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Spazio pubblico nell’era dei flussi
Data di pubblicazione: 05.05.2011

Autore:

Una bella riflessione di una ex amica sulla raccolta Spazio Pubblico: declino, difesa, riconquista (Ediesse 2010). Scritta per il sito Sociologia del Territorio, febbraio 2011, tocca i temi generali del volume e alcuni spunti degli Autori

Jacques Lèvy definiva il concetto di serendipity come il risultato della copresenza di tanti soggetti in grado di dare forma a nuove idee, intuizioni, innovazioni in grado di costituire l’essenza della città. Se si assume questa prospettiva, lo spazio pubblico rappresenta il perno centrale degli incontri fortuiti e della serendipità grazie al quale gli uomini e le donne sono in grado di trasformare gli imprevisti in opportunità, i vincoli in possibilità, in nuove relazioni e progetti.

Si tratta quindi di uno spazio aperto, non rigido, non contraddistinto dalla geometria euclidea ma connotato fortemente da una rappresentazione simbolica collettiva in grado di valorizzare non solamente il “landscape” quanto il “mindscape”.

Il libro “Spazio pubblico: declino, difesa, riconquista”, curato da Fabrizio Bottini, rappresenta proprio il tentativo, perfettamente riuscito, di leggere lo spazio pubblico all’interno di una prospettiva complessa in grado di tenere insieme i differenti frammenti di cui la questione si compone.

L’impostazione stessa del volume prepara ad una lettura metodologica suddivisa in tre parti: i saggi teorici, i casi studio storici o contemporanei e un dibattito a più voci che offre al lettore la sensazione di un dialogo continuo con i soggetti coinvolti.

L’obiettivo non è quello di ridurre la dimensione dello spazio pubblico dentro una figura unitaria; ma, al contrario, di tener presente l’immagine dei frammenti e della disomogeneità per ripensare una diversa idea di urbanità in relazione alla forma fisica, sociale, politica.

Il progetto dello spazio pubblico, come concordano i saggi presentati nel volume, è infatti, al tempo stesso il punto di incrocio di tematiche differenti ed emblema della totalità della città; luogo in cui si condensano diverse questioni.

La prima riflessione riguarda il tema della comunità come entità da rappresentare, capace di tenere unite le dimensioni simboliche e politiche. Al tempo stesso, il progetto dello spazio pubblico deriva dalla necessità, soprattutto pratica, di garantire relazioni sociali. Si tratta, in entrambi i casi, di significati e bisogni che mutano nel tempo, in relazione alle condizioni storiche.

A causa della (infelice) qualità dei paesaggi urbani contemporanei, la forma e il senso di questi luoghi è di difficile riconoscimento; del resto le città di cui attualmente si fa esperienza esprimono, in maniera ambigua e controversa, l’idea della fine dello spazio pubblico e di una necessaria reinvenzione.

Non è un caso che il titolo del volume sottolinei nell’ordine la fondamentale destrutturazione del concetto di spazio pubblico (declino), la difesa dello stesso da parte di progetti e progettisti che tendono a ridurne e semplificarne la realtà e la sua riconquista, possibile solo attraverso una lettura articolata dei bisogni urbani.

Le prospettive presentate nel libro sono molteplici e così le strade possibili da intraprendere.

Le forme nelle quali si disvela mettono in scena, sul piano della rappresentazione urbana, il rapporto tra pubblico e privato e ciò che questa relazione comporta dal punto di vista della qualità dello spazio e più in generale della qualità della vita, destinata a variare nel tempo a causa di fattori politici, morfologici, storici e geografici.

Possiamo quindi pensare alle trasformazioni sociali come ad uno specchio nel quale vengono riflesse le immagini delle trasformazioni dello spazio pubblico.

Lo scritto di Antonietta Mazzette affronta la cruciale dicotomia tra “spazio pubblico” e “spazio privato”, tra cosa pubblica e privatizzazione della stessa, tra spazi di mescolanza, coesione e inclusione sociale e spazi privati, segregati e separati.

Per esempio, la privatizzazione dello spazio pubblico e l’effetto provocato da un’ estesa omologazione nell’immaginario collettivo, sono due, tra i fattori che hanno condizionato, in modo non trascurabile, le trasformazioni urbane. Ciò che, infatti, viene definita disneyficazione della città rappresenta chiaramente questa condizione: un processo che ha influenzato numerose trasformazioni urbane, passando dalla creazione di spazi pseudo pubblici (come gli shopping mall)

e le aree commerciali a tema, o soprattutto le isole pedonali dei centri storici.

In entrambi i casi si è giunti ad un anonimato della qualità spaziale ridotta ad assolvere unicamente il ruolo di contenitori di attività di consumo.

Come illustra Fabrizio Bottini nel suo saggio, per leggere meglio questa prospettiva “anticittà”, sempre più strisciante, può essere efficace andare oltre le vere trasformazioni urbanistiche fisiche per addentrarsi “nell’area grigia del controllo del territorio esercitato con altre forme” (pag. 138)

Si pensi alla politica newyorkese “zero tolerance” del sindaco Rudolph Giuliani,o alle più nostrane ordinanze dei molti sindaci-sceriffo che amministrano le metropoli italiane o che svendono spazi di suolo in cambio di spazi commerciali.

Lo spazio relazionale si trova chiuso tra gli edifici; la logica del privato prevale su quella del pubblico, i rapporti che prevalgono all’interno sono di tipo contrattuale e commerciale.

Si profila un’epoca in cui lo spazio pubblico è individuato funzionalmente da flussi di persone, denaro e merci e in cui la dimensione temporale prende il sopravvento su quella spaziale.

Viene da chiedersi quale possa essere una possibile via di fuga da questa grigia prospettiva.

Una speranza è data dalle parole di Elisabetta Forni che introduce il concetto di “loose space”: “uno spazio sciolto, non imbrigliato, libero e indefinito” (pag.77). Uno stimolo per la riconquista dello spazio pubblico come cuore pulsante, segnale di una ritrovata vitalità urbana.

Le strade di Chinatown a New York, i gradini della New York Public Library, la Little Italy sono solo alcuni esempi di un nuovo nomadismo urbano che si oppone tenacemente alla sorveglianza, all’omologazione, alla separazione e all’esclusione sociale.

La trasversalità della questione chiama in causa diverse competenze ubanistiche, amministrative ma anche creative e simboliche. Il rischio, infatti, è che, alla luce delle considerazioni fatte, lo sviluppo urbano sia sempre più determinato da una miriade di interventi urbanistici plurali incomunicanti tra loro e autoreferenziali.

Questa modalità di intervento che Mauro Baioni, nel suo saggio, definisce “patologica” (pag.104) necessità di essere contrastata attraverso politiche di ricomposizione e riorganizzazione.

La progettazione di spazi di prossimità, la creazione di relazioni e reti di solidarietà fra persone e fra amministrazioni possono svilupparsi nonostante lo sprawl, il consumo di territorio attraverso l’impegno dell’urbanista volto al recupero di un’urbanità deformata o, per utilizzare parole care ad Ilda Curti, verso un impegno finalizzato alla rigenerazione urbana.

Sono proprio gli strumenti offerti dall’assessore torinese, nel suo saggio, a predisporre la cassetta degli attrezzi per la costruzione pratiche innovative: la reinvenzione degli spazi pubblici attraverso l’immaginario delle persone, l’attivazione di reali processi inclusivi responsabili e partecipati e una fruizione piena, funzionale e inclusiva dello spazio pubblico; facendosi, però, aiutare dalla politica: una politica ricostruita, come scrive Salzano nel suo saggio (pag. 255), attraverso i movimenti locali che testimoniano un forte desiderio di impegno civico e il lavoro dei moltissimi gruppi di attivisti tesi alla costituzione di una cittadinanza sostenibile.

Sono queste nuove forme di partecipazione politica, le resistenze quotidiane che possono portare alla riconquista degli spazi pubblici e sono quelle a cui viene data voce nell’ultima sezione del libro: i gruppi di acquisto solidale, l’associazione Comuni Virtuosi, l’associazione Città Amica, tanto per citarne alcune che rappresentano le forme di auto-organizzazione dal basso con cui rivendicare i diritti persi e soprattutto sperare in nuovi traguardi; senza trascurare però le esperienze di chi ha vissuto, in Italia, esperienze sociali fondamentali per la rivendicazione dei diritti degli uomini e soprattutto delle donne che hanno dovuto combattere, con forza, per poter lasciare un segno nel proprio spazio pubblico.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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