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Per il progresso dell’urbanistica [1914]
Data di pubblicazione: 03.01.2012

Autore:

Da un autore di assoluto prestigio, professionista di seconda generazione e studioso innovatore in un ambito ancora pionieristico, una serie di lungimiranti riflessioni sul futuro della città e dell’urbanistica, costruite attorno alla natura umana e delle istituzioni

Titolo originale: How to organize a city planning campaign – New York, opuscolo della collana The American City Pamphlets, Civic Press, [1914] - Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Come si farà mai, a promuovere in modo efficace l’urbanistica?
L’inverno scorso avevo promesso forse un po’ affrettatamente al direttore di The American City di rispondere alla domanda, lui ha atteso con troppa pazienza, e adesso devo proprio mantenere la promessa, anche se sospetto lui saprebbe fare molto meglio di me, come organizzatore. Una cosa del genere dopo tutto altro non è se uno straordinariamente complicato lavoro pubblicitario, si tratta di convincere le persone giuste dell’importanza di determinate idee alla base delle azioni. È proprio il lavoro di un direttore di rivista. O di un agente pubblicitario. Anche del politico. Chi ha esperienza nel gestire campagne promozionali, a far passare messaggi, potrebbe dare consigli assai migliori dei miei, sul metodo per “bucare” con le idee urbanistiche, se le conoscesse a sufficienza, quelle idee.

Forse, in definitiva, gran parte della difficoltà di promuovere la causa della pianificazione urbana sta nella scarsa precisione, nelle divergenze, differenze di prospettive, con cui la si considera da varie parti. Solo per fare tre esempi, tutti sono d’accordo che l’urbanistica dovrebbe contribuire a case più salubri, economiche, comode, a far viaggiare più rapidamente le materie prime e i prodotti finiti tra gli stabilimenti industriali, e a una maggiore accoglienza dell’ambiente urbano. Ma è impossibile poi trovare due persone che concordino sul peso relativo di questi tre aspetti dell’urbanistica, né che siano disposti a discuterne nello stesso modo, o che siano davvero in grado di sostenere o confutare le opinioni con qualche base.

E poi non ci sono due città in cui abbiano la medesima importanza i vari problemi che emergono dai vari aspetti, nelle varie fasi, con la stessa urgenza, con la stessa difficoltà. Nessuna città avanza nel processo di espansione e trasformazione in modi egualmente definiti, nei punti di forza così come in quelli di debolezza. In un caso, come nell’area metropolitana di Boston, si può essere molto avanti per quanto riguarda le superfici destinate ai parchi, e deplorevolmente indietro sul tema della realizzazione e gestione delle grandi arterie. Altrove, come a Washington, c’è un audace progetto di reti stradali, mentre a quanto pare si ignora la necessità di parchi nelle fasce esterne attraversate dalle stesse arterie. O ancora a Cleveland dove si procede sistematicamente e in modo lungimirante nell’organizzazione dei principali edifici pubblici e stazioni ferroviarie, realizzando validissimi punti di accesso e nuclei di rappresentanza, ma non si è fatto gran che con l’altrettanto evidente problema di una più rapida comunicazione interna e col suburbio.

Anche riguardo alle sole strade, c’è un vivo contrasto tra le varie situazioni, fra chi consapevolmente pianifica o si lascia invece libero gioco alle forze economiche e sociali, a disegnare gran parte delle reti e dei relativi spazi edificabili, in forme e dimensioni adeguate per abitazioni unifamiliari, a volte dimenticandosi delle grandi arterie. Oppure là dove invece l’impegno a definire gli attraversamenti ha irrigidito a tal punto gli spazi coi suoi grandi viali, da rendere impossibili le vie secondarie e obbligare l’edificazione ai soli grandi complessi multifamiliari.

Di fronte a tante differenze, locali e personali, appare evidente come non ci possano essere due argomentazioni eguali per promuovere le idee urbanistiche. Si deve cambiare al cambiare delle situazioni e dei bisogni, comprendendo anche il fattore umano, e la riuscita o meno dipende dalla capacità di ribadire tenacemente, nonché da quei metodi adeguati che sono di solito alla base del successo politico.

L’idea base dell’urbanistica

Torniamo all’obiettivo che da ora in poi dovremo sempre tener presente: che idea essenziale di urbanistica hanno in comune coloro che si avvicinano al tema da vari punti di vista, dall’ingegnere dei trasporti, all’operatore sociale, al progettista di strade, all’architetto, al paesaggista, all’amministratore cittadino? Cosa distingue in questo caso la specifica posizione del singolo, da quella che avrebbe senza alcun ideale urbanistico? L’idea base dell’urbanistica sta nel riconoscere chiaramente come non si possa farsi carico di alcuna responsabilità di una singola parte componente dell’insieme, senza partecipare al tutto, ovvero alla responsabilità del futuro urbano, di eccellenza o carenze.

Una responsabilità di insieme che non può venir meno, anche quando conoscenze o poteri si dimostrino inadeguati all’obiettivo. Le nostre considerazioni possono anche risultare discontinue, la visione sul futuro a volte troppo limitata e incerta, ma qualunque cosa ci aspetti dipenderà inevitabilmente da quanto riusciamo a fare, o a non fare, complessivamente. Una responsabilità ampia e indeterminata al punto che sono in molti a volerla evitare, nascondendo come struzzi la testa sotto la sabbia delle responsabilità specifiche, mentre altri deliberatamente perseguono fini del tutto personali ed egoistici. Altri invece che vedono chiaramente questa responsabilità, e vogliono impegnarsi per quanto possibile, sono sospinti verso due tipi di servizio, entrambi indispensabili in qualunque azione urbanistica.

Il primo è migliorare il coordinamento tra le multiformi attività di redazione e attuazione di progetti di trasformazione fisica della città. Per multiformi intendo distinguere l’una dall’altra cose come progetto e costruzione di strade, scelta e attrezzatura di parchi e verde, programmazione e realizzazione di edifici pubblici, reti idriche e fogne, tranvie, ferrovie, canali, stazioni passeggeri e scali merci, controllo sull’attività edilizia privata secondo i poteri dell’amministrazione. In tutti questi, e in tanti altri, ambiti di programmazione e azione, si lavora comunque in diversi uffici in qualunque città: che ci sia o meno coordinamento consapevole o si agisca in modo frammentario, il risultato è comunque unico. Il coordinamento fra queste innumerevoli linee operative urbanistiche, sta nell’evitare inutili e dannosi conflitti. Sta anche nel tentare di pensare a tutto, obiettivi ed effetti, come a un insieme: per valutare dove sia necessario intervenire più decisamente; per verificare se e dove reindirizzare gli sforzi nell’interesse della città nel suo insieme; infine, per decidere quali eventuali nuove linee di azione attivare.

Il secondo tipo di servizio indispensabile all’azione urbanistica è rivolto a intervenire su alcune carenze che saranno rese evidenti dal coordinamento e da una prospettiva centralizzata. Senza questo secondo servizio, il primo sarebbe solo una pura e inutile esercitazione accademica. Ma senza il primo, il secondo mancherebbe dei caratteri che distinguono davvero la pianificazione urbanistica dalle varie distinte trasformazioni di parti della città.

Due gruppi di sostenitori dell’urbanistica

È nel passaggio dal primo al secondo servizio, che emergono le differenze di opinione sugli obiettivi fra chi è interessato a portare avanti un punto di vista urbanistico. Differenze che non si devono solo a varianti locali, o personali, o magari alle varie incertezze citate sopra, che portano qualcuno a sbilanciarsi troppo verso i grandi viali, altri su vie minori e regolanti edilizi, altri ancora sui mezzi di comunicazione più veloci. Derivano anche da un più generale diverso atteggiamento che pare dividere gli urbanisti in due gruppi distinti. Li chiamerò, un po’ schematicamente, i “centrali”, e gli “specializzati”.

I “centrali” sono molto sensibili all’idea di città come unità controllabile, decisi a sfruttarne le immense possibilità di trasformazione che l’urbanistica offre all’immaginazione, propensi a considerare chi invece si occupa di macinare attività più di routine, di progetti operativi in corso negli uffici cittadini, come portatori di atteggiamenti non cooperativi, particolaristici, di anguste prospettive che mancano di visione. Pare, al gruppo dei “centrali”, che il solo miglior coordinamento di questi uffici, il paziente adattarsi a comporre una sorta di piano-mosaico generale a partire da frammenti, individuando discrepanze, contraddizioni, lacune da riempire, tutto questo sia certo un utile lavoro impiegatizio, ma non sia davvero pianificazione urbanistica.

E che non lo diventerà mai finché qualcuno dall’alto, persona o organismo, dotato di potere e visione, non darà origine a un piano che tenga conto di tutti gli uffici, ma sia dotato dell’unitarietà, inscindibilità, forza di prospettiva futura caratteristiche della capacità di immaginare. Non si arriva proprio a dire che debba trattarsi dell’opera d’arte concepita da una grande mente, ma l’idea ci si avvicina parecchio. La prima cosa è avere quel tipo di piano creativo, non definito in tutti i particolari naturalmente, e non immodificabile, ma completo nelle linee essenziali; e la seconda cosa è di imporre questo piano di massima agli uffici, perché li orienti nelle loro elaborazioni particolari, nello stesso modo in cui a una città si impone dall’alto uno statuto. I centralisti sembrano ritenere che se una qualsivoglia city plan commission non si fa carico di essere autrice (o individuare un autore esperto) di un piano da consegnare poi come statuto che orienti il lavoro di dettaglio per la trasformazione fisica della città, interpreta in modo angusto il proprio ruolo, tradendo così i veri obiettivi dell’urbanistica.

Cosa curiosa, il gruppo degli “specialisti”, in cui vorrei collocarmi, ritiene che siano invece i centralisti ad avere una prospettiva urbanistica un po’ limitata. Siamo convinti che un piano sia cosa tanto importante, complessa, sempre in crescita e trasformazione (deve esserlo, per guidare lo sviluppo anche attraverso i secoli) che la sua unitarietà deve per forza dipendere da qualcosa che trascenda l’autorità di qualcuno, persona o ente che sia. Se ben gestito, l’obiettivo di coordinamento fra tutti i più importanti tasselli della progettazione presente e passata, fra gli innumerevoli elementi di una città, dentro un armonioso e coerente mosaico, basta e avanza a esaurire qualunque potere di una city plan commission. Si può far molto poco in termini di immaginazione creativa, nell’analisi delle lacune di un piano unitario del genere, nello stimolo e orientamento dei vari contributi parziali, nella revisione e miglioramento derivanti da quell’analisi.

Siamo convinti che se le persone da cui nasce l’iniziativa urbanistica locale, istituzionale o volontaria che sia, vogliono dedicare le proprie energie ad elaborare i numerosi aspetti di un piano generale (oltre il minimo necessario agli scopi informativi), corrono il grave rischio di sprecarle, le loro energie, su pochi particolari fra i tantissimi che richiedono attenzione, o comunque di aderire alla concreta realtà della situazione, cosa sempre diversa da qualunque sogno urbanistico. La varietà delle prospettive che compongono il complesso percorso urbanistico richiedono una tale enorme articolazione delle competenze tecniche da rendere del tutto impossibile a qualunque singola persona, o anche a un piccolo gruppo, di assumere con successo il ruolo di responsabile unico del piano.

Delegare singole sezioni a specialisti, studiare dal punto di vista specialistico o di specifica responsabilità, è tanto necessario quanto lo è complementarmente studiare da una prospettiva centralizzata e unificante l’insieme di questi contributi. L’ente centrale svolgerà il proprio compito di unificazione in modo più efficace se non sarà indebitamente caricato del compito di progettare parti del piano, compito che possono svolgere al meglio gli specialisti, pur criticati, controllati, stimolati da questa competente autorità, e non da un asso piglia tutto centralizzato.

Una analogia che non funziona

I centralisti sosterranno che il modo migliore di redigere un buon progetto di architettura, non importa quanto complesso, è di incaricare un solo progettista, che poi può servirsi di vari specialisti ad assisterlo, ma che mantiene un ruolo creativo, gli altri solo consiglieri, amanuensi. Vi diranno che il medesimo principio vale anche per il piano regolatore cittadino. Non è vero, a mio parere, e per questo motivo: un edificio può essere grande, complesso, ma ci sono dei chiari limiti sia alle dimensioni che alla complessità, oltre che al periodo nel quale il progetto rimane flessibile e aperto a cambiamenti. Invece non ci sono limiti di spazio e tempo o temi che si possano fissare, nella responsabilità di un piano urbanistico cittadino.

Anche in un edificio molto complesso, come nei casi in cui le dimensioni dell’impianto meccanico rendono l’economia di gestione un fattore determinante del progetto, si nota che la teoria dell’unico responsabile del processo creativo si indebolisce parecchio. In urbanistica si adatta ancora meglio al riconoscimento dell’esistenza e necessità diversi responsabili creativi, che lavorano ai vari aspetti del piano, anche se devono avere indicazioni, controllo e orientamento da parte di un ente centrale di coordinamento. Un ente che non comanda, ma partecipa alla pari al progetto con una propria particolare funzione nella struttura.

Sia in questa questione dei “centralisti” contro gli “specialisti” nella costruzione del piano, sia riguardo ad altri discutibili e discussi aspetti, aiuta molto a chiarire, e di conseguenza decidere, tenere bene a mente la distinzione già descritta fra due tipi di servizio all’azione urbanistica: il primo al coordinamento delle varie linee operative; il secondo interno ad esse. Senza il primo il secondo non è vera pianificazione; senza il secondo però il primo può non aver effetti pratici, anche se contiene l’essenza vitale del piano. I due, richiedono due tipi di organizzazione molto diversi.

L’Ufficio di Piano del Futuro [1]

Esporrò qui la mia concezione di urbanistica, verso la quale devono tendere i nostri sforzi, qualunque sia l’obiettivo particolare, del luogo o del momento. Ci sarà qualche tipo di organismo ufficiale incaricato della responsabilità principale di custodire, interpretare, modificare il piano. Che sia diretto da una o più persone, ci sarà comunque un personale addetto, e possiamo chiamarlo complessivamente Ufficio di Piano. In quanto depositario del piano, ha accumulato corposi archivi. Tutto questo materiale è relativo allo spazio abitato dalla gente; non solo gli aspetti più visibili delle strade, delle piazze, dei parchi e edifici pubblici, ma l’organizzazione e informazioni essenziali su altri meno visibili elementi, dalle fogne, ai cunicoli, condotti, gallerie sotto la superficie delle strade, o dei piloni e cavi tesi al di sopra; o ancora delle ferrovie e altri mezzi di comunicazione, bacini e corsi d’acqua, quanto alimenta le reti urbane, dal più piccolo tombino in cui entrano le acque piovane, alle pozze e serbatoi, condotti, fossi, canali, fiumi a grande portata della regione; sino ad ogni singolo pezzo di terra e edificio, pubblico o privato.

Un luogo a cui fanno riferimento persone attive e propositive, le cui idee per la trasformazione della città si accumulano innumerevoli sull’arco di una o due generazioni, e parecchie delle quali dopo attenta riflessione sono state accettate e possono essere messe in pratica quanto se ne presenti l’occasione. Alcune di queste, contrastanti con ipotesi precedenti e considerate molto importanti, avranno superato i contrasti o si saranno evolute a sufficienza per evitarli. Tutti questi materiali di idee considerate valide costituiscono l’archivio dell’Ufficio di Piano, e uno dei suoi compiti più importanti in quanto depositario sarà di mantenere un sistema di classificazione, collocazione, indicizzazione tale da rendere utilizzabili questi documenti, così che qualunque progetto proposto all’approvazione e attuazione nel quadro del piano cittadino, ogni proposta di immediata realizzazione, possa essere immediatamente comparata ad altre pure accettate, per verificare eventuali contrasti.

L’elemento più fondamentale delle raccolte di un ufficio di piano sono i rilievi della situazione esistente, topografie, indagini sociali, economiche, rassegne normative. Tutte le varie pratiche man mano attraversano le fasi di esame e esaurimento lasciano traccia in queste raccolte. E poi ci sono altre documentazioni, cose impreviste, inattese, che devono essere debitamente registrate.
La seconda funzione dell’ufficio, in quanto interprete del piano cittadino, è il dovere di riferire su ciascun progetto in discussione, se sia o meno in armonia con l’insieme di quelli approvati e in corso di esecuzione inseriti nello schema generale; e nel caso in cui non dovesse essere così, indicare le discrepanze e il modo eventuale di superarle, che sia accantonando quel progetto, o modificandolo, oppure modificando gli altri con cui appare in contrasto.

Ciò introduce la terza funzione, ovvero di gestire le varianti al piano. In questo caso il compito principale dell’ufficio sarà quello di individuare ciò che non si era previsto, in positivo o in negativo; di confrontare i fatti concreti e le tendenze rilevate con le previsioni e supposizioni che formano le basi del piano, e modificarlo per adattarsi alla nuova situazione. L’ufficio unisce pregi e difetti di qualunque ente istituzionale. È evidente come uno dei suoi compiti essenziali sia di prendere decisamente iniziative per sviluppare e migliorare il piano che gli è affidato. Deve studiare costantemente il futuro, in modo da scoprire quali particolari contingenze non trovano un’adeguata risposta nelle parti del piano già approvate, e raggiunta tale consapevolezza assumere l’iniziativa di nuovi adeguati progetti, facendo riferimento alle competenti sezioni tecniche cittadine col proprio coordinamento, e se necessario attingendo alla consulenza di esperti dall’esterno.

Ritengo che sia proprio in questo aspetto, di esercizio dell’iniziativa di valutare eventuali difficoltà future, che qualunque Ufficio di Piano permanente può trovare le maggiori difficoltà, e qui dovrà trovare sempre un sostegno, magari nelle critiche dei suoi più insoddisfatti sostenitori, magari scosso nei suoi solidi ormeggi da un’onda di interesse popolare nella materia, che saprà trovare le persone giuste. Bisogna sempre sperare nei ficcanaso dall’esterno che disturbano la tranquilla routine di un ufficio con qualche occasionale scossa, e verificare che siano favorite le migliori e più vitali energie creative e immaginifiche, a mantenere sempre il piano un po’ più avanti di ciò che accade. Ma non sarà utile alcuna vitalità o forza di immaginazione, se le conclusioni a cui si giunge non potranno adeguarsi poi alla monotona routine quotidiana e settimanale del lavoro comunale in cui si inseriscono, ed è questo il compito dell’Ufficio di Piano, insieme ai settori operativi.

Le basi di conoscenza del piano

Se si accettano gli obiettivi generali che ho esposto sinora, esistono allora parecchi passaggi intermedi da compiere perché si possa arrivare, in qualunque città, a forme organizzative complesse del genere. La sequenza varia a seconda delle circostanze, e il percorso irto e difficile, più simile a un’arrampicata in un crepaccio che all’incedere su per uno scalone trionfale da un piano perfettamente allestito all’altro. Quindi è sempre necessario assicurarsi una buona presa prima di procedere oltre. Ma qualunque percorso si intenda seguire, alcuni passi specifici saranno certamente da affrontare, e un breve elenco può risultare utile alla predisposizione di programmi locali del genere.

Alla base di un piano cittadino ci deve essere una raccolta di informazioni in quattro ambiti:
1) L’ambiente fisico della città:
2) L’ambiente sociale, le relazioni, i rapporti fra questo e l’ambiente fisico;
3) Economia, finanza, risorse e possibilità di orientare queste risorse a bene pubblico;
4) Leggi, norme, vincoli amministrativi con cui confrontarsi per la trasformazione dell’ambiente fisico.

I dati più importanti sull’ambiente fisico sono quelli disegnati, principalmente in forma di mappe e progetti. Per prima cosa si deve compilare un elenco di quanto in possesso dei vari uffici cittadini, statali, nazionali, e di solito le fonti più ricche sono le sezioni di ingegneria dei vari livelli, gli uffici di registrazione, lo U.S. Geological Survey e lo U.S. Coast and Geodetic Survey. Altre fonti di informazioni importanti sono gli erogatori di servizi, ferrovie, elettricità, telefoni, che spesso producono per i propri usi carte delle città migliori di quelle disponibili agli uffici della pubblica amministrazione. Spesso risultano utili le mappe delle compagnie di assicurazione, più aggiornate da alcuni punti di vista di quelle pubbliche. A volte anche rilievi di studi privati o le carte pubblicate da editori sono di notevole valore. Nella maggior parte delle città americane si vedrà che anche le migliori carte disponibili sono piene di lacune, sia dal punto di vista della precisione di insieme (tecnicamente, del controllo orizzontale e verticale) che della completezza e affidabilità dei particolari. È necessario all’inizio fare l’uso migliore di ciò che si ha a disposizione, organizzandosi per intervenire sistematicamente e quanto più rapidamente possibile a correggere entrambi i difetti.

Il gruppo di dati sull’ambiente sociale inizia da quelli sulla popolazione, che si desumono dal censimento a scala nazionale, statale, cittadina, distribuzione per sezioni censuarie, evoluzione decennale. Là dove non è disponibile l’articolazione per sezioni censuarie nei vari rilevamenti, talvolta è possibile fare una comparazione con le liste elettorali, quelle fiscali, le iscrizioni scolastiche, e anche approfondimenti su nazionalità e altri aspetti possono spesso risultare parecchio utili. Per studiare il rapporto fra popolazione e ambiente fisico sono necessarie analisi particolari. Che variano di importanza relativa a seconda del contesto locale, e ce ne sono di solito già svolte molte, ben prima di un sistematico ordinamento dei risultati a scala cittadina.

Una delle più importanti riguarda la condizione delle abitazioni. Su questo argomento sono di grande utilità le pubblicazioni della National Housing Association. Identica per metodo e importanza la situazione distributiva delle attività economiche, la localizzazione degli impianti, il tipo. Diversa tecnicamente, ma strettamente legata allo stato di fatto di case e industrie, l’analisi dei trasporti. Che non riguarda soltanto tranvie, trasporti locali, terminali per quelli a lunga percorrenza, ma anche le reti del trasporto merci. Altre indagini particolari toccano l’efficienza sociale delle reti idriche, lo smaltimento dei rifiuti, la gestione degli scarichi (e dei rischi di inondazione se del caso), il tempo libero con parchi verde ecc., istruzione pubblica e altre funzioni municipali. Ciascuno di questi ambiti di indagine, in particolare quelli su casa e trasporti, mette in luce qualità e difetti della griglia stradale, e in ogni caso è importante considerare il concetto che gli urbanisti britannici chiamano correttamente amenity. Che comprende tutte le qualità dell’ambiente fisico tali da renderlo gradevole e accogliente.

È essenziale, alla base di una corretta pianificazione cittadina, un panorama generale delle risorse economiche e finanziarie attuali e in prospettiva, anche se non si va oltre alcune considerazioni di massima sugli investimenti pubblici nelle trasformazioni. Ma si dovrebbe rifletterci di più. Tra l’altro si dovrebbe analizzare quali sono le basi della ricchezza cittadina, con l’idea di costruire un piano che ne esalti le potenzialità.
La formazione e graduale attuazione di un piano regolatore cittadino deve necessariamente procedere nell’ambito delle norme e vincoli amministrativi disposti dalla legge. In alcuni casi tutto questo non può e non deve essere modificato, e occorre adeguarvisi rigidamente, mentre in altri casi si tratta solo di inutili ostacoli al progresso, che chiedono di essere rimossi. Dunque un’opera di analisi amministrativa e legale compone la quarta parte del lavoro preliminare.

Sulla base di un buon insieme di analisi generale, pur nei imiti imposti dalle circostanze, il passaggio successivo è quello di prevedere la crescita futura e definire meglio i principali problemi che comporta il suo governo, e quindi cercare delle soluzioni di massima a tali problemi. Sia nel definire i problemi, sia nel disporre piani per affrontarli, sarà già stato svolto in qualunque città un lavoro enorme, anche se frammentario. Ruolo principale dell’urbanistica, in questo caso, è di ricomporne i risultati, individuare problemi di cui non si era tenuto conto per carenze di metodo, e attivare le competenze necessarie per risolverli. Ultima fase, è di accostare e confrontare i migliori progetti, valutarli, e attraverso un processo di selezione, eliminazione, adattamenti, saldarli entro un unico piano coerente, e in un procedura di attuazione man mano se ne presenti l’opportunità. Poi si tratta di proseguire così, come già detto.

Infine: il cambiamento materiale

Arriviamo infine al passaggio fra la pianificazione e la trasformazione fisica, che avviene secondo tre percorsi, ciascuno complementare agli altri. Si può realizzare molto attraverso l’iniziativa dei singoli, ispirati dalle idee del piano e spinti dalla forza dell’opinione pubblica. E a dire il vero molti degli obiettivi dell’urbanistica si possono raggiungere solo se questo spirito ideale viene avvertito in modo diffuso, come forza che mette in moto la collettività. Il secondo metodo è quello dell’imposizione, dell’uso dei poteri di controllo e sanzione, una forza che vale nel caso dei cittadini recalcitranti, ma che non può andare oltre la fissazione di criteri minimi, che dovrebbero già essere ampiamente superati dagli ideali della comunità. Il terzo e più ovvio metodo è agire attraverso la spesa pubblica dei fondi raccolti con le tasse, acquisendo la proprietà di terreni e diritti, per la costruzione di opere.

Non so quanto questo articolo abbia aiutato chi vorrebbe diffondere l’idea di urbanistica nella propria città. Il loro primo obiettivo è quello di suscitare entusiasmo per le possibilità di una consapevole pianificazione generale, fra il maggior numero possibile di cittadini individuati per il loro giudizio e forza di influenza. Se qualcuno di loro è interessato direttamente a qualcuno dei percorsi che convergono nel piano urbanistico, tanto meglio. Devono rafforzare interesse e entusiasmo aumentando le proprie conoscenze, e poi comunicare entusiasmo e conoscenze ad altri, attraverso gli strumenti normali della divulgazione, per ottenerne il sostegno preliminare, e poi proporre l’idea alla cittadinanza.

Ciascuna fase del lungo percorso deve avere come obiettivo qualcosa di verificabile e tangibile, un passo urbanistico in avanti, che sia una norma giuridica, un incremento nella dotazione di risorse dell’ufficio dell’ingegnere capo per analisi e progetti, magari anche solo redigere e pubblicare un rapporto divulgativo: qualunque sia l’obiettivo immediato e contestuale dell’operazione, lo si deve presentare sempre come strumento per avvicinarsi all’ideale dell’urbanistica, ovvero che ciascuna trasformazione della città, anno dopo anno, possa contribuire a costruire uno spazio migliore per abitare e lavorare.

[1] Alcuni dei paragrafi che seguono sono inseriti anche nella relazione alla National Conference on City Planning, Chicago 5 maggio 1913


File allegati

Olmsted Planning Campaign ( Olmsted_Planning_campaign.pdf 291.29 KB )
relazione [1914]







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