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Andate a lavorare, teppisti!
Data di pubblicazione: 01.12.2011

Autore:

Con la scusa della crisi, che evidentemente serve proprio a questo, tutti si lanciano in sparate estemporanee ma non troppo, come l’ultima del “sociologo” De Rita: studiare non serve, bisogna andare in fabbrica. Pfui!

Spesso qualcuno, di solito quando sui giornali si parla di più o meno simboliche domeniche a piedi, ricorda i primi anni ’70, della crisi petrolifera, della cosiddetta austerity. Non so se ci si sia mai dati la pena di raccogliere sistematicamente la montagna di pensose cazzate che certi commentatori destrorsi dell’epoca riuscirono ad accumulare, e quindi devo affidarmi unicamente alla memoria. Ma ricordo ad esempio che a fianco di cose tremende e probabilmente inutili, come i cinema che chiudevano alle undici, la fine dei bar aperti tutta notte (che risparmio sulle lampadine, eh?) ecc. c’erano anche questi editoriali e interviste varie, in cui inossidabili facce di bronzo governative o orbitanti nei paraggi si dichiaravano entusiaste dell’occasione offerta dalla crisi. Che meraviglia, le strade buie e deserte, le insegne al neon spente, e invece scintillanti i visini attorno al focolare domestico, a recuperare quel tempo che le tentazioni della vita moderna avevano sottratto agli affetti! Poco più che adolescente all’epoca, quelle cose mi facevano decisamente venire i brividi: un futuro blindato in casa, ad ascoltare la predica coatta dei genitori, salvo rapide libere uscite a cronometro? Aaaagh!

Adesso, ammettiamolo pur con qualche dubbio, adolescente non lo sono decisamente più.
Ma i brividi mi vengono ancora, identici, quando ascolto o leggo da qualche parte i cantori della crisi economica come occasione. Occasione per fare cosa? E puntualmente spunta la medesima risposta: recuperare i veri valori, perduti vuoi nel consumismo, vuoi nelle esagerate promiscuità di una vita quotidiana nomade, vuoi in esperienze a cui manca un solido aggancio all’essenza di chissà che. Questi savonaroli part-time o a tempo pieno pullulano ovunque, e certe volte si travestono pure da progressisti, spiegandoci con sofismi da dopolavoro che si può andare avanti anche andando indietro, che la palla è rotonda, che non tutto il male viene per nuocere. Sono tanti, e sono tremendi. Senza arrivare a quel tizio creazionista inopinatamente messo a dirigere il CNR, e che ci spiega che i terremoti sono la mano benevola di Dio, o il ministro La Russa quando cita Marinetti e la guerra come unica igiene del mondo, adesso arriva anche nonno De Rita, quello cantato da lustri come il sociologo più famoso d’Italia.

Famoso, anche se in effetti niente affatto sociologo (da giovane faceva l’operatore territoriale, stop) per aver divulgato il concetto della cosiddetta Terza Italia, le sterminate valli e piane dove senza spezzare i sacri vincoli di casa famiglia podere parrocchia si costruiva lo sviluppo. Ovvero, letto da un altro punto di vista, si produceva ricchezza economica senza nulla togliere al classico idiotismo della vita rustica. Lettura schematica, ovvio, ma un po’ è così, no? Invece di emigrare in città e vedere corrompere le nostre fanciulle dalla minigonna e dal rock & roll mandiamo figli e figlie al tornio in cantina, e con un pochino di tollerata evasione fiscale, contributiva, qualche garanzia sociale in meno spopoliamo nelle esportazioni di elettrodomestici, scarpe e compagnia bella. A che servono scuola e università di massa per questi produttivi zotici del terzo millennio? A loro basta saper leggere qualche manuale tecnico o etichetta o bugiardino. Per qualcosa di più naturalmente nulla in contrario, ci sono sempre le corsie preferenziali per i meritevoli, selezionati dai parroci o dalle direzioni aziendali e spediti a sfidare il destino. Ma pochi, che troppi poi mi alimentano il malcontento.

È questa la risposta dei nostri maîtres à penser conservatori alla globalizzazione, alle scosse telluriche dei processi migratori, dell’urbanizzazione che scavalca la storica soglia del 50%? Andiamo bene, benissimo, magnificamente! Ancora meglio se paccottiglia del genere, ovvero il recupero piatto piatto dello stile di vita dei nonni (almeno, dell’immagine da mulino bianco dello stile di vita dei nonni) ce lo rivendono i progressisti, di centro e di sinistra. Anche qui si deve andare indietro per andare avanti, ma esattamente verso cosa?
Personalmente là indietro ci vedo al massimo nostalgia, al minimo autorepressione che non porta da nessuna parte. Una specie di aspirazione anni ’60 alla casetta col bidè, il frigorifero pieno, la macchina sul vialetto, le vacanze al mare. Forse c’è davvero bisogno di un cambio generazionale, e per quanto mi riguarda anche senza che sia mai arrivato il mio turno mi metterei pure da parte. Ma per favore qualcuno ci spieghi verso cosa demonio dovremmo “svilupparci”! La domanda è lecita, diciamo pure ineludibile.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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