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Unità di Vicinato (1913)
Data di pubblicazione: 07.02.2012

Autore:

Quasi contemporaneo agli studi di Raymond Unwin per i raggruppamenti dei sobborghi giardino, un interessante progetto presentato a un concorso per l’attuazione del Piano di Chicago di Daniel Burnham affronta il tema spaziale del quartiere coordinato

Estratto da City Residential Land Development – Studies in Planning – Competitive Plans for Subdividing a Typical Quarter Section of Land in the Outskirts of Chicago, a cura di Alfred Beaver Yeomans, The University of Chicago Press, Chicago, Illinois, 1916 – Traduzione di Fabrizio Bottini

Può l’espansione periferica della grande città contemporanea avvenire per quartieri residenziali più vicini a un modello ideale di quanto non accada ora? Si tratta del problema cittadino più importante, la cui soluzione potrebbe significare moltissimo per tanti aspetti della vita urbana. Siamo immersi nell’indiscriminata crescita delle attività industriali, che sembrano espandersi e sovrapporsi agli indifesi antichi quartieri. Soffriamo il sorgere inadeguato qui e là di edifici ad appartamenti in varie zone, che contraddicono ogni idea di cosa significhi armonia ed equilibrio. Le infrastrutture di trasporto, che siano le strade, o le ferrovie, o il porto, sono collocate in modo così inefficiente nella nostra città che i loro grandi vantaggi, così essenziali per la vita di tutti, sono inaccessibili in tante zone poco favorite. Tedeschi e in inglesi hanno realizzato esempi di città e sobborghi giardino dotati delle più avanzate soluzioni, ciascuno rilevante in modo diverso per spazi e organizzazione rispetto a tutti gli altri. Si è capito che non conviene concentrare troppo la popolazione; che in quel modo ne soffrono i valori immobiliari, salute, bellezza, economicità di gestione. Si è indiscutibilmente dimostrato che conviene invece progettare il quartiere nel suo insieme usando i migliori architetti. Si sono introdotte in qualche misura diverse innovazioni pubblicamente proposte anche nel nostro paese, e trionfalmente dimostrato la correttezza di alcuni assunti considerati sinora solo teoria.

Ma le nostre leggi, il nostro sistema di gestione fondiaria, paiono poco inclini a questi pur auspicabili orientamenti. Anzi li contrastano decisamente. Sin dall’inizio pare quasi impossibile cercare di sperimentare davvero un piano urbanistico di insieme, finché non sia adottato qualche strumento tale da garantire un controllo della collettività sui terreni, anziché la sola proprietà privata. Un tipo di politiche che si è rivelato fondamentale nello sviluppo della città giardino britannica, dove ha funzionato benissimo il piano cooperativo. Mentre si cercano i finanziamenti per i primi quartieri di espansione, e si individua che tipo di nuova legge possa garantirne in qualche modo l’attuazione, dovremmo però anche decidere su che tipo di modello planimetrico orientarci per affrontare al meglio la situazione.

Che fare tra edifici ad appartamenti (sempre il tipo più economico di abitazioni), alloggi unifamiliari a basso costo (per cui c’è maggiore domanda, ma che presentano poche attrattive), spazi vuoti, vicoli, cortili, arterie commerciali? Il singolo alloggio può benissimo badare da solo a sé stesso nel momento in cui i problemi maggiori vengono ben risolti in modo contemporaneamente artistico e pratico. Chicago offre oggi le più grandi occasioni sociali, per il tempo libero, l’istruzione, la produzione. E da questo punto di vista i parchi, campi da gioco, servizi sociali sono assai più avanzati che in altre città. Quindi elaborando piani per uno sviluppo periferico in grado di migliorare allo stesso modo la situazione, va ricordato che la cosa più auspicabile è di arrivare a migliorare anche la parte interna della città, dove prevalgono trasformazioni lasciate a metà o comunque improprie. Correggendo le carenze di oggi, o comunque operando perché si correggano in futuro, non si può non influenzare profondamente ciò che accade nella città esistente. Se invece si interviene in modo solo superficiale non se ne trarrà alcun vantaggio generale. Invece della semplicità, linearità, ricerca del bene caratteristici di una idea di città, vediamo invece oggi nella concezione e realizzazione dei grandi progetti incredibili contrasti e complessità, frutto delle influenze tortuose e inestricabili che operano nelle sinistre trame degli speculatori. Là dove ci dovrebbe essere ordine, vediamo invece il caos.

Il progetto di Unità di Vicinato

La parola chiave del nostro progetto è ordine. L’intera città può essere suddivisa in aree più o meno come quella dell’attuale concorso [ai termini del bando pubblicato dal City Club Chicago il progetto di nuovo quartiere si colloca in una zona teorica preferibilmente nel quadrante sud-occidentale, distante circa 12 km dal centro città e servita dai trasporti, definita da un quadrato di 800 m. di lato, delimitato da quattro vie principali servite dalle linee del tram. N.d.t.]. Ciascuna di queste aree è una componente integrata della struttura sociale e politica della città. Le dimensioni del quadrato potrebbero dimostrarsi troppo grandi o troppo piccole, ma il tipo di quartiere è concepito per diventare un nucleo primario di socialità. Ciascuno ha i propri caratteri culturali, per il tempo libero, i servizi nel complesso collocato più o meno al centro, con le attività commerciali agli angoli. Nell’ipotesi di una serie di quartieri del genere ci sarebbe un’organizzazione differente dei centri di attività per evitare al massimo la confusione di funzioni dall’uno all’altro. Riguardo agli edifici, il progetto prevede case ad appartamenti, villini economici, centro sociale e complessi commerciali, a comporre un insieme architettonico che si può definire nucleo essenziale, o cornice su cui comporre il piano.

Si risponde così nel modo migliore alla necessità di trasformare le aree che oggi non vengono edificate a causa dell’incertezza, o se sono edificate ciò accade per interessi particolari, senza alcuna cura per quelli del quartiere. Le aree rimanenti sono poi predisposte al meglio per accogliere chi volesse realizzarvi residenze della miglior qualità, ben discoste dai rumori e dal traffico, ideali come luoghi da abitare. La realizzazione del “nucleo” rappresenta la fase iniziale, più o meno perfettamente definita, del quartiere. Vuole essere una risposta alla domanda: cosa fare prima? Si può comporre di edifici ad appartamenti, o unifamiliari, o di entrambi i tipi, la scelta è libera, e poi si procede per fasi successive col resto, mentre gli spazi ancora non edificati svolgono temporaneamente funzioni agricole, finché la domanda non determinerà la realizzazione completa del quartiere. Invece di procedere col sistema poco logico delle circoscrizioni attuali, si considerano come aree di sviluppo le sezioni della città definite dalla linea ferroviaria principale, a partire dal centro sino ai confini estremi della periferia.

A Chicago di distretti del genere ce ne sarebbero sei o sette. La figura con l’organizzazione composita delle unità di vicinato mostra come potrebbe essere più o meno l’organizzazione ideale di un’area del genere, con centro sulla Western Avenue dove le linee ferroviarie St. Paul e North Western si incrociano e scorrono parallele verso la zona centrale. Quel disegno vuole mostrare complessivamente le caratteristiche di un sub-centro così come sarebbe nella nostra proposta di riorganizzazione delle strutture ferroviarie e portuali di Chicago. Proposta pubblicata nell’opuscolo del City Club The Railway Terminal Problem of Chicago.

Strade

Chicago si trova su un territorio piuttosto pianeggiante e quindi non offre a differenza di altre città un punto di vista elevato. Il suo fascino principale per lo sguardo lo si deve trovare nelle vedute su lunga distanza rese evidenti. Si tratta quindi di renderle anche interessanti, prospettive ampie che sottolineano la libertà di movimento, i grandi spazi che rappresentano il carattere centrale delle praterie occidentali in cui si trova la città. La lunga consuetudine dimostra quanto il sistema a quadrati o rettangoli sia il più economico fra tutti, ma gli angoli retti sono discutibili a causa dell’impossibilità di introdurre aspetti vari, con tutte le vie uguali che paiono scomparire lontano prive di alcun interesse, e aderire rigidamente a questo schema significa rinunciare a quel ricercato senso di particolarità degli ambienti.

Pare quindi necessario sottolineare alcune delle vie, in certi casi con ampia sezione e imponenza, in altri riducendola al minimo, spazi più privati, in altri ancora spezzettando l’insieme in vedute di particolari elementi come gli spazi destinati a chiese o altri edifici pubblici. Nel nostro progetto le attività commerciali si trovano agli angoli estremi dell’unità, concentrando così il massimo del traffico verso l’esterno e a alleggerendo le parti interne per quanto riguarda rumore e pericoli. Quindi le vie interne possono restare molto più strette di quanto non prescrivano oggi le norme cittadine.

L’isolato urbano

Il normale isolato urbano è definito per dimensioni e forma da motivazioni economiche, superficie minima adeguata per soleggiamento, aerazione, distanze fra gli alloggi, ma può comunque diventare un ottimo spazio se adeguatamente progettato per sfruttarlo al meglio. Cosa possibile sia con edifici multifamiliari che unifamiliari. I singoli cortili accoppiati, o fra coppie di edifici sia singoli che organizzati in linea, consentono che l’interno dell’isolato si trasformi in un giardino, o altro spazio verde a uso comune. Questa idea è ben illustrata sia negli schizzi che nelle vedute a volo d’uccello. Si mettono a disposizione ingressi singoli o doppi dalla strada, vialetti e rimesse per i veicoli, ciascuna casa ben esposta al sole e con la migliore veduta. Nel progetto può apparire a qualcuno un uso troppo intenso dello spazio a disposizione, ma si deve ricordare che è ancora tutta da scoprire, la quantità massima di famiglie che un isolato può ospitare.

Ciò è in rapporto con la popolazione complessiva dell’unità di vicinato, ma troppe sono le influenze esterne in grado di modificare qualunque ipotesi per una media generale. Non si può sapere in anticipo quali dimensioni di isolato o tipo di alloggio le economie del futuro possano determinare, ma pare che l’isolato non debba essere troppo grande per non ostacolarne la composizione generale, tema di cui si discute, o che gli abitanti possano usare in comune spazi come una sala da pranzo, gioco per i bambini, orti e giardini. Di norma i vicoli di servizio non sono necessari, oltre ad essere brutti e a sprecare spazio utile, spariranno da soli quando il quartiere avrà coscienza di cosa è bello e pratico. L’accordo generale e cura nell’uso degli spazi sono molto più vantaggiosi per tutti rispetto al solito metodo. E anche nelle zone della città esistente si potrà trasformare l’interno degli isolati urbani, liberandolo, in giardino.



Gli spazi commerciali

L’aver dedicato agli abitanti il massimo possibile del totale dell’area, vuol dire aver ridotto al minimo quello commerciale. Ma un uso efficiente da parte delle attività economiche significa anche contenere la concorrenza locale e le perdite derivanti dalla presenza di doppioni. Abbiamo così destinato a questa funzione le zone contigue alle strade perimetrali. Cosa importantissima è la probabile presenza, in queste vie, del servizio di tram, e con la disponibilità si spera presto anche del trasporto di forniture, saranno molto utili alle varie attività. Agli incroci delle arterie commerciali si possono ricavare ampie piazze magari con edifici che scavalcano la strada con archi, ripari per veicoli, e altri accorgimenti a costruire una situazione assai più interessante di quanto non accada oggi con quelle lunghe vie di negozi poco attraenti che disturbano la vista per chilometri. Il commercio non ha alcun bisogno di snodarsi in lunghe file, trae invece vantaggio dall’essere più concentrato. L’arteria principale commerciale si deve trasformare in una via residenziale più larga e resa più formale, con arredo verde sia al centro che sui lati. Ciò per offrire più privacy, alle case, e al tempo stesso costituire una sede ferroviaria meno polverosa e rumorosa di quanto non sia ora, più tardi anche asfaltabile per incrementi del traffico.

L’Istituto o Centro Sociale

Perché il quartiere possa formarsi e conservare una struttura sociale e politica, lo si deve attrezzare degli edifici necessari. L’istituto, costituito da un singolo edificio o da un gruppo di fabbricati, è concepito a tale scopo, e visto il suo ruolo di preminente importanza è collocato più o meno al centro di ciascuna unità. Vi sono ospitate le aule scolastiche, laboratori, e le altre normali strutture, a cui si aggiungono un’ampia sala riunioni e stanze più piccole utilizzabili a rotazione sia come classi, sia come ritrovo per gruppi tematici e società, per la lettura, la musica, il teatro, danze, conferenze. Con un’ampia piscina, palestra, verde, campi per l’atletica, offre spazio per le principali attività del tempo libero.

Obiettivo dell’istituto è sostenere una sana e costante partecipazione a tutto quanto è possibile promuovere, attraverso l’uso di personale qualificato, che si tratti di attività volontarie, religiose, politiche, di intrattenimento. All’interno di ciascun quartiere lo spazio di dibattito è il luogo della migliore espressione di pensiero e della sua applicazione. Tutti contribuiscono a un sistema di attività aperto. Oggi spesso il cittadino si trova privo di forme di espressione politica nella città, di strumenti efficaci nella democrazia locale. C’è una massa di cittadini che diventa preda di profittatori. Il sapere collettivo non si esprime, e i frequenti movimenti di “riforma” e miglioramento della situazione non producono risultati. Riorganizzare la città per parti componenti razionali favorisce sistematicamente un certo tipo di attività, una unità di intenti civile.

Temi architettonici

Se si dovessero verificare cambiamenti nel nostro ordinamento sociale, sicuramente si svilupperebbe anche un nuovo punto di vista estetico collettivo. E val la pena chiedersi: come abiteremo? Come dovrebbe caratterizzarsi esteticamente il nostro ambiente quotidiano? Ci siamo forse stancati della sensibilità attuale così come si esprime ovunque negli edifici, nelle vie, poco stimolante, sempre identica? Non dovrebbe cercare invece la massima diversificazione, armonia e bellezza in tutte le vedute stradali? A ciò si può giungere soltanto consentendo all’architetto piena libertà nell’organizzazione delle componenti l’insieme.
Imporre arbitrariamente norme universali e vincoli sulle forme dei lotti edificabili, i vicoli di servizio, l’andamento rettilineo delle strade, le altezze degli edifici, fa sì che per quanti stili architettonici si possano utilizzare, l’immagine delle vie è quella che ben conosciamo: difficile sfuggire a una sensazione di assenza d’arte. Nel nuovo tipo di quartiere il lavoro dell’architetto viene ampiamente valorizzato, si dimostra indispensabile nella creazione delle strutture abitative, sicuramente migliori e più economiche di quelle attuali in cui ciascuno decide per sé. Molti nuovi progetti richiederanno il contributo di persone capaci, che si assumeranno la responsabilità di un intero quartiere, è l’unità di vicinato la dimensione del progetto architettonico.









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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
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( 21.07.2013 09:45 )
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Bottini, Fabrizio
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Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
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Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
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Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
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