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Il lupo mannaro metropolitano della porta accanto
Data di pubblicazione: 04.03.2012

Autore:

A proposito dell’uomo sbranato dai cani: ricordiamoci che il fattaccio NON è accaduto in campagna. Il pianeta è ricoperto di città, ci viviamo costantemente dentro, e tocca abituarsi. Magari pure fare qualcosa di positivo, invece di rimpiangere il solito bel tempo andato

Non è vero che quando un cane morde un uomo la cosa non fa notizia. Orribile, quello che ci raccontano le cronache oggi: un signore che passeggia in una stradina di periferia aggredito e azzannato a morte da un gruppetto di apparentemente innocui animaletti di casa. Da inizio di film di fantascienza,con qualche venatura horror. Però sicuramente qualcosa non vi torna: parlano di questo i giornali? Certamente no, almeno non esattamente. Parlano di un viottolo di campagna, di un pescatore appassionato di minutaglia dei fossi, e di un branco di mostri assetati di sangue spuntati dal nulla. Poi c’è il contorno folkloristico degli ubiqui campi rom (uno regolare, uno abusivo, ci spiegano i cronisti, facendo intendere che forse il terrore viene da quel particolare burocratico?), e probabile futura caccia all’uomo di qualche rondaiolo locale, si spera bloccato sul nascere da chi di dovere. Manca però una descrizione obiettiva di quei posti, che sono, pari pari, una fotocopia del famoso viottolo che costò qualche anno fa l’elezione di Rutelli a sindaco di Roma. Certo: la fotocopia di Roma a Milano, e non deve suonare strano visto che si tratta di pure ideologie, anzi per meglio dire di balle.

Balle in buone fede, naturalmente. Ma quando questa buona fede resiste incrollabile, replica all’infinito l’errore, e combina danni pure gravi, magari inizia a essere meno buona.
Rewind, torniamo indietro. C’è un signore che cammina, ci raccontano in campagna, ma lo skyline che fa da sfondo alla sua passeggiata contraddice le parole dei giornalisti. Se non volete dare retta a me, almeno fatelo con un autore stimato e che vende molto più di me: Gianni Biondillo. Lui quei cosiddetti campi ce li ha raccontati in Tangenziali, e chi è mai passato anche se pure di sfuggita di lì (dalle parti di Muggiano, o in qualunque fascia metropolitana del nostro paese) sa benissimo di cosa si tratta. Una specie di miraggio, in cui se si tengono gli occhi bassi e il naso in disarmo si può sognare pace agreste, ma se si tira un respirone deciso alzando lo sguardo tutto si riaggiusta. Svelando il patchwork irrisolto di qualche ritaglio di mondo rurale residuo, mescolato alla peggiore fogna metropolitana. Non mi riferisco agli scarichi liquidi.

Il tipo di città che si incrocia dalle parti delle ex zone rurali, assorbite organicamente da almeno due o tre generazioni all’area urbana (ideologie a parte, naturalmente) si compone di quanto non vogliamo mai vedere, scostiamo dalla coscienza con fastidio, allontaniamo fisicamente dal nostro intorno immediato. Depositi abusivi, personaggi marginali, scarti assortiti, sogni mal sognati. Un po’ come quelle serate di grande amore vero o sperato, che alla fine lasciano da quelle parti qualche segno di gomme nel fango e una manciata di fazzolettini sporchi. Davanti a tutto questo ci giriamo dall’altra parte, magari per annusare compiaciuti il tanfo della stalla lì vicino, o guardare il sole al tramonto dietro il salice superstite: ma dove diavolo sta la campagna? Ovvio, non c’è, al massimo c’è qualche attività agricola, il che è cosa assai diversa. Tutto quell’andirivieni di gente in automobile non lo si vede, nell’Angelus di Millet, no? E non solo perché all’epoca utilitarie e Suv dovevano ancora inventarli, ma soprattutto perché quel movimento nulla ha a che vedere, direttamente o indirettamente, coi campi in quanto tali.

C’è chi appunto sta cercando l’angolino per fare un po’ di fast-sex, mercenario o no, chi cerca la scorciatoia lunga attorno all’ingorgo sulla circonvallazione esterna, e naturalmente tutti quelli che vanno e vengono dagli edifici “di campagna” per motivi che nulla hanno a che fare con la campagna (i dati occupazionali non sono un’opinione). Allora proviamo a riprendere la scena da un’angolazione meno drogata. C’è una orrenda periferia metropolitana, che produce comportamenti devianti quasi per forza, che produce gli spazi ideali perché questi comportamenti devianti possano dispiegarsi al meglio. A punteggiare e contraddire questo ambientino horror, restano campi, fossi, aziende agricole con edifici e annessi, cose anche belle in sé, ma che come un monumento in rovina in mezzo alle erbacce avrebbero bisogno di intervento.
La vera questione è che da circa un secolo esiste una sola forma di intervento conosciuto: sostituire ai fangosi campi una bella superficie liscia di asfalto, su cui si posano aiuole, e soprattutto scatole di mattoni.

La città densa e avanzante, sempre e comunque. Negli anni è cresciuta la consapevolezza che non si può andare avanti così all’infinito. Prima l’idea (già buttata lì nientemeno che dalla Bibbia, nel libro dei Numero per l’esattezza) della cosiddetta greenbelt agricola a separare i grandi agglomerati metropolitani. Negli anni più recenti quella serie di culture ambientaliste e urbanistiche che riassumo rozzamente nel cosiddetto chilometro zero, cioè una specie di parziale autarchia locale, in cui il territorio prima viene letto come risorsa da non sprecare al pari dell’acqua o dell’aria, e poi diventa oggetto di uso alternativo, sia all’edificazione che al classico parco otto-novecentesco. Ma c’è una cosa che non risulta ancora sufficientemente chiara: spazi aperti o no, agricoltura biologica o chissà cosa, attenzione alla tutela di alcuni elementi storici, QUELLO SPAZIO È UNA CITTÀ A TUTTI GLI EFFETTI. E va pensata come tale, lasciando perdere fantasie ruraliste campate per aria, a partire per esempio dalla stravagante idea di “autoregolamentazione” di un contesto semplice, dove cose come igiene, sicurezza, accessibilità ecc. si lasciano la caso, o dove ci si aggira senza badare a nulla, scordandosi anche la normale consapevolezza dell’ambiente che ci accompagna di solito ovunque. Insomma, i parchi agricoli di cintura non solo non sono una scorta di terreni per la speculazione, ma neppure una specie di Disneyland in cui tuffarsi dentro il cosiddetto “idiotismo della vita rustica” (definizione di Marx, non mia). Qualche studioso e amministratore l’ha capito da tempo. Speriamo che la cosa inizi a diventare consapevolezza collettiva: dobbiamo nutrire il pianeta, sempre più urbano, anche di quella. In fondo è l’Expo che ce lo chiede.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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