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Come si impara a girare in bici per Manhattan
Data di pubblicazione: 25.11.2010

Autore:

Quanto è complicato soprattutto per un nuovo venuto adattarsi all’intricata maglia di percorsi, rischi, occasioni della nuova rete ciclabile della metropoli. Un racconto da The Guardian, 24 novembre 2010

Titolo originale: Learning to ride a bike in Manhattan – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Ovunque si vada c’è sempre parecchio a cui adattarsi. Tipo, dov’è il supermercato più vicino? Dove si può mangiare una pizza passabile? Aiuto, ho bisogno di un ferramenta. E qualcuno sa se da qualche parte trovo anche un farmer's market?
Per chi è pure ciclista, esiste uno strato aggiuntivo di novità e scoperte, carico di occasioni, gravido di pericoli. Andate da qualunque parte e dovrete acclimatarvi in una cultura totalmente nuova della bicicletta, della strada, del districarsi nel traffico.
Chiunque abbia vissuto all’estero l’avrò sperimentata questa cosa. Certo in estremo oriente o nei paesi africani gli aspetti poco familiari sono soltanto una diramazione dell’ampio divario culturale che occorre gestire. Ma non mi aspettavo proprio che anche gli Usa, che conosciamo tanto bene per tanti motivi, dalla lingua e attraverso televisione e cinema, potessero rivelarsi così diversi per l’uso della bicicletta.

Mi sono trasferito da poco a New York, e ancora sto cercando di adeguarmi. Davvero. Tanto per cominciare, ero arrivato solo con la bici da corsa: decisamente troppo preziosa per lasciarla legata per strada in una città ignota. Andavo insomma a piedi ovunque. Il che in un primo tempo va benissimo. Il pedone va ovunque e nota cose che il ciclista – con l’indispensabile attenzione a quello che gli sta davanti a scopo di sopravvivenza – non può permettersi il lusso di guardare.
Qualche volta, attraversando Chelsea (Chelsea, New York, come in Chelsea Hotel cantato da Patti Smith e Leonard Cohen) andando al lavoro, guardando per aria ero obbligato a fermarmi e ammirare certi edifici ad appartamenti, squisiti esempi di zigurrat in stile art-deco-Gotham, che per i newyorchesi sono roba da un tanto al chilo che fa invisibile parte dello sfondo.
Poi sono passate le settimane, la novità è un po’ scemata, ed è iniziata la frustrazione. Fra casa mia sulla Trentacinquesima Ovest e gli uffici del Guardian sulla Ventisettesima Ovest, esistono tante possibili combinazioni di percorsi a zig-zag per attraversare quella piccola parte della rete stradale di Manhattan, invece di annoiarsi con certe vie anonime di midtown. Mi mancava proprio la bicicletta, non solo per andarci più tranquillamente, ma per vivere in modo più pieno New York come ciclista.

Lo fanno in molti, ma forse più per sport che come modo per spostarsi. C’è un flusso regolare di biciclette nell’ora di punta sui ponti che entrano da Brooklyn, ma a Manhattan vera e propria non si vedono le masse di Londra agli incroci, a tutte le ore.
In alcune delle arterie principali esistono le piste ciclabili, e su Broadway da poco anche una corsia riservata su gran parte della sua notevole lunghezza. Però non molto usata. L’unica volta che ci sono passato, il rischio principale è stato di incontrare un collega lavoratore immigrato che usava il percorso nel senso sbagliato per le consegne a domicilio del ristorante con una bici elettrica.

Ci sono altre comodità oltre le piste ciclabili: le rastrelliere a parecchi incroci. Ma sinora, nessun programma di noleggio tipo Parigi o Londra, anche se il settore trasporti cittadino ha appena annunciato un servizio bikesharing con 10.000 mezzi, che si spera partirà nel 2012. E nonostante esista un fantastico sistema di percorsi praticamente lungo tutto il perimetro di Manhattan sulle sponde, specie sulla fascia ovest dell’Hudson, le strade sono ancora ampiamente dominate dalle automobili: anche qui dove, caso unico negli Usa, meno di metà degli abitanti ne possiede una.
Le avenue – arterie a cinque o sei corsie quasi tutte a senso unico (verso nord o verso sud) – sono straordinarie da percorrere, ma anche un pochino spaventose. Per dirne una, l’istinto del ciclista è di scegliere un lato o l’altro della strada, ma il problema è che auto e taxi quando svoltano in una traversa devono dare la precedenza ai pedoni che attraversano l’incrocio. E così ci si trova continuamente stretti e bloccati da qualche auto che ferma ad aspettare.

Il che obbliga a sterzare verso la corsia più interna. Ma questo vuol dire entrare nel flusso di centinaia di taxi che si muovono alla velocità massima consentita dal traffico (mistero su quale sia il limite segnato dai cartelli: magari è di cinquanta all’ora, ma è normale che vadano a settanta-ottanta e non ci sono né telecamere né vigili a controllare).
Quei taxi si scatenano coi clacson quando vedono un ciclista, ma è tutto OK, perché che se ti suonano almeno vuol dire che ti hanno visto. A Londra, pare che chi guida – specie se guida un taxi o un autobus – abbia accettato seppur a malavoglia che il ciclista fa parte del traffico: insomma si aspetta di trovarsene uno davanti, e si costruito un minimo di capacità di convivere, se possibile.

A New York non esiste, per quanto possa vedere io, una massa critica di ciclisti tale da “calmare” il traffico. Si ha la sensazione che il taxista che ti arriva addosso da dietro si accorga improvvisamente di te, come di una anomalia profondamente fastidiosa, invece che normale piccolo fastidio di tutti i giorni. Per quanto io sia un ciclista abbastanza sicuro, mi fa un po’ rizzare i capelli quando uno di questi impazienti sociopatici strombazza.
E se c’è a quanto pare poco controllo per applicare i limiti di velocità delle auto, la polizia sembra badare ancor meno a quel che fanno i ciclisti. Anche qui potrebbe trattarsi della questione assenza di massa critica: se ci fossero armate di ciclisti che ignorano il rosso o vanno in senso vietato, magari qualcuno andrebbe a lamentarsi col NYPD. Per adesso, si può fare impunemente quel che si vuole.
Anche nella solidamente democratica e progressista New York, pare ci sia un po’ di quello spirito di frontiera americano, del tipo lasciami fare quel che mi pare e piace. Così lentamente sto disimparando le abitudini di una intera vita adulta, per quanto riguarda la scrupolosa obbedienza alle regole della strada. Qui se ti fermi col rosso qualcuno inizia a pensare che sei un po’ strambo, o ostrogoto, chissà.

Se la gestione del traffico para abbastanza anarchica, ci sono anche cose ottime nella cultura ciclistica spontanea di New York City. In cima a tutte mancano le grandi catene di distribuzione. Non ci sono grossi marchi come Halford, Evans Cycles, o Cycle Surgery. Ci sono invece piccole botteghe indipendenti, ciascuna fatta a modo proprio, con una clientela locale e di nicchia. Continuo a scoprirne di nuove, il che fa pensare che si tratti di un settore molto in crescita. Ne ho provata una settimana scorsa col nome facile da ricordare, A Bicycle Shop, a Chelsea. Oltre alla foto obbligatoria dell’eroe locale (ed ex compagno di squadra di Lance Armstrong) George Hincapie, ho visto che sul retro c’erano delle biciclette usate a cui dare un’occhiata. Un quarto d’ora più tardi, il mio portafoglio si era alleggerito di 250 dollari, ma me ne sono andato a cavallo di un eccellente macinino da città.
É l’unica bicicletta che abbia mai avuto con uno “freno a pedale” al mozzo posteriore per rallentare. Il che si aggiunge alle varie cose nuove da imparare per andare in bici a Manhattan. Ma quale immediate senso di liberazione: stavo di nuovo sulle sue ruote! Adesso mi manca solo da imparare a girare.

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