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Cosa significa per la generazione del dopoguerra la fine del suburbio


Eddyburg Sito di Fabrizio Bottini Città Spazi della dispersione

Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013

Titolo originale: What 'The End Of The Suburbs' Means For Boomers – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Il nuovo provocatorio libro di Leigh Gallagher, La fine del Suburbio [The End of the Suburbs, Where the American Dream Is Moving] secondo me coglie davvero il segno, e credo la cosa riguardi davvero tutti i miei coetanei della generazione del dopoguerra.
Siamo stai i primi a nascere e crescere in quei “borghi” e ancora oggi ci abita il 70% delle fasce di età fra poco meno di cinquant'anni e fra i sessanta e i settanta (personalmente sono cresciuto in un suburbio nel New Jersey, oggi abito in un altro altrove, dove insieme a mia moglie abbiamo fatto crescere i nostri figli; lei era nata in un suburbio di Washington, D.C.).
Ma la Gallagher è convinta che oggi una serie di fattori concorrenti suoni la campana a morto, per il suburbio.

Altri esperti, come Eric C.Y. Fang dello studio di architettura EE&K, sono convinti che si debba far qualcosa perché il suburbio possa mantenere e attirare abitanti di quelle fasce di età, specie là dove è indispensabile l'uso dell'auto.
In un recente articolo sul sito Planetizen.com, “Sobborghi adatti agli anziani”, Fang scrive che “modernizzare i quartieri suburbani per renderli un'alternativa reale e adeguata agli anziani è una sfida e un'occasione per la società americana”.
Così dopo aver letto il libro della Gallagher, che in buona sostanza prevede la scomparsa del suburbio come una foto sempre più ingiallita, ho deciso di provare a discuterne con lei. Volevo che mi spiegasse cosa possa significare questo per tutta la generazione del dopoguerra, che abita nel suburbio, e dovrebbe vendere casa e sistemarsi per gli anni della vecchiaia.
Quella che segue è la nostra conversazione.

Cominciamo dal titolo del libro. Cosa intende per “fine del suburbio”?
In sostanza ci troviamo a un punto di svolta, nel messo secolo scorso siamo cresciti espandendoci sul territorio sempre più dispersi, mentre oggi si inizia a voltare le spalle a questo modello e a cercare soluzioni diverse.

Perché succede?
Per una serie di motivi diversi. Il suburbio per usare il gergo di Fonzie ha “saltato lo squalo”.
Quel modello di vita ha superato i limiti, è diventato lo sprawl che si disperde sempre di più allontanando sempre più le persone dal lavoro, in quartieri che non rispondono ai bisogni.
I suburbi non sono più adatti a tantissime persone.
C'è gente che fa il pendolare per tre ore al giorno. Anche prima della crescita drogata della bolla edilizia, succedeva di constatare queste distanze incredibili che la gente deve superare anche solo per comprarsi qualunque cosuccia indispensabile. Costoso, e anche un modello di esistenza sgradito ai più.
Poi ci sono drastiche trasformazioni demografiche in corso: un eccesso di offerta di grosse case unifamiliari in suburbi molto tradizionali, e poca disponibilità di quanto invece vorrebbero sia le generazioni più giovani che chi sta invecchiando, ovvero quartieri più fruibili a piedi.

Cosa vorrebbe dire “fine del suburbio” per quei cinquantenni e oltre che sono proprietari di quelle case?
Curioso. Sono proprio queste generazioni più anziane, più dei giovani, a costituire un problema aperto. Gli operatori immobiliari pagherebbero chissà cosa per capirlo, dove vogliono andare ad abitare queste fasce d'età in futuro, invecchiando.
Molti vorrebbero restare dove stanno ora, vuoi per problemi economici, vuoi perché lì si sono costruiti legami molto solidi. Il che va bene finché la abitano, la casa, ma poi quando resta vuota? Non c'è un gran mercato per quel tipo di case.

In un intervento sull'enorme offerta di case in vendita e la possibilità di attirare acquirenti relativamente giovani, citavo un analista immobiliare che avvertiva sulla “svendita degli anziani”, possibile causa di una prossima crisi di settore. Gli attuali abitanti suburbani cinquantenni dovrebbero temere questo tipo di fine del suburbio? 
Dipende molto dal genere di zona in cui vivono. Sta cambiando il tipo di mercato della casa unifamiliare, e se l'immobile non corrisponde alle richieste future sarà assai difficile da piazzare.

Allora parliamo dei vari tipi di suburbio. Lei fa una distinzione fra quelli di fascia e sterna e di fascia interna. In cosa sono diversi, e perché quella differenza conta?
Quelli di fascia interna sono tendenzialmente più antichi, case su lotti più piccoli, spazi meno ampi dove ci si può anche muovere a piedi. E ci sono anche delle cose che ha senso raggiungere, a piedi.

Nel libro lei afferma che molti suburbi di fascia interna si sono trasformati in quartieri operai.
Si tratta di zone un po' trascurate nel corso della grande espansione fra gli anni '70 e i '90, hanno iniziato ad essere abitati da ceti operai perché i prezzi calavano, erano considerati meno attraenti. L'area dove è stato girato il film Il lato positivo sta dalle parti di Drexel Hill, Pennsylvania, dove è cresciuto mio padre, è un suburbio di fascia interna.
Però oggi c'è una ripresa dell'interesse per quei tipi di quartiere. Sono in molti a credere che sarà lì dove andranno più volentieri ad abitare le giovani generazioni, non certo nelle zone esterne, si è più vicini al centro città, case più piccole, ci si può muovere anche a piedi, c'è un po' di vita.

Quindi secondo lei più si va ad abitare lontano da un centro, più si è economicamente a rischio con l'immobile volendo poi vendere?
Certo.

Nel libro quando parla di esurbio [il suburbio più esterno in ambienta quasi rurale n.d.t.] scrive che in quei casi ci potrebbe essere un vero crollo. Mi può spiegare?
Quelle case spesso sono anche costruite male, soprattutto le più nuove realizzate in tutta fretta. Si può affermare con relativa certezza che molti imprenditori sono stati almeno poco attenti. Certo non si tratta di edifici destinati a cadere a pezzi domattina, ma lasciandoli senza manutenzioni per venti, trent'anni, può succedere.
Si è detto che quei quartieri potrebbero trasformarsi nello slum del futuro. O anche che potrebbero diventare luogo in cui trovano spazio di comunità le nuove famiglie degli immigrati.

Gli anziani residenti del suburbio accetteranno eventualmente prezzi stracciati per la propria casa, con la scarsità di acquirenti?
Guardi, c'è una ripresa del mercato immobiliare. Ma se si ha una casa nel suburbio, è certamente meglio cercare di venderla in fretta, anziché aspettare. Le prospettive di aspettare che si formi una domanda delle generazioni più giovani non sono affatto buone, a meno che si tratti di zone con scuole veramente di alta qualità.

Ma questi giovani non cercheranno casa nel suburbio, in qualsiasi suburbio, una volta diventati famiglie con bambini?
Lo dicono tutti: aspettate che abbiano dei bambini, e poi vedrete, faranno esattamente come i loro genitori, tornando nel suburbi. Ma hanno scelte alternative in abbondanza. Poi sono in molti a non voler andare in macchina: sempre più numerosi non prendono neppure la patente.

Cosa significa fine del suburbio per chi vuole sistemarsi a invecchiare? 
Dipende. Se vogliono andare in un'area climatica, adesso ci sono degli ottimi affari.
Se no, vorranno un quartiere che dia la possibilità di muoversi a piedi, un po' di vita senza dover dipendere sempre dall'automobile.

La stessa cosa che, lei dice, vogliono i giovani.
Giusto. E se sommiamo semplicemente i due gruppi, si produce quello che sociologi e urbanisti considerano un ottimo segnale.
Fra le cose considerate negative del suburbio c'è la sua omogeneità: non certo quella razziale (anche se esiste) ma di età e genere di vita. Tutti fra i trenta e i cinquant'anni con figli abbastanza piccoli.
Nei quartieri tradizionali la vita significava coesistenza di giovani e vecchi, ricchi e poveri insieme, case di varie dimensioni, gente di ogni provenienza. Forse nei quartieri del futuro fruibili a piedi giovani e vecchi staranno insieme.

Molti abitanti del suburbio vanno in macchina perché mancano trasporti pubblici. Cambierà, questo?
Credo che qualcosa cambierà: sono i quartieri senza trasporti pubblici quelli più a rischio.
Col prezzo della benzina che cresce di continuo, raggiungere i luoghi più lontani diventa costoso. E sono in molti a pensare che senza posti di lavoro vicino alle abitazioni molte zone non ce la faranno.

E ci sono zone dove ci si sta attivando per cambiare e diventare più abitabili?
Un caso interessante è Morristown, New Jersey, che ha fatto molto per diventare urbana. Ci si rivolge all'acquirente più giovane, offrendo cose come palestre yoga o ristoranti alla moda, ma soprattutto si è capito che la gente non vuole dipendere sempre dall'auto.
Ho anche visto molti quartieri realizzati con progetti del tipo New Urbanism che hanno il medesimo obiettivo, recuperare principi urbanistici tradizionali. Ce n'è uno in Maryland, Kentlands, che descrivo nel libro.
Molti costruttori ne realizzano dal nulla, e hanno in effetti un'aria un po' artificiale, altri meno, sono più riusciti.
I migliori suburbi sono proprio quelli realizzati quando si pensava a queste cose. Posti come Montclair, New Jersey o quelli nella zona di Westchester, New York. Il New York Times ha definito Hastings-on-Hudson, in Westchester, “suburbio di tendenza”, ed è proprio vero.



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