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Le città sono un’anomalia (1946)
Data di pubblicazione: 23.04.2012

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Come emerge da questo saggio, la suburbanizzazione di massa americana del secondo dopoguerra ha fra le sue radici anche un anti-urbanesimo ruralista, sottilmente reazionario e in fondo non dissimile da quello europeo o italiano emerso in particolare (ma non solo) nell’epoca del totalitarismo

Estratto da: Cities are abnormal, a cura di Elmer T. Peterson, Norman, University of Oklahoma Press, 1946 – Traduzione di Fabrizio Bottini

La metropoli americana, a cui un incessante incremento di popolazione sembrava infondere vita e prestigio, per storia e tradizione di sviluppo, oggi appare in una condizione di stasi e incertezza. Nel quinto decennio del ventesimo secolo, la città si ritrova non più padrona del proprio destino, dopo aver dato avvio ad alcune forze e trasformazioni che oggi non sa o non può arrestare. Quarant’anni di precipitosa crescita, spinta anche da due guerre, hanno condotto I nostri centri metropolitani mediamente sul punto di disgregarsi. Tutti i programmi di sviluppo delle camere di commercio e degli uffici urbanistici si sono dimostrati inadeguati di fronte all’inquieto dinamismo che scuote le popolazioni, che le sposta così da farle incontrare almeno in parte con la domanda, emersa dopo la guerra, di un’industria in enorme espansione, e che sconvolge un’idea di sviluppo ordinato cara al cuore di tanti americani.

C’è sconcerto. Alcuni si chiedono, "È tutto vero?" E altri, "Potremo mantenere il ritmo una volta che il mondo si assesterà a una pace duratura?" Oppure, "Che ne sarà dell’equilibrio di popolazione fra città e campagna?" L’impiegato del settore terziario si domanda se non sia più saggio comprarsi un terreno di qualche ettaro fuori città, perché non si sa mai, e il banchiere ha capito già da tempo come vanno le cose. Parecchi fra i suoi clienti comprano in campagna "Perché pare sicuro" gli spiegano. "I miei figlio così possono crescere in modo più normale. Posso avere il tipo di tempo libero che mi è mancato per anni e anni, e poi posso comodamente starci anche quando andrò in pensione".

Scelte istintive, difficili da argomentare, e che aspettano una spiegazione scientifica. Il disagio di milioni di americani per la vita di tipo metropolitano nasce da una domanda spontanea ma evidente sull’affidabilità effettiva delle grandi concentrazioni industriali, sull’apparentemente stabile flusso di ricchezza degli scambi nei porti marini e fluviali, sul crescente potere delle città che, favorite dalla storia e dalle circostanze, dalle scelte o dalle capacità, sono giunte a dominare economicamente vaste regioni produttive. Il disagio non nasce esclusivamente dalla velocità con cui è cresciuta l’economia bellica. Ci sono ancora non del tutto dimenticati i problemi del periodo di smobilitazione produttiva dopo la prima guerra mondiale. Quelle file per il pane che facevano tre volte il giro di Times Square nel 1931. O l’instabilità anche nel bel mezzo dell’abbondanza durante la seconda guerra, quando sempre a New York City si arrivava a quasi mezzo milione di disoccupati, perché l’industria preferiva altre aree rispetto al gigante economico e finanziario dell’occidente.

Ma anche oltre la sicurezza material, esiste l’ancor più pervasivo desiderio di pace dello spirito. Quasi duemila anni fa Orazio scriveva la favola del topo di campagna e di quello di città, che ancora oggi si racconta ai più piccoli. Non faceva altro che riprodurre l’espressione istintiva di tempi ancor più antichi, quando la città era soltanto un campo fortificato, dove ci si affollava per proteggersi insieme. "Meglio una vita frugale ma serena, della ricchezza scontenta". E cosa curiosa, l’americano medio con le sue aspirazioni più sane e caratteristiche, non riesce proprio a soddisfarle. Spazio per vivere, aria buona, fiori, animaletti che I bambini possano imparare a conoscere e amare, cose semplici, relazioni umane, per quel tipo di ideale familiare che è sopravvissuto alla quasi comparsa dei piccoli centri di una volta. Ma il vero dilemma dell’America nel ventesimo secolo, è come recuperare tutto questo senza perdere le altre cose che ha prodotto la nostra possente civiltà industrial: il teatro, la musica, le arti, moderne scuole, ospedali, servizi, ricerca scientifica.

Uno degli assiomi della scienza politica è che nulla accade in modo lineare. La premessa è che ogni tipo di evoluzione ci porta sempre oltre la situazione che l’ha prodotta. La città americana nasce soprattutto per rispondere alle esigenze dell’attività produttiva industriale e del commercio, disponibilità di energia e di trasporti per i lavoratori. Ma un sistema insediativo pensato nell’epoca di energie e trasporti piuttosto primitive, sopravvive sino al ventesimo secolo, epoca in cui ci si sarebbe logicamente potuti aspettare o un sistema migliorato, o di abbandonarlo del tutto La mano invisibile dell’elettricità, elemento piuttosto moderno e quindi non del tutto compreso, ha plasmato la nostra economia industriale verso nuove e più elastiche forme. Non serve parlare per astrazioni, dato che le trasformazioni fisiche sono evidenti. L’elettricità è riuscita in tutto questo visto che con essa funziona qualunque cosa, dall’enorme mulino che macina anche le rocce, alla cesoia del barbiere, e a distanze che vanno da qualche centimetro a migliaia di chilometri, là dove il vapore da cui è nata la rivoluzione industriale aveva un’efficienza di qualche metro al massimo.

Ma l’elettricità si può dimostrare anche più ampia e pervasiva negli effetti, ad esempio sommandosi alle comunicazioni come la televisione. In questo senso l’effetto complessivo del genio dell’elettricità è quello di cambiare bruscamente il concetto di città sovraffollata e verticale, verso un alternativo modello disperso, orizzontale, che non tiene conto dei limiti geografici. Il che rappresenta un eccellente motivo per respingere l’idea secondo cui, dato che la rivoluzione industrial ha innescato alcuni meccanismi, essi debbano comunque proseguire. La vera modernità di prospettive non consiste nella capacità di favorire e seguire un certo avanzamento lineare, ma nel dono di adattarsi ai cambiamenti imprevisti. Per illustrare questo aspetto, a una classe delle superiori di una grande città del middle west è stato chiesto di esercitare le proprie capacità artistiche illustrando una città così come potrebbe essere fra cinquant’anni. I ragazzi erano molto attenti e informati. Avevano assimilato un retroterra di scienze contemporanee, economia, sociologia, da questo punto di vista erano molto moderni, ma non davano abbastanza retta alla voce dell’esperienza, quando suggeriva loro che le probabilità sono sempre contro uno sviluppo lineare delle tendenze attuali. Immaginavano grattacieli sempre più alti, trasporti sempre più veloci, insomma più urbanizzazione, semplicemente intensificando ciò che esiste già oggi.

Pensando in modo simile, un artista-architetto metropolitano ha tratteggiato la località turistica ideale dell’anno 1980, in forma di mostruoso albergo da cinquanta piani, con un enorme campo da atterraggio per aeroplani sul tetto, e vari piani dedicati a sale da ballo, da cocktail, e via dicendo. Il tutto su una spiaggia dell’oceano. Naturalmente si tratta di una banale replica esagerata di quanto accade oggi, senza nulla di davvero innovativo. A quanto pare non gli veniva in mente come uno spazio turistico del 1980 potrebbe anche strutturarsi secondo criteri che si scostano dall’attuale ricerca di felicità a base di giganti urbani. Potrebbe trattarsi di un sistema decentrato di luoghi organizzati in serie sulla costa, o sulle montagne o sui laghi, e ciascuno collegato in audio e video a qualunque evento importante, così che chi ci sta possa nel giro di pochi minuti condividere qualunque aspetto di divertimento. Conservando così sia gli attuali vantaggi veri o presunti dell’ecologia urbana, che quelli dell’ambiente naturale.

Lo sviluppo in verticale è andato molto oltre le esigenze delle energie prodotte da turbogeneratori, motori diesel e altri meccanismi moderni. Lo ha fatto per inerzia e atteggiamento abitudinario. Chi cerca di prevedere il futuro sarà tratto in inganno se ritiene che una tendenza proseguirà indefinitamente. Ci sono solidi motivi per ritenere che l’Empire State Building sia letteralmente e concettualmente l’apice della tendenza verticale. Un edificio che è un vero e proprio monumento all’altissima densità.

Nel linguaggio della fisica, la legge dell’inerzia si applica sia ai corpi in movimento che a quelli in stasi. Talvolta è necessaria una guerra, o una radicale evoluzione, per eliminare il tipo di inerzia che ci lega alle tendenze attuali, al solo prolungare fantasticamente edifici da cento piani. Se prestiamo il dovuto ascolto ad acuti e profondi pensatori come Mumford, Spengler, Geddes, o Ferrero, ne dobbiamo concludere che a causa degli andamenti ciclici una certa inerzia evolutiva può dimostrarsi sul lungo periodo anche meno auspicabile del quasi immobilismo, come avvenuto ad esempio nella civiltà cinese, un tempo statica. Vale a dire che, se non crediamo troppo alla filosofia dell’effimero, come la farfalla che vive solo un giorno, “é stato bello fin che è durato!”, che all’urbanesimo sembra accompagnarsi necessariamente solo l’idea della ricchezza monetaria. L’economia del dollaro sta sopra tutto, per il semplice motivo che l’urbanesimo nasce da una fortissima specializzazione, e non esiste metodo migliore per farla prosperare del denaro. Il ruralismo, e per molti versi anche il decentramento, indicano invece chiaramente una ricchezza fatta di prodotti e servizi, a un’economia dell’abbondanza. Una contraddizione sui cui torneremo più tardi.

Un alto dirigente di una importante compagnia assicurativa ha osservato quanto attirare verso la vita di città i talenti solo col denaro sia un modo poco affidabile di costruire una civiltà; sarebbe tanto più giusto ricompensare molto meglio un buon insegnante, di chi manipola soldi. Magari siamo parecchio lontani da questo ideale, ma val la pena di pensarci. Guardando la cosa da un’altra angolazione, il vicepresidente di una delle imprese industriali principali del paese dichiara fermamente che il rapporto di popolazione urbana-rurale, 75 a 25 prima della seconda guerra mondiale, rappresenta una miscela esplosiva in grado di distruggere l’economia. Afferma che questo squilibrio è il motivo essenziale alla base di tutti i nostri problemi economici. La guerra indirizzando la manodopera verso le forze armate e il settore della difesa, ha ulteriormente squilibrato il rapporto, verso un pericoloso 85 a 15. Uno squilibrio che scarica sempre più peso verso l’economia del dollaro, una dipendenza instabile. Tradotto in termini pratici, vuol dire che l’agricoltura è un po’ come un distributore di benzina, gestita da lavoratori a base urbana che lo fanno per i dollari. In un sistema del genere, si può anche dire che ci sono in qualche modo ottantacinque cittadini in fila sul marciapiede, ad aspettare che i quindici campagnoli gli portino da mangiare, e se non bastasse sono le tasse pagate dal contribuente a tenerli su quel marciapiede, lontano dallo sgradevole compito di coltivarsi il proprio cibo.

Ma i razionamenti hanno parto gli occhi a molti. Si riesce a capire che per quanto possa apparire sgradevole zappare patate o mungere le vacche o badare ai maiali, ci troviamo a poca distanza dalla fame, anche in questo paese tanto produttivo, il mangiare è la cosa materiale più importante che abbiamo, e la produzione della terra il miglior indice di ricchezza. Col razionamento, l’uomo da centomila dollari l’anno non può avere più dell’uomo da mille dollari l’anno. Anzi quest’ultimo può avere di più, se a differenza del ricco vicino si coltiva anche un suo orto o un campo. Se vogliamo vedere vera ricchezza, basta andare a un picnic nella zona rurale più remota e guardare quelle montagne di pollo fritto, prosciutto, torte e focacce, tutto senza spendere un soldo. É un cambio di prospettiva, che appare sempre più evidente nel momento in cui scrivo queste note. Circa due anni or sono il direttore di un importante periodico metropolitano mi mandò una lettera in cui si proclamava favorevole all’agricoltura commerciale legata all’economia del dollaro, così come proposta dai programmi del National Resources Board, che si esprime in salari e posti di lavoro. Arrivava a dire che mettere un lavoratore di città a coltivarsi ciò che mangia significa “sottrarlo all’economia".

Per fortuna si tratta di un’incredibile opinione che non ha retto a lungo. Mesi più tardi lo stesso direttore scriveva una efficace eloquente e convincente valutazione del futuro economico americano, nella quale pareva aver cambiato del tutto opinione. Dichiarava decisamente che il miglior sostegno ed esempio di libertà in America è la figura del nuovo ambizioso piccolo imprenditore che vuol farsi strada da solo. E aggiungeva che il più libero degli uomini è il contadino, perché produce ciò che mangia: "scopo della vita non è arricchirsi" e intendeva naturalmente arricchirsi in denaro. Concludeva affermando che una vera politica di libertà era quella che lascia un uomo libero di guadagnarsi da vivere.

Potrebbe forse apparire incongruo mescolare cose come l’agricoltura ad affermazioni sulle piccole imprese indipendenti, ma va ricordato che il contadino rappresenta la forma originaria di imprenditore libero, che produce la forma di ricchezza più essenziale. Durante il periodo della guerra sul paese incombeva l’alternativa possibile fra collettivismo e capitalismo finanziario. Lo stesso direttore di cui si parlava, non pare ritenere che siano le uniche alternative, e delinea una rinascita del modello di Adam Smith attraverso piccolo iniziative decentrate. La metropoli, che funzioni secondo uno schema collettivista o sia dominate dal capitalismo finanziario, è sostanzialmente una enorme macchina di interdipendenze, opposta alla filosofia di Adam Smith, contemporanea alla nostra Dichiarazione di Indipendenza, nonché alle idee profetiche, oggi più che mai attuali, di Thomas Jefferson.

L’interdipendenza, così come tanti altri aspetti della Rivoluzione Industriale, si scontra con la legge del profitto decrescente. Essere sballottati qui e là per la grande metropoli, risulta piuttosto fastidioso a molti. Che cercano soluzioni. Per usare le adeguate parole del nostro direttore, "c’è sempre meno libertà economica". Ce n’è sempre meno man mano crescono centralizzazione economica e sovraffollamento. Ma cresce anche un nucleo di ribellione nell’animo di qualunque americano pensante, nel momento in cui si ritrova pigiato in un ascensore o convogliato in gregge in un treno della metropolitana, oppure obbligato a far la fila allo sportello. Non gli sembra giusto, ma è il prezzo che deve pagare per il discutibile vantaggio di quello che si definisce civiltà, e che, come gli spiegano, è spaventosamente complicata. Non sa come reagire. E questo lo pone in uno stato di confusa ribellione, che fortunatamente non assume le forme di tante rivolte, verso il collettivismo, ma imbocca decisamente la via di un maggiore individualismo.

Non è automatico, che la metropoli cada preda del ricatto e della corruzione politica, ma in pratica la cosa è avvenuta troppo spesso. E la situazione delle nostre città da questo punto di vista è causa di continuo allarme nel paese, oltre che motivo di sorprendenti e a volte ingenerosi giudizi all’estero. La verità che, a fronte di un’area urbana sovraffollata e di un elettorato democratico passivo, crimine e speculazione convengono. Si è assistito alla scomparsa di due dei principali pilastri di vitalità sociale: il quartiere e il senso comunitario.

Senza questi, la democrazia funziona in modo discontinuo, spesso comandata a distanza, cosa che in realtà significa assenza totale di democrazia. Il sovraffollamento, se lo esaminiamo da punti di vista diversi da quello morale, o estetico, o economico, pare derivare da un vago e primitivo istinto ad ammucchiarsi in gruppi chiusi. Un istinto che nella situazione moderna non trova alcuna giustificazione, che sarebbe forse impossibile spiegare a qualcuno arrivato qui da un lontano sistema solare, qualcuno i cui antenati non hanno dovuto superare secoli di rozze e primitive guerre, pericoli, privazioni. Un tempo quella era una tecnica per l’emergenza, non certo un’espressione di sano istinto sociale. E potremmo giustamente chiederci se non si stia perpetuando in modo non necessario uno stato di emergenza che invece con la guerra moderna (e specificamente la bomba atomica) ci chiederebbe di disperderci, anziché unirci in densi nuclei di umanità.

Da qualunque angolazione si osservi la vita urbana in America, appare auspicabile un decentramento delle città per la salute collettiva, la logistica economica, la morale pubblica, un uso migliore delle risorse naturali, una migliore distribuzione dei prodotti industriali, una difesa militare più efficace, architetture più razionali, e in generale un migliore adattamento ad abitudini che cambiano. Contro questo decentramento, è stato sostenuto che la nostra stessa civiltà dipende dalla guida e dallo stimolo fornito dalla città, che la prossimità di tanti specialisti si è dimostrata vincente sia per l’avanzamento tecnologico, sia per il servizio reso alla collettività. Si potrebbe anche sostenere che gli organismi culturali, religiosi, l’intrattenimento, si sviluppano meglio là dove grandi popolazioni si riuniscono per gruppi compatti, che esiste un vantaggio per la mobilità derivante dalle distanze brevi, o altre facilitazioni economiche, che l’istinto gregario umano si applica logicamente al complesso funzionamento della vita urbana, nelle relazioni sociali, nell’istruzione, nello stimolo da contatti frequenti, dalla comodità di ogni tipo di scambio. Di fronte a tanti aspetti contrastanti, serve una analisi pacata e scientifica, che sappia porre domande e trovare risposte, tenendo conto di tutti gli aspetti che possono immediatamente sorgere anche nella mente del lettore.

Cosa intendiamo, parlando di città? Stiamo a significare qualcosa valutabile in termini di una certa superficie di territorio? Si tratta forse di un semplice concetto di geografia fisica, un gruppo di grattacieli su dieci isolati, una fascia commerciale su altri dieci, uno strato di appartamenti e residence,qualche centro servizi un po’ più appartato, o architetture spettacolari, impianti industriali, e poi un’ampia cerchia di casette individuali? Cosa esiste, oltre il pensiero abituale e automatico che suggerisce questa immagine? E poi, stiamo considerando la città in quanto comunità di esseri umani che cercano di condurre la migliore esistenza possibile? È di enorme importanza il tipo di risposta che si dà a queste domande. Per dirla in un altro modo, abbiamo riflettuto sulla città in quanto luogo delle aspirazioni individuali, dello sviluppo della dignità personale, della libertà, della riservatezza, della gratificazione dei desiderio di stare insieme, divertirsi, credere, contemplare la terra o il cielo o qualsiasi altra cosa a cui tendiamo? E parlando tanto di comodità, riusciamo davvero a produrla così, o finiamo per realizzare l’esatto opposto?

Naturalmente è prima necessario stabilire, se possibile, perché viviamo e quali valori consideriamo importanti. Per farlo, dovremmo valutare quanto conti un benessere durevole a fronte di vari stimoli e brividi probabilmente di breve respiro, non tanto per escludere l’uno o gli altri, ma con l’attenzione della conoscenza scientifica rispetto a cosa significano realmente obiettivi e desideri. Uno dei corollari che emerge da queste premesse è che la città ideale, o il progetto per abitarla, o lo stile di vita, chiamiamolo come si preferisce, è qualcosa di estremamente difficile, se non impossibile, da schematizzare. Sembra automaticamente ricadere in qualcosa che nessuno riesce davvero a condividere.

Quindi una Utopia buona per tutti pare fuori questione. E c’è abbondanza di esperimenti per ricordarcelo, dal caso di Oneida nello stato di New York, di Amana, Iowa, o New Harmony, Indiana: le aspirazioni personali sono costantemente imprevedibili e resistono alla traduzione in un progetto. Se esiste la visione di una città decentrata ideale, sarà quella composta dalle menti di ciascun individuo, separate, anche se poi adattata sotto alcuni aspetti indispensabili. D’altra parte, naturalmente, per un decentramento sano è essenziale un’efficiente e coordinata pianificazione a scala regionale, metropolitana e cittadina. Tutto deve evolversi in modo pragmatico ed elastico. Non si deve pensare che i sostenitori del decentramento pensino a una specie di caotico incoerente sommarsi di capricci e individualismo.

Per formulare questa proposta equilibrata in termini più correnti, si potrebbe dire che nessuno sa con esattezza come programmare una tale vasta città decentrata, visto che nessuno sa quante chiese battiste, o locali pubblici, o posti per giocare a bocce, o distributori di benzina, o scuole superiori servano, o dove precisamente mettere tutto questo. Tutto dipende completamente da variabili umane ed ecologiche. Al punto in cui siamo è importante chiarire che per comodità ed economia la parola “urbano” in questo libro sta a significare “urbano sovraffollato”, visto che è l’esperienza a suggerire questa qualifica. Ma via via è possibile prospettare un nuovo modello di urbanizzazione contrastante con questo vecchio modello. La vita urbana è il modo normale di esistenza? Oppure, coniando un nuovo concetto, la città è un’anomalia?

Tornando alla questione se considerare la città in quanto oggetto meccanico e geografico, oppure gruppo di esseri umani alla ricerca della miglior vita possibile, troviamo l’affascinante campo dell’ecologia umana, il problema dell’ambiente. C’è un modo di pensare molto diffuso che propone un’immagine di vita urbana corrispondente a “vita migliore”, quel genere di esistenza visto come quasi ideale da persone impegnate politicamente, un diritto di tutti, e alcuni arrivano addirittura a sostenere che questo obiettivo sia un compito del governo, coinvolgendo anche il contribuente delle campagne, per assicurare che a tutti vengano garantiti i supposti vantaggi della vita urbana, se necessario con sostegni statali anche in caso di disoccupazione, per consentire al cittadino di restare in città. A questa diffusa folkloristica convinzione si affianca la teoria secondo cui l’azienda agricola è una specie di distributore di risorse per la vita urbana, che la vita di campagna debba essere considerata un’anomalia, un indebito sfacchinare, da evitarsi e da cui sfuggire il prima possibile. D’altra parte si riconosce che l’agricoltura, specie per la produzione alimentare, è un lavoro fondamentale, il passaggio più breve e diretto fra suolo e alimentazione, cosa che in fondo facciamo tutti anche abitando in un appartamento cittadino.

Certo, tutti viviamo della terra, e chi direttamente la lavora ricavandone di che nutrirsi si avvicina di più al modello di essenziale economia umana. Si tratta, semplicemente, di un modo di affermare come l’agricoltura sia il modello di vita più affidabile e sicuro, nonostante molti di noi lo considerino faticoso e poco attraente, e chi la sostiene non lo fa solo da una prospettiva economica, ma anche di salute e benessere. Questo punto di vista ribadisce quanto l’ecologia rurale, nonostante gli enormi avanzamenti e trasformazioni indotte dalla civiltà urbana, sia ancora solidamente e permanentemente dominante, adducendo a sostegno di tale posizione nuove scoperte scientifiche.

Una novità di approccio sottolineata dal fatto che non esisteva alcuna opera sull’ecologia umana prima della metà degli anni ‘30. Ma da allora si aggiungono al quadro generale moltissime considerazioni scientifiche, ulteriormente rafforzate dall’introduzione di strumenti che rendono l’ecologia rurale non solo assai praticabile, ma molto evidentemente del tutto normale. Anche se la scienza ancora tarda a individuare una norma dell’esistenza umana, va detto che alcuni filosofi innovativi da lungo tempo hanno riflettuto su intuizioni in questo senso. Quasi un secolo fa Taine, nella sua storia della letteratura inglese, sosteneva che il corpo dell’uomo, in ogni nazione, affonda le sue radici nel terreno della natura. Settant’anni fa, sul Kansas Magazine, lo statista poeta e saggista John J. Ingalls commentava che [Taine] avrebbe anche potuto arrivare ad affermare che così come gli uomini affondano le proprie radici nel suolo, il carattere delle nazioni, al pari di quello dei boschi, dei tuberi, dei cereali, viene determinato dal clima e dal suolo in cui sono germinati.

I dogmi crescono come le patate. Convinzioni e carote, catechismi e verze, principi e rape, religioni e barbabietole, governi e fili d’erba, tutto dipende dalla rugiada, dall’escursione termica. Date al filosofo una manciata di terriccio, le temperature e le precipitazioni medie, e con la sua analisi riuscirà a prevedere con certezza assoluta i caratteri di una nazione. I valori urbani più autentici e irriducibili si possono ridurre e modellare in fenomeni descritti da classiche matrici ortogonali? Il sovraffollamento è un attivo o un passivo? La prossimità fisica di esseri umani porta necessariamente all’attrazione spirituale, alla convergenza delle opinioni, delle volontà? Orientandoci verso una progettazione di spazi abitabili sul modello dell’unità individuale agricola, è possibile immaginare una città rurale, una città che unisce il buono degli ambienti urbani e quello della campagna? Se valgono le riflessioni sull’ecologia rurale, non si applicano i medesimi argomenti via via alla fabbrica rurale, all’ufficio suburbano, allo studio televisivo di villaggio o ad altri elementi decentrati? A questo punto qualcuno sicuramente potrebbe porre la classica questione: ma si può avere la botte piena e la moglie ubriaca? Fose si. Vediamo meglio.

Osservando il problema dal punto di vista urbano, possiamo vedere gli enormi e indiscutibili valori portati dalla rivoluzione industriale, che inizia a dispiegare tutto il proprio potere verso il 1790. Un fenomeno che sta alla base della città moderna, e la cui componente principale sono intensa specializzazione delle attività industriali, commerciali, finanziarie, insieme alle concomitanti e inevitabili trasformazioni culturali, sociali, scientifiche e altre. Prima della rivoluzione industriale, la città è una libera aggregazione di individui, commercianti, artigiani, artisti, dottori, insegnanti, predicatori, lavoratori e via dicendo. Non esistono le grandi imprese, così come le conosciamo oggi. Non esiste la metropoli, come la conosciamo oggi. Con l’avvento della rivoluzione industriale, la città è trasformata in una comunità di specialisti con stretti legami reciproci di interdipendenza, organizzati in gruppi compatti per simili aspirazioni e stratificazioni economiche o culturali. Da questo punto di vista la città moderna ha solo un centinaio d’anni, un battito di ciglia se la paragoniamo al lungo viaggio dell’umanità.

La rivoluzione industriale, col suo inevitabile portato di urbanesimo moderno, pare funzionare abbastanza bene fino al ventesimo secolo, ma oggi ci sono allarmanti segnali dell’entrata in campo della legge dei profitti decrescenti. Non si può più continuare a pensare che certe tendenze, motivazioni, schemi, solo per aver funzionato bene sino al ventesimo secolo proseguiranno per inerzia a funzionare bene sino all’anno 2000 e oltre, continuando ad accrescere il proprio potere, massa, verticalità, sovraffollamento, velocità, e tutti gli altri caratteri prodotti dall’uomo. L’uomo, dopotutto, è l’unica creatura che abbia modificato la propria ecologia, e incidentalmente anche quella di altri organismi. Ma la sua capacità per farlo è straordinariamente limitata, come in tutti gli altri casi, dalla legge dei profitti decrescenti. È abbastanza curioso che l’uomo capisca, e si orienti secondo questa legge, in tanti aspetti, salvo il rapporto fra economia e società. Il più straordinario prodotto sociale dell’uomo è la metropoli moderna, dove opera questa legge del profitto decrescente, ma non se ne prende atto, nonostante le gravi conseguenze per gli individui e la collettività. Mentre invece la cosa appare evidente in molti campi. Vediamo ad esempio quello dei trasporti.

Il sistema del movimento merci nasce come semplice strumento per spostare alcuni prodotti, ma si evolve poi in un mostro ingestibile, e che pochissimi esperti riescono a capire. I flussi attuali configurano una rete mortificata dalle “lunghe e brevi distanze” là dove un centro metropolitano viene preferito a un polo produttivo minore sulla medesima linea, e a distanza più ridotta. È evidente qui che il punto del profitto decrescente sia stato raggiunto da tempo. Ma questa socialmente diffusa convinzione, sino ad epoche recenti, non ha avuto alcun effetto sulle pratiche del settore. Gradualmente, però, diventa chiaro agli stessi industriali quanto il costo sociale di questo sistema diventi anche un costo per loro, e per la grande città stessa, e che occorre trovare in fretta una soluzione. Alla lunga non paga, agire da parassiti.

Dunque, se dobbiamo fare delle nostre risorse l’uso più economico e sociale, si devono insediare (o trasferire) molte attività produttive più vicine alle fonti di materie prime o alle aree di consumo. Anche oggi è facilmente calcolabile cosa ciò possa significare in termini di risparmio per i trasporti. Una redistribuzione delle industrie appare indispensabile non solo per il decentramento delle città, ma anche per tutta la vita economica americana. Un tempo era il trasporto via acqua a costituire il fattore più importante per lo sviluppo delle città, i centri principali si collocavano invariabilmente nelle migliori località portuali sull’oceano o su fiumi navigabili. Questa origine gioca ancor oggi un ruolo fondamentale a causa della crescita per inerzia abitudinaria di tutti i flussi commerciali e di popolazione, anche quando poi il traffico si svolge su ferrovia, o arterie stradali, o sugli aeroplani. Ed ecco un altro obiettivo per il realismo economico: superare un modo di pensare tradizionale abitudinario, che persiste nonostante la logica e il buon senso.

L’emergere dei nuovi materiali plastici, metalli leggeri, agricoltura con additivi chimici, e altre modernizzazioni economiche, dovrebbe dare impulso e sostegno a questo realismo nella riorganizzazione del dopoguerra, ripensando al nuovo ruolo delle fabbriche decentrate di aeroplani, o di munizioni e simili, che offrono un’occasione. E riflettendo sul dopoguerra, l’osservatore attento non si dimentica certo delle esigenze della guerra, che potrebbero ripresentarsi. Ogni ritorno propone nuove invenzioni, alcune tanto diabolicamente ingegnose da eludere sempre più l’obiettivo di una difesa. A maggior ragione le industrie coinvolte nella difesa e i gangli vitali militari coinvolti in un attacco. La grande città è un obiettivo evidente. Anche con le mimetizzazioni più elaborate, Berlino non è stata in grado di ingannare gli incursori aerei, mentre nel paesaggio assai diversificato della Ruhr, gli attaccanti inseguivano un obiettivo più sfuggente. In futuro tutte le installazioni più vitali dovranno essere nascoste nelle zone rurali, mimetizzate naturalmente. La Gran Bretagna ha portato ad un alto livello di perfezionamento il decentramento militare, e il paese deve adeguarsi alle prospettive delle bombe incendiarie e atomiche.

Valutando le varie tendenze al decentramento, emergono elementi ponderabili, altri imponderabili. È solo un vantaggio l’ispirazione che possono fornire spazi aperti, paesaggi di montagne, boschi, laghi, i fiumi, il mare, tramonti non offuscati dai fumi o da sordidi edifici, la salute del contatto diretto con la terra, l’erba, gli alberi, i fiori, gli animali. Ci definiamo “civili” e ridiamo del cosiddetto selvaggio, che si china reverente di fronte alla potenza della folgore, del tuono, della tempesta, della burrasca sull’oceano; ma siamo noi ad essere ancor meno degni di ammirazione quando ci inchiniamo di fronte ai grattacieli, alle locomotive, ai transatlantici, visto che il selvaggio rende omaggio a poteri infinitamente più grandi di qualunque cosa possa essere concepita dalla minuscola umanità. Esiste una vera e propria forma di reverenza, alimentata dal cosiddetto potere della metropoli. Gli aspetti imponderabili sono stati bel colti da Alexander Pope, quando scriveva:

Ah, il povero indiano! La cui mente ignorante
vede Dio nelle nuvole, o lo sente nel vento
alla sua anima l’orgogliosa Scienza mai ha insegnato ad avventurarsi
sin dove arrivano il Sole o la Via Lattea
[la citazione è dal Saggio sull’Uomo ; la traduzione poco letteraria è purtroppo mia f.b.]

Di tanto in tanto siamo bruscamente costretti ad affrontare la dura realtà, e di fronte ad una crisi di guerra ogni umana convinzione vacilla: appare salutare una riflessione, una nuova valutazione generale del nostro modello di vita. In epoche del genere forse arriviamo a capire quanta saggezza ci sia nel pensiero del selvaggio, e che a noi manca a furia di adorare le città nella “estasi del potere” fabbricato dall’uomo. Considerare la città come entità anomala, non vuol dire giudicare negativamente tutta questa anomalia, visto che normali non sono neppure le selezionatissime vacche da latte, o certe rose enormi, che pure sono di grande valore. Ma all’anormalità dobbiamo sempre essere pronto a pagare un consapevole prezzo. Se l’uomo riesce a sopravvivere anche allontanandosi da percorso tracciato dalla natura, va bene. Ma va sempre considerate che queste forze continuano ad incombere, e che per restarne immune occorrono la massima vigilanza e intelligenza, visto che potremmo comunque pagare un prezzo per aver ritenuto di aggirare del tutto la natura, benigna ma astuta.

Questo punto di divergenza, se consideriamo lo sviluppo e l’evoluzione delle città, è che la norma inevitabile sia un’esistenza naturale, rurale. Una tesi un tempo giudicata sentimentale, o moralistica. Oggi nuovi fatti offrono una base di riflessione. In questo libro proponiamo fatti, e le conclusioni di autorevoli esponenti di vari campi, a favore di un decentramento delle città. Alla base di tutti i vari indici – di ordine sociologico, economico, logistico, architettonico, morale, psicologico – sta un elemento essenziale di ecologia, il rapporto di ogni organismo col suo ambiente, per dirla con le parole di uno studioso “Vita e ambiente sono strettamente intrecciati".Dovremmo riuscire a cambiare piuttosto bruscamente il nostro punto di vista, per un approccio freddamente scientifico. Da migliaia di anni la razza umana ritiene in modo piuttosto perentorio che la propria Utopia sia tendere alla convivenza reciproca. O, in altre parole, è il sistema sociale ideale, indipendentemente dalle forme che assume, ad essere stato considerato il modello di vita perfetto, al punto che i due valori sono considerati coincidenti.

Ma in tempi piuttosto recenti è stato scientificamente scoperto qualcosa di piuttosto imbarazzante, ovvero che nonostante l’ideale sociale mantenga la propria importanza, esiste anche qualcosa di infinitamente più importante, tutto sommato. E cioè, imparare a vivere in armonia con la natura e il resto del mondo naturale. Qualcuno potrebbe osservare: "ma si tratta di qualcosa di estremamente primitivo! Quello era il grande problema dell’uomo delle caverne, dell’animale selvaggio della giungla!”. Vero. Ed è quasi divertente constatare come nell’infanzia dell’umanità questo genere di istruzione, imparare a vivere in armonia con la natura, fosse in pratica l’unico campo importante di studio. In principio, l’uomo è strettamente individualista. Ciascuno per sé, nessuna legge salvo quella della giungla. Può sopravvivere solo cooperando con la natura, è la prima legge della vita.

Per il momento una legge che gli basta e avanza. E la cosa più importante è che in questa condizione primitive non esercita alcuna violenza sul mondo naturale. Violenza che invece arriva esattamente nel momento in cui diventa "civile". Appena un po’ di civiltà, e si scopre il valore della cooperazione, della comunità. Una scoperta di immensa importanza, la si può definire il segreto del nostro progresso intellettuale, morale, religioso, etico, scientifico, economico, politico, estetico. Ovviamente, nulla di quanto contenuto in questo libro deve essere interpretato come negazione di questa fondamentale verità. Ma ci sono anche altri fatti, contraddittori e poco considerati: man mano l’uomo avanza nel suo processo di evoluzione sociale e intellettuale, impercettibilmente quanto sicuramente e proporzionalmente perde la propria capacità di convivere con la natura.

Ne deriva che l’uomo moderno di ecologia ne sappia molto meno degli indiani nativi di queste terre. E a ben vedere la principale rimostranza dei saggi native, dall’epoca della prima colonizzazione ai nostri giorni, è che l’uomo “civile” abbia massacrato bufali, pesci, e ogni altro genere di preda con tanta velocità da farli irrimediabilmente estinguere, quasi avesse usato la dinamite nella sua egoista soddisfazione del desiderio di uccidere, avvelenando corsi d’acqua, devastando territori vergini, dimostrando completa ignoranza di come si possa invece trarre da vivere per secoli, dal grandioso tesoro della natura. Oggi una superficie crescente della terra si adorna dei desolati monumenti costruiti dall’uomo alla propria ignoranza. Il deserto del Gobi un tempo era terra fertile, oggi desertificata. Belucistan, Assiria, Babilonia, Persia, Mesopotamia, Tunisia, Palestina, tutte un tempo erano giardini.

Poseidonia, in Italia, era una nobile città della Magna Grecia, con grandi templi a Zeus e ad altre divinità. Dopo che l’uomo ebbe tracciato i suoi solchi con l’aratro, i sedimenti arrivarono a ostruire la foce del vicino fiume, formando una palude inabitabile. Utica, nella Tunisia settentrionale, era un tempo un fiorente porto, ma nello stesso modo il fiume Medjerda fu soffocato dai sedimenti, e Utica divenne una città fantasma. Citando un attento osservatore "La richiesta di Roma per il vino, l’olio, il grano dal nord Africa fu un elemento determinante nel trasformare una regione fertile nel deserto brucato da poche capre di oggi”. Secondo H. H. Bennett, a capo del Soil Conservation Service degli Stati Uniti, abbiamo già consentito che oltre un terzo del nostro strato superficiale di suolo fertile, indispensabile tesoro minerale, venisse riversato nell’oceano. Grandi foreste saccheggiate, depositi metalliferi sempre più esigui, a ritmi terrificanti. Col passo attuale, ci trasformeremo presto in uno di quei paesi che “non hanno”. Cosa di cui non si parla, e i nostri politici continuano a rassicurarci con pacche sulla spalla, perché saremmo “la nazione più ricca della terra”.

La razza umana potrebbe trovarsi sulla soglia di un evento rivoluzionario, in grado di ribaltare e sconvolgere convinzioni consolidate, verso un sistema di esistenza totalmente nuovo. Il sistema ecologico potrebbe dimostrarsi di gran lunga più importante di qualunque concepibile evoluzione sociale o modello globale. L’importanza di quanto produce il mondo naturale, indipendentemente da tutti gli aspetti finanziari o economici qualsivoglia, apparirà evidente nel momento in cui gli Stati Uniti si candidano a diventare non solo l’arsenale del mondo, ma anche la sua fabbrica di attrezzi e emporio alimentare della democrazia. Se questo paese vuole essere il parente ricco del resto del mondo, al contrario di quanto stiamo facendo ora rapidamente assottigliando le nostre risorse, diverrà particolarmente importante osservare quanto ci dà il mondo naturale, tornare alla terra sognata dai Padri Pellegrini. Ferro, rame, e altri metalli sono già a pochi anni dall’esaurimento. La frontiera geografica non esiste più, ma ce ne sono di nuove e promettenti, quella scientifica o industriale. L’epoca in cui si sceglieva in modo opportunistico e di breve respiro è finita, i suoi cicli brevi erano fuorvianti. La nostra ricchezza molto più cinetica che potenziale, a causa del nostro veloce avanzare sulla frontiera dello sfruttamento, dell’industria, della conoscenza scientifica. Oggi dobbiamo fare qualcosa che ci pare insolito, ovvero un inventario di quanto ci resta, di ciò che non dipende dal denaro, dagli edifici, dalle fabbriche, dai grattacieli, dagli enti culturali.

L’avvento di un nuovo modello di esistenza, basato direttamente sulla natura, sul mondo naturale, è annunciato da scoperte scientifiche emergesti con straordinaria rapidità. Nonostante la gran moda delle vitamine da farmacia, degli ormoni e simili, abbiamo velocemente appreso negli ultimi anni l’enorme valore terapeutico dei raggi ultravioletti dal sole, nel generare vitamine. Scopriamo che i tassi di nascita delle grandi città sono suicidi, saremmo costretti a presumere che considerandoli normali ovunque si arriverebbe all’estinzione dell’intera razza umana. Impariamo che quando un genetista si accinge a sviluppare un tipo migliore di granturco o di maiale, non parte dal genere di prodotto perfetto e enorme ottenuto dall’uomo, ma dal primitivo chicco o esemplare di suino peloso dei boschi, di cui recupera alcune qualità eliminate dalla selezione moderna di caratteristiche artificialmente stimolate.

Nel suo iconoclasta Plowman's Folly, libro che ha sollevato insolita attenzione, Edward H. Faulkner sostiene audacemente che arare è un errore, nonostante l’aratro sia in uso da migliaia di anni, e che la natura riesce a produrre molti più raccolti. Nonostante si tratti di una posizione che appare estrema a molti, l’autore fornisce a sostegno solide prove, sufficienti per alcune tesi.Per quanto riguarda la tutela dei suoli, vitale per l’economia nazionale e il benessere degli abitanti, gli specialisti hanno abbastanza recentemente osservato sino a che punto la capacità naturale di conservare lo strato fertile grazie alla vegetazione, prevenendo l’erosione, sia di gran lunga più importante di tante tecniche come i vari tipi di terrazzamento.

E possiamo riferirci qui agli scritti sulla Bluegrass di John J. Ingalls, di settant’anni fa, dove si affermava: L’erba è il modo della natura per darci la sua benedizione. … Il bosco invecchia, scompare, svaniscono le messi, i fiori, l’erba è immortale. ... Le sue fibre tenaci trattengono la terra, impedendo alle componenti solubili di dilavarsi nel mare del deflusso. Invade la solitudine dei deserti, si arrampica su pendii inaccessibili e vette di montagne, cambia il clima e determina la storia, il carattere e il destino delle nazioni. Pare non lasciare alcun frutto sulla terra o nell’aria, ma mancasse quel raccolto per un solo anno, e il mondo si spopolerebbe per la fame.

Possiamo sforzare la nostra riflessione, sino a capire quanto imparare a vivere con la natura sia importante, sul lungo periodo anche più importante della convivenza gli uni con gli altri? Abbiamo dentro di noi spazio a sufficienza per contenere sia la saggezza dell’uomo primitivo che quella dell’artefice moderno? È una sfida da togliere il respiro, dai tratti ancora poco visibili, e pure gli sprechi e distruzioni degli ultimi anni nelle più importanti risorse naturali dovrebbero essere di insegnamento. Noi americani, così come miliardi di altre persone prima di noi, iniziamo a capire di aver spremuto troppo, di esserci abbandonati con troppa libertà e indulgenza a gioie create artificialmente, anche tanto giovani come entità nazionale ci ritroviamo di fronte a un diffuso deterioramento e degenerazione, dove l’erosione umana va di pari passo con quella delle fertili campagne. A causa dei nostri enormemente accelerati processi scientifici e meccanici, viaggiamo rapidamente verso uno stadio di devastazione che per altre civiltà come gli antichi Egitto e Grecia ha richiesto molti secoli.

Da secoli l’uomo compiaciuto si vanta di aver “sottomesso la natura”. Mai errore di lungimiranza fu tanto vistoso. Se cerchiamo di combattere la natura, invariabilmente abbiamo perduto. La natura vince sempre. Solo quando l’uomo è saggio a sufficienza da viverci insieme riuscirà davvero in qualcosa, indipendentemente da qualunque spettacolare progresso sociale possa conseguire. Non esiste nulla di più spaventoso e inesorabile della natura selvaggia che silenziosa impercettibilmente si insinua nelle presuntuose ma minuscole realizzazioni umane. Là dove sono stati usati nel modo più esuberante gli strumenti preferiti dell’aratro e dell’ascia e della dinamite, della pala e del piccone, è certo che il deserto si ritorcerà contro di lui, lasciandolo solo coi miserabili resti di ciò che chiamava civiltà.

Si possono costruire dighe e creare vasti laghi artificiali, ma se l’uomo non collabora con la natura gestendo adeguatamente il bacino idrografico, lei immediatamente inizierà a lavorare per riempire quel bacino di detriti, dilavati dai campi segnati con l’aratro. Seduto sul potere che si manifesta nelle lunghe schiere di turbine idroelettriche, nature non sa di essere già stato sconfitto dalla natura. Perché ha cercato di sottometterla. La maggior parte di noi sa che il mondo naturale detta la legge di tutto il creato vivente. Se ciò che vive è obbligato ad allontanarsene per azione dell’uomo, ci sono dei prezzi da pagare, prezzi gravi, a volte cataclismi. C’è forse qualche motivo per ritenere che la natura abbia conferito all’uomo una particolare dispensa, lasciando che si costruisca arbitrariamente un proprio modello di vita?









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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