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Copyright in rete: patacca si, patacca no, ma questa è la vita?
Data di pubblicazione: 01.12.2011

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Giustamente si contestano progetti autoritari di sedicente regolamentazione dei flussi di informazione via internet, ma è certo che la gran confusione che esiste sotto questo cielo non produce una situazione eccellente. Con buona pace del Grande Timoniere

Ci sono i laureandi testoni, copiano pagine e pagine di libri e articoli, dimenticandosi di mettere le virgolette e combinando pasticci inestricabili. Che fatica convincerli che non solo esiste da sempre un metodo abbastanza facile per usare le parole degli altri (le probabilmente sudate parole degli altri), ma addirittura il prodotto ci guadagna! Perché così facendo spicca molto meglio il contributo innovativo di chi, partendo dal punto in cui erano arrivati gli studi precedenti, ci aggiunge del suo.


1 – Il pataccaro colposo

Sembra facile, ma non lo è affatto quando si ha a che fare con le varie gradazioni del pataccaro professionista. Ce ne sono in generale di due tipi: i furbi e i malati di quella che si può classificare patologia da “usucapione precoce”. Il furbo infila semplicemente cose altrui mettendoci il proprio nome, e sperando che nessuno se ne accorga. Il megalomane da pianerottolo sofferente di usucapione precoce usa un percorso leggermente più tortuoso, ovvero dopo aver trovato qui e là con metodi normali quanto gli serve, lo immerge per un periodo di tempo variabile nel suo ambiente naturale, e alla fine ritiene di averlo del tutto metabolizzato. Il tipo di digestione varia: dalla patacca pura e semplice del copia/incolla, più o meno suddiviso in lotti mimetici, alla più raffinata parafrasi delle forme ma scippo sostanziale delle tesi di fondo (la traccia di una storia, ipotesi o conclusioni scientifiche ecc.).

Da quando esistono i siti web la specie si è letteralmente scatenata, al punto che qualcuno ha elaborato appositi metodi e strumenti tecnici per beccarle, le patacche più clamorose. Altre volte la scoperta avviene per caso, ad esempio se qualcosa preso a prestito sulla rete viene riciclata su un supporto diverso, come la normale carta di un libro. Con una differenza: gran parte di ciò che si produce (faticando sempre) per la rete è liberamente disponibile e di solito non dà alcun vantaggio diretto a chi l’ha prodotto. Il libro comporta un certo giro economico, se non altro sul versante editoriale, e a volte, non di rado, prestigio, visibilità, carriera.

È per tutta questa serie di motivi, tra l’altro, che tanti siti distinguono chiaramente ed esplicitamente ciò che è stato scritto ad hoc da ciò che è desunto da altre fonti, e citano correttamente queste fonti, chiedendo che sia fatto altrettanto coi propri contributi originali. La dizione suona più o meno “i contenuti sono liberamente riproducibili citando la fonte”, e ci si aspetta in genere che la citazione sia corretta, del tipo che con fatica via via si prova a insegnare agli studenti: Autore, Titolo, Editore (il sito), eventualmente la Data di pubblicazione. Soprattutto quando capita che quei testi non siano solo frutto di riflessioni estemporanee, ma addirittura veri e propri studi, che hanno richiesto magari anche spostamenti, parecchio tempo, spese dirette, oltre al sudore della fronte.

Così risulta particolarmente sgradevole trovarsi un intero articolo, o quasi, riprodotto pari pari da un sito a un libro, senza citare la fonte. Un libro “scientifico” ovvero dove un professore universitario dà conto di proprie riflessioni innovative su un tema, a partire naturalmente da ciò che già si sapeva a proposito prima, grazie a studi altrui. Quegli studi altrui hanno evidentemente delle graduatorie di merito: chi compare sulla carta, specie su quella nobile delle collane accademiche, si merita una menzione onorevole e completa. Gli altri, al massimo una frettolosa menzione della homepage. E resta anche un dubbio: quante delle altre considerazioni innovative dello studio sono effettivamente farina del sacco di chi lo firma? O magari gratta qua, gratta là, l’intero libro è una ambientalmente discutibile operazione di riciclaggio?

2- Il pataccaro virtuale

Oltre al pataccaro colposo, ce n’è però anche uno lievemente più patetico, che pecca non sapendo di peccare, anzi è addirittura convinto di essere virtuoso. Chi scrive appartiene a questa forma di vita, anche se da qualche tempo ha perso per strada l’identità e qualcos’altro.
Tutto comincia con un sito, che al pari di tanti altri siti mescola il nuovo e il filologicamente riciclato, anzi ci aggiunge un servizio lavatura e stiratura. Mi spiego meglio.
Dovendo pensare a un sito sui temi della cosiddetta “città & territorio” che non fotocopiasse altre cose già esistenti, mi era venuto in mente un modello siffatto: articoli originali, articoli ripresi dalla stampa internazionale e tradotti, archivio parallelo dei testi in lingua originale, organizzato con le medesime cartelle. Discreta la risposta delle masse di frequentatori, come confermavano le statistiche e le e-mail di commento. Compresa quella abbastanza singolare del collaboratore di una rivista americana, di cui avevo con qualche piccola fatica ricostruito il nome proprio a partire dalla sole iniziali, e che mi chiedeva assolutamente di ripristinare la sola sigla, perché così voleva essere chiamato. Vabè, peccato per la chiarezza, ma rispetto per le volontà altrui, vada per la sigla. Tutti vivevano felici e contenti.

Tutti meno una, un’altra giornalista che scrive qualche tempo dopo, e immediatamente mi ricordo che si, anche nel suo caso c’è stata una confusione nella grafia, una “C” invece di una “K”, cose che capitano, ma mi pareva di aver corretto da solo. Ma la giornalista, me ne accorgo dopo mezza riga, non sta parlando di quello: parla delle sue fatiche, che io mi frego bellamente per inzeppare il mio sito. Ma come, rispondo io, cito nome, cognome, data indirizzo e tutto quanto, dov’è la scorrettezza. Facile: usando i miei eleganti ragionamenti e giri di parole tu attiri visitatori al TUO sito, e non verso quello per cui il pezzo era stato concepito, magari citando correttamente non rubi affatto il contenuto in sé, ma sottrai flusso dalle pagine. Se per caso quelle pagine ad esempio vivono di piccola (o grande, chissà) pubblicità, ogni contatto in meno si calcola anche in soldi. Chiaro? Anche producendo qualcosa di quasi nuovo a partire da quei testi, come le tue sudate traduzioni, devi perlomeno chiedere il permesso. Perché chi garantisce che quelle traduzioni, che riportano doverosamente il nome dell’Autore originale, non siano del tutto fuorvianti per incompetenza o disonestà intellettuale del traduttore?

La prima domanda che il sottoscritto si pone, dopo quella gragnola di insulti, è: ma mi può far causa, come minaccia? E la risposta arriva quasi subito direttamente dalla fonte dei guai: dalle tue spiegazioni ho capito che hai fatto una cazzata senza pensarci, concordiamo un modo in cui puoi usare i miei articoli, e amici come prima. Il modo è, tutto sommato, del tutto ragionevole. Invece di riportare il testo integrale in originale, se ne riprendono solo un paio di paragrafi, con link alla fonte. Per la traduzione, verificato che le mie versioni sono di buon livello e non travisano il senso, ci si accorda per un link finale al sito personale dell’Autrice. Tutto sistemato amichevolmente.

Tutto sistemato una cippa. Perché appena spedita la e-mail finale del breve ma franco e intenso scambio, mi sovviene: solo per adeguare tecnicamente la mezza dozzina di testi della gentile risentita signora ci ho impiegato un’ora circa di lavoro, magari qualcosa di più visto che dovevo anche ricostruire a posteriori il link alla fonte originale. Come riuscirei mai a correggere nello stesso modo TUTTI i testi che ho pubblicato nei cinque anni da quando è attivo il sito? Nel caso specifico le fonti erano una grossa rivista di architettura e nientepopodimeno che il New York Times, ovvero posti con un ottimo sistema di ricerca interno, ma non è detto che funzioni così ovunque, anzi. E poi figuriamoci con le traduzioni: frugare alla ricerca di recapiti e-mail, e chiedere permessi a TUTTI gli Autori? Fantascienza. Ma il ragionamento della signora, parere personale ma è quello che conta, filava perfettamente: non ci si approfitta così degli altri alle loro spalle. Insomma mi sono adeguato: niente retroattività, ma da adesso il sito NON PROPONE PIÙ le cose come prima.

Come accennato sopra, niente pezzi integrali in originale, ma solo un paio di paragrafi linkati alla fonte. E soprattutto niente più TRADUZIONI, ma solo lunghe e molto libere PARAFRASI, mescolate a considerazioni personali. La cosa curiosa è che mi vedo costretto a firmare col mio nome dei pezzi che sono davvero esclusivamente farina del mio sacco, e quindi l’unico Autore che compare nel sito in italiano adesso sono io. Ridicolo, ma sinora non mi è venuto in mente di meglio: scrivo, e firmo. Dal punto di vista della produzione del sito, è cambiato il lavoro: prima c’era una ricerca preliminare, una scelta di articoli più o meno suddivisi nei vari sottotemi, traduzione, editing, pubblicazione. Adesso la ricerca è diversa, perché i 3-4-5 pezzi devono non solo rientrare nelle categorie di cui si occupa il sito, ma essere anche abbastanza omogenei per contribuire a comporre il mio pezzo, che per forza deve entrare in UNA SOLA CATEGORIA. Ad esempio, prima se si trovava un pezzo dedicato alla paura istintiva delle vecchiette che stanno in quartieri urbani dalle case troppo alte, lo si sceglieva senza problemi, traducendolo per la cartella che si chiama “Città: Spazi Centrali”. Oggi lo stesso articolo magari si deve scartare, o mettere da parte sperando che non diventi obsoleto (la vita autonoma dei pezzi giornalistici da quotidiani non supera la settimana, proporzionalmente per altre fonti), se ad esempio gli altri tre o quattro sono tutti dedicati a temi ambientali, e non c’è modo di infilarci dentro la faccenda delle vecchiette senza saltare spudoratamente di palo in frasca.

3 -Sorprese e conclusioni: il pataccaro double-face

A parte questi nuovi problemi diciamo tecnici di produzione del sito, la vera sorpresa è stata un’altra, ovvero il calo drastico dei frequentatori, ma soprattutto il motivo reale di questo crollo. L’avevo immaginato ovviamente, che pezzi firmati dal sottoscritto fossero mediamente molto, ma molto, meno appetibili di quelli di grandi o meno grandi firme internazionali. Anche contando sul fatto che ciascun testo mio era una specie di visita guidata a una mezza dozzina di altri, era ovvio che col tipo di fruizione istintiva che si fa della rete l’Autore X aveva un potere di attrazione maggiore di CARNEADE. Ho provato a chiedere, a scambiare e-mail con utenti (magari ex utenti) fissi o occasionali, e qui arriva la vera scoperta scientifica: io, inconsapevole pataccaro virtuale, alimentavo allegramente il mercato dei consapevolissimi pataccari colposi!! Ovvero, la mia intenzione originale, di mettere in circolo (citando esattissimamente la fonte e tutto il resto) testi internazionali tradotti, non era affatto il motivo per cui la maggioranza dei frequentatori arrivava sul sito. Cosa venivano a fare, allora?

Semplice: copia, incolla, mettici sotto il tuo nome invece di quello dell’Autore vero, e il gioco della patacca postmoderna (e premoderna, se è per questo) è completo. Io ero la comoda materia prima già selezionata, loro gli utenti finali. Pare che il mercato più fiorente fosse quello, veniale, delle tesi di laurea e dintorni, a volte anche coi testi (ma non la fonte della traduzione) ripresi in Bibliografia. Ma sicuramente non sono mancati in abbondanza trasferimenti diretti verso articoli e saggi per costruire carriere varie. Tanti auguri, ci resto un po’ male ma il fesso sono io e tocca abbozzare. Il tutto per concludere che in epoca di discussioni sul copyright in rete, i buoni, i brutti, i cattivi, sono soggetti più intricati di quanto certa pubblicistica faccia pensare. Che sia anche quella pubblicistica pataccara?









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
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( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
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( 21.07.2013 09:45 )
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