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La segregazione fa benissimo, almeno al portafoglio
Data di pubblicazione: 17.08.2011

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La rigida separazione funzionale per zone omogenee, sino a produrre delle assurde caricature urbane, pare dura a morire: e per forza, visto che nasce esattamente dalle medesime istanze e culture che dominano il mondo attuale

Leggendo il sommario dell’articolo credevo si trattasse di una piccola svista, o di un uso esteso del termine urban planning: si parlava delle recenti rivolte britanniche, e del fatto che parevano aver infettato certe città più di altre. Fra i motivi, appunto, l’ urban planning.
Convinto ci si riferisse a certe forme urbane consolidate, che a parere dell’autore potevano chissà perché favorire o meno i conflitti giovanili, ho cominciato a leggere. A cominciare da una considerazione del tutto fondata, documentata e condivisibile: la prevalenza di certe droghe nei consumi locali contribuiva davvero a spiegare la propensione o meno a scontrarsi. Imbottite una banda di ragazzi di stimolanti, e avrete dei ribelli adrenalinici che aspettano solo la scintilla casuale per scatenarsi. Se invece circolano cose come alcool o eroina, downers per eccellenza, il divano di casa o la panchina dei giardinetti diventano un luogo molto più acconcio delle battaglie di strada. Ma poi sono arrivato appunto ai passaggi sull’ urban planning, e mi è venuto un piccolo colpo.

Perché l’avevamo letto un po’ tutti nelle centinaia di articoli sulle rivolte, della vasta estensione territoriale del fenomeno a Londra e anche Manchester, dovuta alla presenza in moltissime aree di quartieri popolari misti a un tessuto di ceto medio. Adesso l’articolo lo diceva chiaro, che dove per precisa scelta di pianificazione urbanistica i quartieri poveri se ne stanno per i fatti loro, a quanto pare le rivolte non c’erano state. ( per i particolari si veda Marianne Taylor, Why didn’t the riots reach Scotland?The Guardian 16 agosto).
E per quanto mi riguarda inizio a ripensare a certe cose ascoltate durante questi eventi, a partire dalle reazioni del governo conservatore. Che diceva questi sono criminali, mettiamoli in galera e buttiamo via la chiave, altro che sociologismi. Ma ci aggiungeva pure, per bocca sia del primo ministro che del sottosegretario alla casa, chi è stato coinvolto nei saccheggi e devastazioni perde il diritto all’assegnazione delle abitazioni pubbliche. Sembrava una sparata tanto per dire qualcosa, ma pare proprio di no, sembra che sia da prendere molto sul serio, e che riguardi ovviamente l’intero nucleo familiare. Il capolavoro di una elite di milionari al governo, che davanti ai problemi sociali paiono ricordare a modo loro il famoso slogan della loro antenata politica Margaret Thatcher: la società non esiste. E lo riformulano così: leviamo di torno tutti i pezzi di società che ci danno fastidio.

Cos’altro vuol dire, rispondere a eventi del genere con minacce di ritorsione? Tutti in galera, poi fuori dalle case pubbliche, e poi? Una specie di medio evo un po’ ripulito e con le telecomunicazioni. Il corto circuito con la faccenda dello urban planning arriva quasi immediato. Se bisogna tornare al buon vecchio tempo antico, dopo aver buttato fuori i cattivi dalle case popolari e averci messo dentro i buoni, c’è molto altro che si può migliorare nel settore. Così come la Thatcher aveva recuperato in pieno certa moralità sedicente vittoriana, sostanzialmente per coprire le impudicizie della finanza che parallelamente scatenava sulla città e sul mondo intero, adesso nel medesimo segno reazionario i suoi nipotini quarantenni dall’aria moderna e virile potrebbero rivangare lo zoning segregazionista estremo come perfetto prodotto del mercato. La revisione e semplificazione del sistema urbanistico, attualmente in corso, pare studiata ad arte. Una delle principali e più discusse innovazioni, per esempio, è quella dei piani di quartiere dotati di una certa autonomia rispetto agli strumenti cittadini, e soprattutto deliberati da organismi locali, articolazione logica del progetto di Big Society del premier Cameron, nonché del Localism Bill sponsorizzato soprattutto dal ministro per le aree urbane Pickles. Pensiamo a una media associazione di cittadini, a un comitato, a qualunque forma di organizzazione degli abitanti: cosa ci metterebbero, dentro a un piano? Risposta sin troppo facile, tutto ciò che va d’accordo col loro modo di pensare il quartiere, ovvero che gli assomiglia parecchio, che non svaluta gli immobili, che si affianca armonicamente dal punto di vista della casalinga o di suo marito.

Il che, un pochino schematizzato e generalizzato, ma non troppo, ci riporta esattamente alle origini privatistiche dello zoning e alla segregazione prodotta in decenni di esperimenti. Una segregazione che, visto come reagiscono i nostri quarantenni tories alle rivolte urbane, parrebbe una specie di paradiso. Le case popolari solo ai sottoproletari buoni, che consumano le droghe legalizzate e non rompono le palle. Le aree a galera (magari affidate a comparti specifici del libero mercato e debitamente concentrate) per gli altri. Poi le tutine arancioni a contrassegnare quelli che pur reietti entrano nella zona buona, solo per ripulire il danno, come propone il sedicente progressista vicepremier Clegg. Un bello spaccato di disintegrazione, che fa ad esempio piazza pulita degli aspetti sociali di qualunque teoria new urbanism, anche nella versione europea del Principe Carlo. Integrazione funzionale, ma solo per le funzioni compatibili, e compatibili per chi, secondo le nuove norme del Localism Bill? Per i residenti che le ritengono tali. Punto.

Del resto anche nella nostra piccola Italia la miscela micidiale dei post-cattolici ciellini e dei loro post-capitalisti amici speculatori ha prodotto ad esempio quella mostruosa aberrazione di Santa Giulia a Milano: nascosto dietro i sognanti renderings di Norman Foster, un bel progetto di segregazione, tascabile ma pur sempre rigidissima. Il quartiere sulla carta si dichiara mixed-use e propone varie tipologie a varie fasce di reddito, ma osservandola appena un pochino meglio quella carta si scopre che il quartiere degli sfigati di ceto medio (edilizia sovvenzionata, cooperative ecc.) sta vistosamente diviso da quello degli architetti e delle fotomodelle, in mezzo scorrono sei invalicabili corsie autostradali veloci. Improbabile, un Giulietta e Romeo interclassista da un balcone all’altro, qui. Il che, tanto per restare a Milano ma cambiando completamente punto di vista, evoca la carriera di ministro dell’istruzione dell’ex sindaco Letizia Moratti, che diceva più o meno, perché spendere soldi e far studiare qualcuno che poi farà lavori manuali? Chiudiamolo invece insieme ai suoi simili dentro a qualche istituto professionale dove si parla di cucito, cucina, martello e chiodi. Lo zoning non è naturamente solo una tecnica urbanistica, ma il portato spaziale di una filosofia di vita. Che sia una vita di merda, non lo dice però nessuno, almeno quasi mai.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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