto da Nature è, coerentemente con la natura scientifica e sistematica di questo genere di studi, relativo a quanto necessario investire solo per NON ACCRESCERE troppo i rischi, che rimangono catastrofici. Appare evidente lo strettissimo rapporto fra sistemi socioeconomici nazionali, espressi nel pur discutibile (ma in questo caso parliamo d'altro) Pil, e assetti territoriali messi in gioco dalle traumatiche trasformazioni che incombono sulle coste.

E se questo vale per i giganteschi poli urbani e hinterland oceanici di rango economico globale, val davvero la pena chiedersi: quanto più pesa nel nostro catino tiepido e protetto mediterraneo e italiano? Dove come ha capito benissimo il patron dei baracconi alimentari Eataly, tutto si tiene proprio sul e nel territorio? Dove tutte le innovazioni devono ogni volta fare i conti, nel bene e nel male, con la stratificazione storica di lunga data che chiamiamo Italia?

Si aggiunga a queste considerazioni di massima quella contingente, ma non troppo, sui processi di deindustrializzazione del paese, sulla necessità di convertire gradualmente territori e società a diversi modelli di sviluppo o crescita (si scelga a piacere la dizione preferita), a comprendere maggior spazio per le attività culturali, la tutela del paesaggio, l'agricoltura e reti collegate, un sistema urbano e metropolitano integrato. E si comprende come la via imboccata per certi progetti di sviluppo locale monocorde, a colpi di porticcioli, o escavazioni di canali, o brutali trasformazioni sostanzialmente tardo-industriali con la promessa vaga di posti di lavoro, vanno nella direzione opposta all'inoppugnabile studio della rivista scientifica.

Come ben riassunto nei dati e osservazioni che propongono Elena Dusi e Salvatore Settis negli articoli da la Repubblica 20 agosto 2013 allegati. Resta da chiedersi se una politica che, come osserva sconsolato Ilvo Diamanti, non vede oltre la metà del proprio naso, sia vagamente in grado di capire il senso della sfida in atto. Anche solo per togliersi pudicamente di torno.


File allegati

Nature
Repubblica


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