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Metri cubi inopinatamente strappati all’agricoltura (urbana)
Data di pubblicazione: 03.05.2011

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Tutte le chiacchiere sulla città fitta di edifici, di attività e di relazioni, restano appunto solo chiacchiere e distintivo, se non si bada davvero a cose come qualità ambientale e composizione funzionale: anche nella metropoli spazio morto è spazio a scarsa biodiversità

Arrangiatevi, pare essere diventato, più o meno, il termine con cui si traduce in pratica la cosiddetta Big Society, modello per il terzo millennio dei Conservatori britannici e loro bandiera innovativa/contenitore dell’azione di governo. Un po’ si intuisce anche da alcuni dettagli, come le direttive generali per le aree urbane emanate dal ministro mastino responsabile Eric Pickles, in cui la politica degli spazi condivisi diventa “eliminazione delle carabattole stradali”, o la delega di funzioni e responsabilità urbanistiche ai quartieri pare costruita su misura per coltivare una cultura nimby, visto che poi nelle decisioni strategiche si centralizza ancora di più. Risultato, magari ci si scanna per l’altezza dei fabbricati di una via, e poi poco oltre il parco di zona passa un’autostrada a sei corsie senza che si possa aprir becco. Adesso l’ultima vittima di questa socializzazione delle perdite pare siano diventati gli orti urbani.

È dal 1908 che in Gran Bretagna con lo Smallholdings and Allotments Act le amministrazioni locali devono mettere a disposizione dei cittadini che ne fanno domanda superfici da destinare a orti. Una attività/diritto saltata agli onori della cronaca ad esempio durante la seconda guerra mondiale, con gli “orti della vittoria” che sostenevano l’economia e le dieta dei quartieri nei momenti difficili, o più di recente con la ripresa del ruolo sociale e ambientale di questi spazi verdi tanto particolari.
Oggi questo diritto secondo il Ministero delle Aree Urbane retto da Pickles fa parte di una serie di “carichi inutili” per la pubblica amministrazione, da eliminare. E, con le amministrazioni comunali in crisi cronica di finanziamenti, avere la disponibilità di superfici anche molto centrali per funzioni diverse dagli orti significa la possibilità di far cassa, cambiando la destinazione d’uso a edilizia residenziale o simili. Tanti saluti alle prospettive post-moderne di una città alimentarmente più integrata, alle attività sociali ed economiche caratteristiche degli orti, al concetto di infrastruttura verde come tessuto connettivo metropolitano ecc. ecc. ( per i particolari, le precisazioni, l’appello delle associazioni, vedi l’articolo di Jane Merrick e Mark Jewsbury da The Independent 1 maggio 2011)

Significativo il fatto che tutte queste mosse del nuovo governo ultraliberista britannico, per “devolvere il potere ai cittadini” da un lato li lascino piuttosto impotenti e impreparati di fronte a problemi che richiedono una chiara visione ad esempio di scala territoriale vasta, che sfugge ovviamente a chi ha un punto di vista al massimo di quartiere, dall’altro come con a faccenda degli orti finiscano per fare a pugni con le pur sbandierate mire per uno sviluppo locale sostenibile. Gli orti urbani, anche senza prenderne in considerazione il riconosciuto ruolo sociale e inclusivo, hanno pure una importante funzione agricolo-produttiva, che sposata ai sistemi di infrastrutture verdi territoriali e a una adeguatamente promossa rete distributiva rende i tessuti meno fragili di fronte al rischio della cosiddetta desertificazione alimentare. Una desertificazione che se in America assume le forme estreme della vera e propria assenza di esercizi commerciali in grandi aree, con gravi ripercussioni sanitarie, altrove si sostanzia nelle cosiddette città-clone, dove il mercato è dominato da pochi grandi attori in grado di far fallire qualunque operatore locale.

Non deve quindi stupire se è sceso in campo direttamente il leader dell’opposizione laburista Ed Miliband contro la cosiddetta “tescoizzazione” (dal nome della catena Tesco) dei quartieri, sottolineando come gli stessi cittadini a cui formalmente verrebbero delegati tanti poteri decisionali dal governo, poi non possano intervenire su cose importanti come la localizzazione commerciale, lasciata al libero mercato, ovvero al predominio del più forte. E mi sia consentito un collegamento abbastanza diretto (come spesso fanno anche i gruppi ambientalisti) fra la desertificazione commerciale e la scomparsa degli orti urbani, che spesso partecipano attivamente proprio a reti distributive alternative, con forme di abbonamento, promozione del chilometro zero, dei prodotti di stagione e via dicendo. Un problema tra l’altro esasperato dall’attuale tendenza (spinta dalla crisi economica, ma anche da giuste norme urbanistiche contro la dispersione) al ritorno in città delle superfici medie e grandi, che ovviamente non rinunciano al proprio modus operandi: ignorare le produzioni del territorio, usare indifferentemente formati decisi dalla direzione centrale, seguire strategie estremamente aggressive nei confronti della concorrenza, come l’accaparramento di terreni edificabili. Tutte cose che, già molto dannose nei contesti extraurbani dove sinora si collocavano di preferenza questi giganti, lo diventano ancora di più nei quartieri urbani. (qui l’articolo che racconta la nuova battaglia di Miliband dal Guardian 1 maggio 2011)

E pensare che gli spazi verdi urbani se adeguatamente articolati, gestiti, valorizzati, possono davvero diventare - come teorizza un documento guida della Town & Country Planning Association – una vera infrastruttura portante del territorio, con un ruolo simile a quello che ci appare tanto ovvio per reti anche di potenziali minore come quelle tecniche, o di mobilità, o comunicazione. Ma di sicuro un sistema complesso del genere, pur in una logica democratica e partecipativa, non si può delegare a comitati e rappresentanze spontanee puramente locali, e deve rientrare dentro politiche complesse, che sostengano reti alimentari e distributive come ad esempio quelle studiate dalla CPRE , che intrattengono virtuosi rapporti col mercato non certo nel senso dei grandi monopoli, ma sul versante della domanda reale. Che questa domanda di qualità del territorio, anche in termini di articolazione dei prodotti, sia molto forte, lo dimostra il numero di iniziative che appena possibile spuntano ovunque. Anche apparentemente stravaganti, come quella di un signore di Chicago che nel suo terreno ci vuole mettere … una vigna.

Pare di leggerla, l’etichetta: denominazione di origine controllata, Chicago. L’idea è del sessantaseienne Bill Lavicka, specializzato in riqualificazioni e trasformazioni d’uso anche di notevole entità. Ma questa forse le batte tutte, con una vecchia casa circondata da parecchio terreno nonché dalla metropoli, e che lui vorrebbe riciclare combinando produzione di vino e enoteca. Si tratta di un progetto di dichiarato interesse pubblico ovviamente, a cui partecipa in qualche modo l’amministrazione, perché fare cose del genere costa, e bisogna farle bene, inserite, contestualizzate, in una logica di riqualificazione urbana appunto. La casa è di epoca precedente al grande incendio del XIX secolo che devastò la città, ricresciuta poi inventando il grattacielo, e il terreno viene ora analizzato dagli esperti per capire sino a che punto sia adatto il suolo a coltivare vigna: quasi di sicuro non ci sono comunque contaminazioni da piombo. (qui il resto della storia, ripresa dal Los Angeles Times del 1 maggio 2011)

Ma non sono tutte rose e fiori quando si parla del rapporto fra città e ambiente, anche quando sulla carta tutto sembrerebbe preparare il perfetto modello di sostenibilità pianificata e programmata: alte densità urbane per risparmiare consumo di suolo, con ampi spazi verdi sia di servizio che recuperati come oneri di urbanizzazione a zone umide. Fiore all’occhiello di tutta l’operazione, il nome del progettista, una vera star internazionale nel settore, Peter Calthorpe, fra i fondatori del new urbanism. E la polemica infuria.
Lo scontro in breve è fra città e natura, ovvero fra pianificazione urbanistica e ripristino del territorio a funzioni che con quelle urbane non hanno nulla da spartire, anche se funzionali alla vitalità di un’area metropolitana come quella della Baia di San Francisco. C’è un’ampia estensione (molte centinaia di ettari) dedicata sino a poco tempo fa alle saline, e che è stata individuata per un insediamento ad alte densità a servizio di attività produttive già presenti e che generano parecchi movimenti pendolari, proprio perché mancano case.

A Calthorpe, che è anche originario della zona, è stato dato l’incarico di progettare il quartiere sostenibile (o sedicente sostenibile, chissà) con quantità davvero impressionanti per un osservatore europeo: sull’area delle ex salite, complessivamente quasi 600 ettari, l’immobiliare DMB vuol realizzare circa 250 ettari di area urbanizzata, fra (grandi) superfici aperte e a parco e edificato a buone densità. Poi c’è il ripristino a zone umide delle altre superfici e interventi vari di recupero ambientale naturale. Ma si chiedono gli ambientalisti dello storico gruppo Save the Bay, perché mai non recuperare TUTTA l’area della ex salina? Le zone umide costiere, come ha dimostrato recentemente anche la vicenda dell’uragano Katrina a New Orleans, non sono un giocattolino per ecologisti, ma un fattore fondamentale sia per la biodiversità regionale che per la stessa sicurezza delle coste. Sembra una contrapposizione abbastanza dura: da un lato un ben programmato e pianificato sviluppo urbano, che rifiuta il modello impattante a sprawl della vicina Silicon Valley, e si coordina con un altrettanto programmato insediamento e sviluppo produttivo; dall’altro la tutela ambientale “vera”, che va ben oltre qualunque logica nimby o nostalgica, per toccare le grandi questioni come l’innalzamento del livello degli oceani, solo per citarne una.

Insomma, quanto la fanno facile gli studiosi di problemi di città alla Edward Galeser, o certi nostrani assessori dalla lingua sciolta, lanciandosi in sperticate lodi del grattacielo e delle alte densità senza pensarci troppo. La realtà è molto più complicata, e non solo perché magari la gente nei grattacieli non vuole proprio andarci ad abitare, se ha un’alternativa, ma anche per motivi n po’ meno legati ai gusti, o all’abitabilità urbana. Il che ci riporta al quesito di partenza, degli orti che il mastino conservatore Eric Pickles vuol sfilare da sotto il sedere dei sudditi britannici: qual è l’equilibrio accettabile fra le due cose che continuiamo a chiamare città e campagna? O, detto in altre parole, fra uomo e natura? Il millennio della metropoli, come già lo chiamano alcuni dopo il sorpasso del 50% della popolazione urbana globale, pone assillanti problemi del genere. Che si iniziano a risolvere anche riflettendo sul ruolo del nostro verde di quartiere, che sommato al resto compone il tutto. (qui l’articolo da Grist che racconta del progetto di Calthorpe e dell’opposizione di Save the Bay)









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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