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Il territorio della discriminazione
Data di pubblicazione: 01.12.2011

Autore:

Sono vagamente razzista? Discrimino culturalmente? Forse no: quella è una posizione di solito deliberata e consapevole. Però sono un provinciale idiota quando provo a comunicare in modo non adeguato anche certe faccenduole di urbanistica e dintorni …

Leggendo sui giornali del dibattito – prima solo tedesco, ormai europeo - sulla questione cosiddetta del multiculturalismo, non possiamo fare a meno di balzare quasi immediatamente nell’iper-uranio delle grandi categorie dello spirito. Del resto parrebbe proprio un tema ideale, visto che tira in ballo i tempi lunghi della storia, la nascita di stati nazionali, gli imperi coloniali, le religioni. Insomma, meglio ancorarsi a qualche solido appiglio. Peccato che poi, così rassicurati, si finiscano (ce lo spiegano spesso, inascoltati dalla politica e da parte della cultura, gli operatori sociali nei quartieri) per trascurare … ehm, piccoli dettagli come la vita reale, i rapporti quotidiani fra culture e sfumature, addirittura quando vorremmo sviluppare e comunicare nuove categorie universalmente valide.

Per chi cerca di occuparsi di città e territorio come spazio fisico da comunicare in modo critico, la questione assume poi tratti che hanno del surreale. Perché qui necessariamente si intrecciano percezioni, prospettive, culture, nozioni e categorie per nulla oggettive e condivise. Un problema che già emerge quando si inizia a parlare di “città” a studenti che ne hanno idee ed esperienze diversissime, e che poi si fa via via più intricato quando alle diverse prospettive di partenza si mescolano problemi di lingua, di comunicazione … e soprattutto la nostra inadeguatezza a comunicare. Essenzialmente a comunicare ciò che non abbiamo mai ritenuto di comunicare: dove comincia la città, dove finisce, in quali circoscrizioni amministrative e competenze si articola, chi decide cosa ecc. Parrebbero faccende ovvie, al massimo da approfondire o inquadrare, ma non lo sono.

Così, in una esperienza di studio con studenti di varie origini culturali e geografiche, si finisce per inciampare su vere e proprie montagne di pregiudizi nostri. A cui si aggiungono magari quelli altrui, filtrati ma non troppo dal fatto di essere diventati parola scritta, libro, articolo, documento tecnico. Lo studente è a dir poco disorientato, e se ci si aggiungono i problemi del rapporto diretto col territorio e qualche difficoltà linguistica siamo quasi sull’orlo del panico. Lo capisce davvero, chi dovrebbe (e abbastanza alla svelta) rimediare a questa situazione? Di solito no.
La soluzione sbagliata si trova infatti scaricando queste carenze sugli studenti stessi: su chi ha meno problemi formando gruppi di lavoro misti, dove in qualche modo dovrebbero ricomporsi le diversità; su chi si adatta al ribasso, evitando un apprendimento critico a favore di una specie di mosaico di citazioni testuali.

Il risultato di questa mancata riflessione autocritica poi si legge nei risultati finali tangibili della didattica: gli esami (soprattutto gli scritti, o impressioni un po’ più vaghe sui colloqui) e gli elaborati di esercitazione. Dove le carenze di conoscenza della lingua alla fin fine sono poca cosa, di fronte allo spaesamento che coglie lo studente davanti al nostro vernacolo concettuale, al nostro dare per scontato ciò che scontato non è proprio per niente. Cos’è davvero un “quartiere”? Un’area “densamente abitata”? Una “zona monofunzionale”? O addirittura una “buona abitabilità”?
Alla fine della sua esperienza didattica, lo studente con ogni probabilità dovrebbe rispondere: BOH!

E anche certe riflessioni che a volte (solo a volte) si provano a fare, sulla necessità di coordinare meglio gli accessi ai corsi degli studenti non locali, ad esempio con studi preliminari obbligatori su alcuni aspetti anche non strettamente linguistici, lasciano il tempo che trovano. Perché è indispensabile lavorare anche e soprattutto sul versante dell’offerta: temi, testi, aree, strumenti di comunicazione. Magari anche sulle nostre teste di … E qui val forse la pena di chiudere per il momento con un breve aneddoto sull’idiozia dei supposti savants. La scena si svolge in un’aula universitaria, il primo giorno di lezione, dedicato a esporre il programma, descrivere le aree studio, scambiare informazioni generali e organizzative.

Dopo aver descritto i caratteri generali del settore metropolitano su cui si dovrà svolgere l’esercitazione, i due responsabili del corso concedono a sé stessi e agli studenti una breve pausa, si spegne il proiettore, si aprono le finestre per cambiare aria, ci si concede un caffè nell’atrio, e naturalmente qualche battuta. Oggetto: impressioni superficiali sul livello di attenzione e reattività rilevato. Svolgimento: paiono interessati, almeno a giudicare dal silenzio, ma non si sa mai. E poi nell’elenco degli iscritti ci sono dei cognomi che fanno pensare a qualche difficoltà culturale e linguistica, anche se poi alla domanda esplicita “c’è qualcuno che ha difficoltà”? non ha risposto nessuno. Strano, proprio in seconda fila c’erano dei tizi con delle facce …. beh pareva proprio non capissero una parola, bisogna tenerli d’occhio, soprattutto i due con gli occhi … Fine della pausa caffè. Si torna in aula.

Si riaccende il proiettore, si spengono le luci, e dopo aver virtualmente girellato ancora un po’ qui e là per parchi e quartieri, la domanda: “Qualcuno di voi per caso conosce direttamente questa zona? Volete aggiungere delle osservazioni?”. Silenzio, sono evidentemente riluttanti. Poi una voce dalla seconda fila, e a parlare è esattamente una delle due facce … con quegli occhi … “Beh, io non ho niente da dire di particolare, però ci abito, lì, e facevo il liceo nell’altro posto che avete fatto vedere prima”.
Gli studenti non lo sanno, ma da questa parte del tavolo qualcuno si sta vergognando come un ladro. Una virtuale ma solidissima figura di merda, magari da razzista no, ma da comunicatore inadeguato sicuramente.
Ecco cosa vuol dire multiculturalismo. Anche.

(gli articoli di Mall possono essere liberamente riprodotti altrove citando Autore e fonte: http://mall.lampnet.org )









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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