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Mall International (in English)
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Commercio e territorio? Un’alleanza per amore o per forza
Data di pubblicazione: 03.05.2012

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Spesso parlando di politiche urbane si evocano in chi ascolta immagini di ridicolo dirigismo sovietico, o d’altra parte di fumose e opache alleanze pubblico-privato che escludono la maggioranza di cittadini e operatori. Non deve per forza essere così

Queste note partono da un paio di spunti arrivati casualmente quasi in contemporanea. Il primo è la proposta di rilancio commerciale della Galleria di Milano – brevemente emersa sulla stampa locale per tornare rapidamente nell’apnea delle trattative riservate – da parte del gruppo Versace. Il secondo è la breve lettera che ho ricevuto da un amministratore toscano, a proposito dell’insediamento di Ikea nell’area di Pisa, praticamente ribaltando le previsioni urbanistiche e gli accordi intercomunali precedenti. Il primo caso ha una natura evidentemente urbana: localizzazione centralissima, architettura monumentale, rivolto a una fascia molto alta di consumatori/frequentatori. Il secondo classicamente suburbano con localizzazione periferica, formato standard globale e orientamento automobilistico/autostradale, fascia di consumo diciamo fantozziana (compreso chi scrive). Hanno però in comune un aspetto determinante del ruolo del commercio nello sviluppo del territorio locale: il ruolo relativamente passivo della pubblica amministrazione di fronte ai cosiddetti formati.

Ovvero a quei modelli spaziali, organizzativi, di relazione, perfezionati in laboratorio dagli operatori per molti anni, e che oggi vengono messi in campo con una sorta di pensiero unico alle spalle: prendere o lasciare. Il laboratorio dove nascono questi modelli, niente affatto teorici, è un ambiente che offre poche resistenze salvo quelle tecnico-commerciali, quello suburbano pronto a concedere tutto in cambio di qualsivoglia sviluppo o crescita di servizi, o comunque quello geograficamente e normativamente più favorevole (il piccolo centro rispetto al medio-grande; i contesti politici più orientati al laissez-faire ecc.). Quello che sembra accadere oggi è un crollo di qualunque resistenza culturale davanti al formato, anche da parte di contesti come la città centrale, o l’amministrazione attenta a pianificare il territorio, sinora diffidenti. Appunto: diffidenti, chiusi, non aperti al dialogo ma in grado di contrapporre un proprio chiaro progetto, in qualche misura alternativo, e sviluppare poi un risultato equilibrato. Al massimo, l’equilibrio può essere economico-monetario, posti di lavoro, riuso o riqualificazione di uno spazio, ma la città nel suo insieme, il territorio nel suo insieme, di solito pare ci perdano. C’è un percorso diverso?

Il Regno Unito in Europa è sempre stato, per ovvi e meno ovvi motivi, una specie di testa di ponte per introdurre le diavolerie commerciali americane sul continente. Lo rilevavano già diversi studi urbanistici nel periodo della ricostruzione postbellica, in principio perfettamente convinti che col mitico sistema britannico di pianificazione qualunque cosa potesse essere digerita e metabolizzata. Il processo è continuato con questo ruolo di particolare avanguardia, dai primissimi outlet village grandi marche a cavallo fra anni ’70 e ’80, col big-box per antonomasia Wal-Mart entrato sotto mentite spoglie, e sino a questi giorni con l’inedita incredibile centralità del gigante australiano Westfield nell’evento olimpico, riqualificazione metropolitana, ruolo socioeconomico, spaziale, simbolico. Se il sistema di pianificazione ha sostanzialmente fallito (cosa prevedibile col senno di poi) nel misurarsi alla pari coi granitici formats nati in laboratorio, nonostante intelligenti trovate come le strategie town-center-first, la discussione si è comunque sviluppata in modo proficuo, soprattutto davanti alla crisi dell’arteria commerciale tradizionale, all’appiattimento della diversità, agli impatti ambientali e sociali dei grandi contenitori pigliatutto extraurbani.

Una consapevolezza così radicata che anche il governo di coalizione tory-libdem, per altri versi campione di laissez faire che tocca vette di deregolamentazione all’italiana (come nella recente riforma urbanistica) ha ritenuto di nominare un supertecnico col compito di elaborare strategie complesse di rivitalizzazione e rilancio territoriale-commerciale, nella persona della superconsulente di settore Mary Portas. La nuova authority da par suo ormai da tempo pubblica rapporti, propone a attua progetti pilota, si confronta pubblicamente con le forze sociali e culturali. E forse la carta vincente (vincente in prospettiva, per adesso non vince proprio nessuno) è la specifica impostazione culturale della signora, derivante da anni di esperienza sul versante privato della barricata, ovvero saper guardare al mercato nella classica prospettiva in cui il cliente ha sempre ragione, anche perché senza cliente bisogna chiudere baracca e burattini. Osservato da una prospettiva pubblica, il cliente certo non si identifica più esclusivamente come consumatore, il tizio il cui scopo finale è in sostanza quello di pagare alla cassa, ma diventa in un modo o nell’altro l’insieme dei fattori che fanno sviluppo: la vitalità dei negozi nel loro insieme, quella dei quartieri entro cui si collocano, la soddisfazione diffusa (anche delle istituzioni, perché no?) che misura il successo degli equilibri raggiunti.

Dal punto di vista del metodo, una prospettiva del genere ha come effetto anche quello di stimolare una riflessione trasversale fra vari punti di vista. Appurato ormai universalmente (per chi ci sente da quell’orecchio) che l’approccio segregazionista extraurbano non ha futuro, e anche che contrapporre il piccolo operatore buono a quello grande e cattivo non ci porta da nessuna parte, resta ad esempio il modello dell’arteria commerciale urbana da ripensare, come? Di sicuro non a partire da interventi progettuali semplici, ovvero che vedano il prevalere assoluto di una trasformazione – spaziale o organizzativa – e lascino il resto in balia della spontaneità e della libera concorrenza, ovvero di una sotterranea guerra tra localmente poveri. Dove chi povero in generale non è finisce per andarsene, o cercare l’ennesimo primato monopolistico che, è dimostrato, uccide complessità e vitalità sui tempi medi.

Esiste ad esempio l’ambiente fisico in senso stretto, ovvero quell’armonia di spazi su cui tanto hanno giocato negli ultimi anni i villaggi outlet extraurbani, scimmiottando dai centri storici un modello apparentemente risibile, che però evidentemente funziona anche perché vengono eliminati i fattori negativi che invece il centro storico in qualche modo lo limitano. Un intervento decisamente forte ma al tempo stesso di sistema recente, è la rivitalizzazione immobiliare, commerciale, sociale, del recupero a parco della High-Line a Manhattan. Da notare che non si tratta di un progetto con qualche particolare orientamento rispetto allo specifico dei negozi e dintorni, ma che però di sicuro nella logica di virtuoso (almeno da questo punto di vista) equilibrio pubblico-privato ha coinvolto molti interessi. Dal punto di vista fisico l’intervento è troppo noto per aver bisogno di essere raccontato. Da quello di vista del potere attrattivo e inclusivo si è tornata a riempire di gente un’area della città sino a quel momento semivuota, e partendo da una considerazione: oggi per vari e complessi motivi l’arteria urbana tradizionale non si forma più spontaneamente, ed è indispensabile con tutti i limiti del caso concepirla già a tavolino in quanto tale.

Un altro aspetto incredibilmente sottovalutato da quasi tutti quando si parla di quartieri centrali (centrali in senso lato) è che l’automatismo della pubblica opinione e spesso anche delle amministrazioni porta a confondere la figura del cittadino con quella assai più realistica del city user. Il che non significa imprecisione terminologica magari buona in un convegno o poco più, ma potenziale incapacità a comprendere le vere dinamiche: se nei quartieri commerciali o in quelli adiacenti non abita quasi nessuno, sostanzialmente si ricasca nel modello shopping mall, nulla a che vedere con l’arteria commerciale della tradizione, o dell’innovazione che dir si voglia. E quindi se si riflette su flussi pedonali, accessibilità generale, composizione dell’offerta ecc. non si può non farlo anche in relazione agli abitanti in senso stretto, chiedendosi innanzitutto se ci sono, questi abitanti, e se non sarebbe possibile in qualche modo farli rientrare in gioco. Il metodo è piuttosto noto da più di un secolo, e si chiama politica della casa, ovvero quanto l’approccio puramente commerciale e suburbano ha a modo suo risolto col formato lifestyle center. L’abitante conferisce vitalità, perché è consumatore di prodotti, di servizi, di spazi, e proprio in quanto consumatore di tutte queste cose contribuisce ad una immagine positiva del contesto, a una maggiore sicurezza reale e percepita, in pratica fa da sfondo e implicito slogan pubblicitario al quartiere. Ergo investire per la casa, per le varie fasce di reddito e godimento, è appunto un investimento in vitalità, non soldi buttati dalla finestra come ci raccontano certi liberisti dell’ultima ora.

C’è poi il ruolo meno settoriale che in questo contesto assumono interventi di solito marginali come quelli su arredo urbano, pedonalizzazioni parziali, verde ornamentale e simili, attività o animazioni culturali estemporanee. Simulare qualcosa che di solito sta a cavallo fra la caricatura nazionalpopolare di Las Vegas (o della Parigi impressionista, per chi preferisce il genere) e una fiera mercato di campagna, di sicuro confligge con parecchie funzioni, finendo a suo modo sui tempi medi per auto desertificare gli spazi, o comunque segregarli e porre tutte le premesse classiche di degrado. Quindi la parola chiave per rivitalizzare è qui coordinamento: interno fra singoli progetti e iniziative, esterno per i rapporti con il contesto. Coordinamento non significa uniformità, imposta o autogestita, per non ricascare nell’artificialità che tanto male ha già fatto sia al centro commerciale tradizionale, che alla monocoltura residenziale, che ai grandi progetti gestiti da una sola competenza. Il metodo vale sia per le trasformazioni che per le conservazioni: anche puntare tutto e sempre sul tradizionale, su come era una volta, può rivelarsi sbagliato: se una volta era tutto perfetto, come mai siamo arrivati al punto in cui siamo oggi? Pare una domanda ovvia, ma nessuno pare porsela mai.

Tenere sempre in primissimo piano gli effetti sociali verificati e potenziali delle tecnologie. Per trovare le origini dell’ovvio rapporto fra innovazione urbanistica e innovazione commerciale si può risalire sino alle origini della pianificazione moderna. Non solo agli sventramenti parigini di Haussmann che aprono lo spazio ai grandi magazzini e passages coperti tanto ben raccontati da Emile Zola, ma anche alla Chicago del piano di Daniel Burnham, dove un tratto dismesso dei tunnel ferroviari che collegavano il loop alla rete regionale veniva recuperato a uso di rifornimento dei negozi sulla Michigan Avenue, in una specie di pedonalizzazione ante-litteram quando l’auto anche negli Usa era ancora una rarità assoluta. Oggi con gli sviluppi rapidissimi delle comunicazioni e tecnologie collegate si sono già visti alcuni effetti sul rapporto fra distribuzione e spazio fisico. Commercio online e relativa rete logistica e di forniture dirette da magazzini, ruolo rivisto dei punti vendita. Ma anche potenziali forme di rapporto diverso fra distribuzione e clientela, o fra città e cittadino in senso lato: che dire della smart city dove il sistema dei trasporti, parcheggi, intermodalità, massimizza l’efficienza di mezzi e spazi? Oppure dei metodi di pagamento/controllo elettronico da dispositivo mobile, che potrebbero ribaltare l’idea del negozio come spazio chiuso, e relativa idea di formato rigido e irrinunciabile, a cui la città si dovrebbe giocoforza adattare?

A questo modello di azioni complesse sembra essersi ispirata almeno in parte la nuova amministrazione di Milano quando, nel quadro delle politiche legate alla mobilità e in particolare della congestion charge, ha concordato con gli operatori commerciali una iniziativa complessa denominata Giovedì per Milano, dove a fronte di una temporanea sospensione della tariffa di ingresso all’area centrale corrisponde l’attivarsi di iniziative varie di rivitalizzazione e culturali, sconti sui prezzi ecc. Si tratta di un approccio al tempo stesso innovativo, comprensivo, ma anche relativamente settoriale, che implica sinora il coordinamento di alcuni aspetti, ma non di altri. Risultano esclusi ad esempio le strategie di riqualificazione edilizio-urbanistica (che richiedono certo tempi più lunghi) e al momento non si ha notizia di programmi high tech sull’intermodalità, sugli acquisti, sulle sinergie fra catene, prodotti, servizi. È comunque certo che se questo è il criterio adeguato per iniziare ad affrontare il problema della vitalità urbana (di cui quella commerciale è solo un aspetto), anche questioni come il rilancio della Galleria Vittorio Emanuele potrebbero/dovrebbero trovare soluzioni integrate simili, e non far precipitare la discussione pubblica, come avvenuto, in una contrapposizione fra il formato shopping mall centrale, e il “salotto della città” tradizionale.

Concludo con due suggerimenti di lettura, il primo che propone una rassegna di opinioni qualificate sul tema, e dove emergono con sfumature diverse e in contesto soprattutto britannico i tipi di intervento che ho riassunto sopra: Tim Lewis, Can anyone save our high streets?The Observer, 28 aprile 2012; il secondo mi pare possa mettere in guardia (almeno per chi sa leggere tra le righe) cosa può succedere ragionevolmente se lasciamo che siano le scelte dei grandi operatori a orientare il futuro urbano, ovvero un puro trasferimento in città, con adattamenti minimi, del formato trans-genico sviluppato per decenni nel suburbio: Shan Li, Target plans another urban-format store for Los Angeles, The Los Angeles Times, 1 maggio 2012









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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