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Mall International (in English)
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Culi in affitto
Data di pubblicazione: 17.03.2011

Autore:

La nostra mania di apparire ciò che non siamo mai stati fa malissimo a un mucchio di poveracci. Ma pensandoci bene c’è una brillante soluzione, che al solito affonda devianti radici nel bel tempo che fu

Leggo della campagna per i cosiddetti “vestiti puliti”, e scopro che non ha nulla a che fare con ascelle di camicia puzzolenti o cavalli dei pantaloni ansiosi di lavatrice. Si tratta invece dell’ennesimo piccolo segno che qualcosa non va nel nostro modello di vita, a volte accettato passivamente e senza pensarci troppo: anche i jeans fanno malissimo. Quando ai grandi magazzini o sulle bancarelle del mercato guardiamo le pile di pantaloni di varie marche e misure, praticamente è diventato impossibile trovare qualche capo non sottoposto a “invecchiamento” artificiale tramite sabbiatura.

Del resto chi lo comprerebbe mai (e forse: chi lo ha mai visto, fra i giovani?) un capo dall’aspetto e consistenza rigidi, goffi, praticamente importabile per diverse settimane e vari lavaggi? Così, anche in omaggio alla storica leggenda dei jeans trasgressivi da gioventù più o meno bruciacchiata, da decenni è di rigore che quei capi siano vissuti, evochino infinite esperienze passate a sdrucire e dilavare la stoffa, praticamente cresciuta e segnata insieme al suo contenuto/proprietario.
Ma la sabbiatura, usata per ottenere questo effetto di invecchiamento artificiale, nella fabbrica diffusa globalizzata che lavora per noi, ha un effettuccio collaterale: fa venire la silicosi. Proprio così; trattare i nostri pantaloni casual fa danni gravissimi alla salute di chi ci lavora, anche peggio della fonderia o della miniera.

E, almeno a parole, i professionisti della moda (e dell’immagine) hanno già recepito il messaggio: nel giro di pochissimo tempo, basta coi capi trattati in quel modo, decretano le griffes internazionali. Ci si immagina già a questo punto il vorticoso giro di idee, dal trovare un’altra tecnica sperando che passi abbastanza tempo prima di scoprire che anche quella combina guai, al rilancio del modello di uso vintage, ovvero come facevano James Dean, Elvis Presley & Soci. Che in soldoni vuol dire comprateveli come sono, con la consistenza di una tenda da campo tuareg, e invecchiateveli da soli agitandovi là dentro per un po’. Ma resta il dubbio: ce la farà questo genere umano di bamboccioni e mollaccioni ad adattarsi a rigori da dopoguerra, a pruriti niente affatto intriganti, ad andature anchilosate niente affatto glamour? Il dubbio è lecito.

Il che mi evoca un piccolo ricordo personale. Erano i primi anni ’70, e fra le varie transizioni socioeconomiche e culturali del nostro paese c’era appunto anche quella dei jeans, da capo rigorosamente elitario/maschile a oggetto di massa ammesso anche nelle scuole (da cui nel decennio precedente era rigorosamente bandito per chiari motivi simbolici). Ma c’era appunto un problema aperto: che salvo i primi rarissimi e piuttosto costosi capi da stilista, il mercato offriva il rude telo denim nella sua forma/consistenza originaria, inaccettabile soprattutto dalle terga di fanciulle al tempo stesso ansiose di indossarli ma timorose degli effetti collaterali. Che fare? Non si parlava ancora di globalizzazione allora, ma l’idea era già chiarissima: a qualcuno gli oneri, a qualcun altro gli onori. E così ai rudi ma comprensivi amichetti maschi, misure permettendo, venivano prestati per qualche settimana i jeans da invecchiare artificialmente, senza farsi venire nulla se non qualche irritazione (alla pelle, non all’animo).

Nella logica di gran moda oggi imperante, del chilometro zero, del consumo locale, e financo del ritorno alle belle cose del tempo che fu, si potrebbe recuperare utilmente questa tradizione. Naturalmente adeguata ai tempi. Si tratterebbe tanto per cominciare di un volontariato moderno, del tipo a (basso) pagamento: niente amici o parenti, ma altri soggetti sparsi, da reperire attraverso i classici canali della flessibilità: figli adolescenti delle badanti, specifiche liste nelle agenzie di lavoro interinale, reduci smarriti da San Patrignano occhio triste ma gamba soda. Il contratto prevederebbe un periodo minimo di un mese su quattro capi, per garantire cicli adeguati di invecchiamento/lavaggio, e un compenso ovviamente al netto del benefit implicito dei vestiti gratis (e pure firmati: che lusso!).

Come si capisce, i nostri stilisti così ancora una volta salverebbero la patria. Nuovi posti di lavoro locali, più salute per i nostri fratelli nei paesi in via di sviluppo liberati dal micidiale stone washing dell’invecchiamento, e capi davvero arricchiti dell’esperienza di vita vissuta caracollando per le strade sulle chiappe dei neo precari. Manca solo la parolina magica per siglare il capo trattato in questo modo, con apposita etichetta e marchio registrato all’ufficio brevetti di Singapore.
Ci vuole uno di quei termini finto anglofili che travolgono l’animo del consumatore padano medio: soft killing? stretch running? spot brushing?
Mah!









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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