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Trasformazioni urbane e tutela a New York
Data di pubblicazione: 03.03.2011

Autore:

Da The Huffington Post, 2 marzo 2011, una studiosa di questioni urbane ed ex commissaria dell’ente cittadino di conservazione riflette sui valori anche socioeconomici e ambientali del riuso, rispetto al classico processo di riqualificazione a colpi di grandi progetti

Titolo originale: Landmarking Urban Change in NewYork – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

New York City ha subito enormi trasformazioni nell’ultimo decennio, e non c’è un osservatorio migliore per questi aspetti della Landmarks Preservation Commission. Può apparire contraddittorio, forse, per chi è convinto che la Commissione abbia lo scopo di bloccare qualunque trasformazione “congelare la città”, ma sono solo coloro che intendono il cambiamento unicamente come tutto nuovo, grosso, alto.
E ce ne è stato in abbondanza anche di quello. New York nel decennio che precede la crisi si è trasformata in tutte le zone con nuove costruzioni. Ma il cambiamento più radicale e permanente – del tipo che lascia vantaggi economici a tutta a città e impatti positive assai superiori rispetto alle solite torri a uffici e condomini di lusso in cui abita chi ci lavora – è avvenuto o intervenendo su edifici esistenti, o densificando e diversificando quartieri.

Fra le più celebrate realizzazioni delle archistar, ci sono quelle come il progetto di Jean Nouvel e Herzog + de Meuron, in quartieri storici, con complessi residenziali densi là dove prima non ce n’erano. A ben vedere, è proprio in questi quartieri storici che è possibile osservare la grande varietà delle trasformazioni urbane che si stratificano nel tempo.
Insieme agli altri dieci commissari, sono stata sia testimone che partecipe di questo cambiamento. Avevo già scritto e militato nel movimento per la conservazione dagli anni ’70, quando il settore delle costruzioni era molto aggressivo nel voler distruggere gli stessi edifici che oggi si stanno restaurando guadagnandoci, e che sono lì proprio perché i conservazionisti hanno combattuto battaglie per risparmiarli.

In un primo tempo non volevo entrarci, nella Commissione, convinta che un’osservatrice critica non dovesse passare dall’altra parte. E mi sbagliavo. Ho imparato molto standoci dentro. Cosa più significativa, ho potuto osservare direttamente il vero e proprio ribaltamento di prospettiva della tutela storica. Negli anni ‘70, non si riusciva neppure a mettere un vincolo su un edificio Art Deco. Adesso inizia una forte pressione anche per farlo con architetture moderne, specie dopo la vivacissima discussione pubblica sulle modifiche al simbolico progetto degli anni ’60 di Edward Durell Stone al civico 2 di Columbus Circle.
Molto apprezzati, gli edifici storici. E invece non si valuta ancora a sufficienza l’enorme contributo economico della tutela.

Ogni settimana, la Landmarks Commission approva ampliamenti o rinnovi negli oltre 100 quartieri classificati storici, e 1.200 singoli edifici, che rappresentano complessivamente un enorme investimento in termini di posti di lavoro e flusso di denaro nell’economia locale. Sistemazione di negozi, ampliamenti sui tetti o nei cortili, alterazioni importanti, nuovi edifici ben inseriti tra quelli vecchi, sono solo una parte della gran varietà di progetti esaminati. Si tutela la stratificazione storica, e la si promuove adeguatamente, aggiungendo densità in modo incrementale, ma non trascurabile.
I critici della conservazione fanno il grosso errore di pensare che alcuni vincoli fermino la trasformazione, lo sviluppo, insomma varie categorie del “progresso”. Presuppongono anche, erroneamente, che sia la classificazione storica a rendere certe zone sempre più costose, dimenticandosi che New York City è diventata un posto di ricchi per motivi che nulla hanno a che con la conservazione.

Capiamoci, non tutti i quartieri storici sono di edifici bassi (pensiamo a Upper West Side, o East Side, ecc.) e anche in quelli che sono composti in modo predominante da fabbricati del genere (Greenwich Village, Brooklyn Heights) non mancano torri ad appartamenti. Si tratta già in gran parte delle zone più dense della città.
E sorprende che di questi tempi qualcuno sia ancora convinto che densità voglia dire edifici alti. La gran parte di quelli realizzati negli ultimi anni sono condomini di lusso, grossi ma che non la aumentano, come certi pensano. Anche quando sono sussidiati – e troppe di quelle torri lo sono – poi i prezzi sono di lusso. Tra l’altro, tutti gli edifici alti con alloggi per redditi medi e bassi costruiti nell’epoca di Robert Moses, che per molti sono sinonimo di “densità”, poi se andiamo a guardare l’hanno ridotta.

Quei quartieri che sono stati demoliti per realizzarli, erano una densa composizione di fabbricati piccoli, grandi, bassi e alti: molto raramente irrimediabili slum, come dichiarava Moses. La residenza si mescolava al commercio, ai servizi, alle attività economiche. Ciò che li ha sostituiti non aveva né la medesima quantità di alloggi, né la stessa articolazione funzionale. E alla fin fine, Moses ha costruito molto meno di quanto demolito. E gli spazi verdi ricavati, oggi sono tanto spesso recintati, o trasformati in parcheggi, solo qualche volta campi da gioco.
Per gran parte del XX secolo, a ben vedere sino a poco tempo fa, il ritornello di tecnici e amministratori ha sempre confuso de-densificazione della città e lotta a povertà e criminalità. Poi si è finalmente capito che vale l’esatto contrario. De-concentrare la povertà, non ha nulla a che vedere con la de-densificazione dei quartieri. E con le trasformazioni edilizie si è perseguita solo quella.

Ed è in effetti vero, come amano ribadire i contrari alla conservazione, che i quartieri storici sono diventati costosi, ma ciò non dipende dal fatto che non si consentanograttacieli troppo alti. É perché quelle aree – e altre tutelate – sono quelle in cui tutti vorrebbero abitare.
La qualità dell’abitare urbano che si cerca, la si trova nei vecchi quartieri. É la solita storia della domanda e dell’offerta – il mercato – ad aver fatto aumentare i prezzi. Quando poi in nuovi edifici sono dentro ai vecchi quartieri, ecco che hanno prezzi alti, in molti casi anche molto più alti di quelli vecchi. La tradizionale teoria del mercato immobiliare non ha riscontri pratici. Funziona esclusivamente quando c’è un periodo di trasformazioni frenetiche che determina un eccesso di offerta, come qui a New York mente crollava l’economia.

Magari i grattacieli di lusso possono essere esclusi dai quartieri storici, ma crescono come erbacce ai loro margini, perversa conferma del valore di queste aree. Guardiamo al sud di Manhattan, o da Gansvoort a NoHo, allo Upper West Side o a tutta la serie di zone di Brooklyn oggi tanto in voga. Nuove torri di lusso che sfruttano il fascino dei quartieri, ma non fanno nulla per inserirsi.
E invece il tipo di trasformazione urbana più interessante, produttivo ed economicamente durevole che incrementa la densità, è quello che si osserva dentro i quartieri storici. Certo bisogna saperlo osservare. Il problema è che il cambiamento avviene poco per volta – magari il rifacimento di un negozio che modifica un intero isolato – e sparso per tutta la città, più raramente concentrato in un solo quartiere.

Lo si legge chiaramente nelle convocazioni settimanali della Landmarks Commission, che riflettono queste positive evoluzioni della città. Ma le tre scadenze mensili suscitano di solito poca attenzione, se non c’è in calendario qualche grosso e vistoso progetto. Le trasformazioni più significative e importanti restano al di sotto del livello di attenzione, ma sono notevoli e numerose. Tanto più facile celebrare, fotografare, scrivere dei nuovo grosso edificio, che dei tanti e significativi interventi di trasformazione dei vecchi.
Non si coglie davvero quale sia il contributo dei rinnovi – di edifici tutelati e non – a una crescita sostenibile. Il riuso dà lavoro locale, usa risorse locali più delle nuove costruzioni, riduce i materiali che vanno in discarica e i camion che ce li portano, contenendo sprechi di cose preziose. La sostenibilità parte da ciò che abbiamo.

Una delle cose che più di altre ho imparato ad apprezzare, negli otto anni di lavoro nella Commissione, è il valore che si conferisce alle udienze pubbliche. Non conosco nessun altro ente dove i contributi dei cittadini siano in gradi di influenzare così le decisioni. Ciò naturalmente si deve all’impegno dei singoli consiglieri, tutti molto attenti e dedicati.
Soprattutto, il lavoro col pubblico alla Landmarks Commission chiarisce come sia la conservazione a mantenere intatti e vivaci i quartieri della città. L’orgoglio e l’appartenenza che ogni settimana sono testimoniati nelle udienze pubbliche appaiono straordinari. New York è più stabile di tante altre città perché sa conservare il suo tessuto più autentico. E senza la Landmarks Preservation Commission – alla quale ho anche offerto il mio contributo critico – ciò non sarebbe possibile.

Roberta Brandes Gratz, autrice di The Battle For Gotham: New York in the Shadow of Robert Moses and Jane Jacobs , e altri libri, è stata per oltre otto anni consigliere della Landmarks Preservation Commission, e il sindaco Bloomberg l’ha inserita da poco nel Sustainability Advisory Board.

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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
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Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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Bottini, Fabrizio
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