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Nostalgia delle ciminiere
Data di pubblicazione: 28.03.2011

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Spesso chi prova solo ad accennare a un ruolo delle attività produttive nella metropoli del terzo millennio viene e a dir poco deriso. Ma è proprio vero che l’unico futuro possibile sia quello dei quartierini di tendenza dove ricchi plurilaureati non oltre i trent’anni lavorano in rete?

Tutte le volte che la stampa ci parla delle città, specie delle città esemplari, modello, che indicano in un modo o nell’altro il futuro, si ripete più o meno la medesima storia. Cambia lo sfondo, un po’ l’atmosfera e il colore locale, ma paiono ormai pietrificati ambiente e personaggi: abitazioni a densità medio-alta molto accessibili a piedi, direttamente dalla strada o da altri passaggi e percorsi attrezzati, ristoranti e locali vari ovunque, traffico misto 24 ore su 24, e facce tutte, rigorosamente, giovani. È il centro città disegnato dai progettisti new urbanism e popolato dalla cosiddetta creative class di Richard Florida, un posto dove tutti sembrano fare per mestiere il consulente finanziario, il creativo del web, l’organizzatrice di eventi culturali o convegni multidisciplinari. Ah, e naturalmente il reddito pro capite medio presunto viaggia ben oltre i 100.000 euro l’anno, solo per parlare di chi è appena arrivato e deve un po’ accontentarsi.

In questi giorni sta riscuotendo parecchio successo in tutto il mondo anglosassone l’ultimo lavoro di Edward L. Glaeser sul Trionfo della città, libro di cui parecchi giornali e riviste stanno proponendo recensioni, o brevi estratti curati dallo stesso Autore, come nel caso di The Atlantic o del londinese The Independent. E Glaeser da bravo economista sistematico non può fare a meno di esaminare la metropoli contemporanea come sistema complesso, ovvero collocarsi a mille miglia dalle cartoline ottimiste e un po’ ingessate di Florida, da cui paiono cancellati poveri, anziani, lavori manuali, e anche cose comunissime come ipermercati, quartieri di villette, fabbriche, ospedali …
La città contemporanea in una prospettiva globale (pur fortemente centrata sul modello interpretativo e non solo degli Usa) è invece la somma di tanti localismi, tanti strati sociali, tante qualità ambientali anche estreme, ma è indubitabilmente un posto molto più desiderabile della campagna. Anche quando abitarla significa la vita dello slum, il riciclaggio di spazzatura, o il classico lavoro di fabbrica, senza neppure il conforto dell’organizzazione tayloristica nel modello informale e diffuso di oggi. ( qui l’articolo originale di Glaeser da The Independent)

Insomma l’economista di Harvard pur sostanzialmente strizzando un po’ l’occhio a certe tendenze contemporanee, quando ribadisce che il futuro sta nelle economie della conoscenza (e evoca ambienti urbani esclusivi alla Richard Florida), poi recupera anche alcuni caratteri classici della città industriale. Perché è ovviamente innegabile questo aspetto degli insediamenti contemporanei, se solo si prova a guardare un po’ oltre il proprio naso. Quando qualche tempo fa in Italia la fabbrica milanese della INNSE inaugurava la stagione delle lotte operaie sui tetti, forse non se ne coglieva in pieno il significato anche urbanistico: a difesa non riguardava solo ed esclusivamente i posti di lavoro, ma anche la presenza fisica dell’industria nel core metropolitano, là dove invece la cultura tecnica e politico-amministrativa dominante voleva soltanto residenza, loft, e stilisti. Del resto, se si traggono le conclusioni adeguate anche da recenti quanto contraddittorie politiche urbane di vero mixed-use (non quello artefatto degli immobiliaristi) appare ovvio che la vitalità deriva anche da cose come fabbriche e quartieri popolari. Per non parlare di eguaglianza, democrazia ecc.

Questo se l’ente pubblico fa davvero il suo mestiere, cioè non solo cercare di ricomporre in qualche modo gli interessi individuali e tappare buchi, nella tramontata (si spera) logica del capitalismo compassionevole, ma rilanciando un progetto di ampio respiro sia sul versante fisico-ambientale che su quello complementare economico-sociale. Se il futuro sta nelle città, sostengono in un lungo contributo Bruce Katz e Jennifer Bradley sull’ultimo numero di Democracy, non si può certo lasciare né agli interessi privati, né alla dimensione esclusivamente locale il compito di definire strategie, soprattutto di fronte alle sfide ambientali, energetiche, della competizione globale.
L’uscita dalle recessione economica si trasformerebbe così in un vero e proprio ribaltamento di paradigma per gli investimenti pubblici, in grado di riorientare priorità verso nuovi aspetti e settori. Le nuove frontiere dell’economia e della democrazia sarebbero schematicamente articolate su quattro fronti: esportazione e circolazione di beni e servizi per rispondere alla domanda mondiale; tecnologie e energie a basse emissioni per la sfida climatica; innovazione di ricerca e organizzativa a individuare nuovi ambiti di sviluppo; forte spinta alla partecipazione, inclusione, eguaglianza. Una riflessione che, costruita attorno alle contingenze e problemi specifici delle regioni metropolitane nordamericane, si applica però nei principi di base a qualunque altro contesto. ( qui l’articolo originale da Democracy)

È evidente, con tutti gli aggiustamenti e modernizzazioni del caso, come questo tipo di prospettiva non possa non rinviare a qualcosa di assai diverso dai quartierini della creative class, che si incarnino nei recuperi ad attività scientifico-tecnologiche di qualche zona degradata di Mumbai, o nella più banale e di breve respiro zona degli stilisti nelle capitali finanziarie europee o americane.
Un appannamento dell’immaginario di questo genere di città plastificate pare emergere anche dagli angoli più impensati. Molti si ricordano il recente spot pubblicitario del rilancio Chrysler a proprietà Fiat, col rapper Eminem che decantava automobili “ imported from Detroit”, fra bassorilievi di nerboruti operai e solide architetture industriali. Qualcosa di simile, e assai più pervasivo, l’ha notato Karrie Jacobs recensendo su Metropolis una recente mostra dedicata alla fabbrica in America: ha segnato il passato, potrà fare la stessa cosa col futuro?
La risposta, come succede sempre in questi casi, è: forse, ma solo se …

In effetti da decenni spesso in occidente la discussione sul ruolo delle fabbriche si aggira attorno ai temi della delocalizzazione, della dismissione, un dibattito archeologico che proietta su inconsistenti territori lontani quello che invece è e potrebbe essere ancora di più un ingrediente base per il nostro futuro. L’ultima notizia dalla terziarizzata America è che l’industria crea nuovi posti di lavoro quindi reddito, quindi funzioni vitali nelle città e non. Altro che archeologia dunque, altro che pensare alla fabbrica solo come rudere da demolire fisicamente e socialmente, per cavarci ninnoli di immagine e lauti profitti nella ricostruzione e gentrification.
Certo il futuro della fabbrica non può però ripetere i forzati errori del passato, dall’inquinamento, alla segregazione spaziale, alla stratificazione dei ruoli ecc. Ma il passato ci offre, come nel caso di alcune tecnologie che riemergono dalla storia, anche utili riferimenti, a partire dalla fabbrica verticale, o dalla maggiore integrazione fra produzione di merci e energia da fonti rinnovabili destinata anche al territorio. ( qui l’articolo originale da Metropolis)

Un ritorno in grande stile della fabbrica in città, lo si potrebbe anche intitolare. Necessario anche alla resilienza nell’epoca dell’urbanizzazione globale con cifre da capogiro: 600 grandi centri che ospitano due miliardi di abitanti e contano per il 60% della ricchezza mondiale. Sono i dati dello studio McKinsey Global Institute, Urban world: mapping the economic power city, pubblicati dal Corriere della Sera e che mettono in luce almeno due grandi tendenze.
Una prima esplicita è quella di una redistribuzione degli equilibri urbani a scala globale, con l’attenuarsi dell’egemonia occidentale e l’affermazione delle nuove polarità asiatiche e sudamericane. Una seconda, forse meno interessante per chi si interessa solo del futuro economico-finanziario, ma certo di più per i cittadini, è che occorre fare un salto di qualità. Ovvero smetterla di pensare a territori d’oltremare esotici in cui scaricare le nostre frustrazioni e diseconomie, ma attrezzarci per accogliere ed essere accolti in una comunità allargata. Ma queste sono osservazioni del sottoscritto. ( di seguito i pdf dell’articolo di Giuliana Ferraino dal Corriere della Sera e il rapporto integrale del McKinsey Global Institute)


File allegati

110325_600città_Corriere ( 110325_600città_Corriere.pdf 136.79 KB )
MGI_urban_world_full_report ( MGI_urban_world_full_report.pdf 3.63 MB )







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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