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Siamo realisti: pretendiamo la città ideale!
Data di pubblicazione: 22.05.2012

Autore:

Se compromesso significa ascoltare e discutere le posizioni altrui, ben venga il compromesso. Sempre che le cosiddette posizioni altrui ne abbiano qualcuno, di senso. Due studi europei sul futuro degli insediamenti urbani, e il caso Italiano:affinità e particolarità

Ultima giornata di campagna elettorale per il ballottaggio delle amministrative, alla radio confrontano i rispettivi programmi i due canditati a sindaco della città in cui abito al momento. Uno degli argomenti principali, come spesso (quasi sempre) succede, è l’urbanistica. C’è un progetto molto contestato, con motivazioni ambientali, sociali, di strategie urbane, del tutto obiettive. Ma uno dei due, incrollabilmente quanto apparentemente senza motivi giustificabili favorevole, arruffa spiegazioni che non stanno né in cielo né in terra. Lo sa evidentemente pure lui, che non stanno né in cielo né in terra, e infatti le usa solo come cuscinetto dialettico per arrivare alla vera (secondo lui) carta vincente della partita: lo “sviluppo della città”. E la cosa più drammatica è che probabilmente, tutto sommato, a modo suo ha ragione da vendere. A un migliaio di chilometri di distanza, tanto lontani ma tanto vicini quanto a lunghezza d’onda, alcuni deputati della stessa parte del candidato sindaco stanno sviluppando il loro rapporto virtuoso col consenso territoriale, infilando nelle pieghe di qualche decreto l’ennesimo condono degli abusi edilizi. Anche loro probabilmente hanno ragione, come confermeranno gli elettori dei collegi interessati.

Probabilmente il trucco sta tutto nel vedere dove e come questi tizi hanno ragione: a che bisogno rispondono? Intendendo, a che bisogno rispondono a parte quello di arraffare, naturalmente. Ecco, questo forse significa ascoltare, usare le opinioni diverse, anche molto diverse, per cambiare le proprie, restando sempre consapevoli che come avevano già capito in monaci medievali con le sole buone intenzioni non si va da nessuna parte, salvo la dannazione eterna. Per buone intenzioni contando anche le buone informazioni, le buone culture, le radicate convinzioni. È un modo diverso per definire il compromesso? No. Prendiamo ad esempio il rapporto presentato un paio di giorni fa all’opinione pubblica britannica dalla Town & Country Planning Association, e che propone …. avete indovinato! Propone proprio quello, un bel rilancio dell’idea di città giardino nel terzo millennio, dopo averla sperimentata con sedicenti mixed-results nel primo ‘900, averla riproposta pervicacemente in formato tascabile nei ruggenti anni fra le due guerre mondiali, averla parzialmente attuata in variante statalista fra gli anni ’40 e ’70, eccetera. Un caso da manuale di darwiniano survival for the fittest, non c’è che dire.

Tutte queste fasi, a ben vedere, hanno una costante: esistono dei principi, molto generali, alcuni più generali di altri, che via via si confrontano con un contesto sociale, politico, tecnologico. Ad esempio c’era chi criticava già i primi progetti di Unwin per via dei tetti spioventi, o di quella densità consigliata da circa 120 abitanti ettaro. Cose magari irrinunciabili (ieri e oggi) per la signorotta parecchio conservatrice, ma del tutto trattabili se ci si confronta con l’ascolto, e infatti sparite nelle migliaia e migliaia di unità di vicinato integrate spuntate per il mondo, e che pure funzionano sui manuali di Unwin, magari nella felice ignoranza degli stessi progettisti. O le fasce verdi di interposizione, da quelle strette qualche decina di metri, alle greenbelt agricole territoriali, agli immensi spazi naturali oltre i cosiddetti urban growth boundaries nordamericani o australiani. Tutto desunto dal medesimo modello, naturalmente facendogli pestare il grugno sull’ostinazione del contesto: provate voi a pronunciare “proprietà condivisa degli spazi aperti” davanti a un buzzurro individualista cronico con una collezione di fucili in tinello! Ed ecco ad esempio spiegato perché certi idealismi nonostante tutto finiscono per sparire nel dimenticatoio. Davanti all’arma puntata forse in qualche modo è vero, che there is no alternative. Al dialogo, naturalmente.

Ma forse è meglio provare a vedere con qualche dettaglio in più cosa suggerisce specificamente questo ultimo rapporto della Town & Country Planning Association, che ovviamente non è una specie di riedizione e-book in pdf dell’opuscolo ottocentesco di Howard …
Certo l’incipit logico di tutta la questione è purtroppo assai simile: il Regno Unito sconta una grave carenza di abitazioni adeguate, accessibili, sostenibili, insomma è davvero in una situazione di emergenza. Giovani in cerca di prima casa, anziani che inopinatamente e assai scomodamente occupano enormi e degradate superfici, inadatte, mal collocate, quartieri privi di servizi e lontani da trasporti pubblici e posti di lavoro. E uno specifico gruppo di lavoro della TCPA si è messo all’opera per tentare di riproporre in forma strategica e adattata i medesimi principi generali condensati un secolo fa: la risposta insomma, sta anche in nuovi e rinnovati spazi urbani, sul modello della città giardino. Quali fra i vari aspetti enfatizzare, oggi?

Innanzitutto la visione collettiva, oltre le mode e/o le richieste effimere del mercato, immobiliare e non, con una presenza delle istituzioni che non può non essere centrale, comunque si intenda la parola. Ovvero il governo deve riconoscere la necessità di investimenti in questa direzione: certo né l’epoca né gli orientamenti politici giustificherebbero (opinione della TCPA, ma credo condivisibile) una specie di fotocopia ambientalmente sostenibile delle New Town del dopoguerra, ma comunque un programma coordinato di lungo periodo e ampio respiro non può non vedere un ruolo anche propulsivo del genere. Al governo centrale si devono anche affiancare in un ruolo propositivo anche le comunità locali e le amministrazioni che ai vari livelli le rappresentano. Qui inizia ad esempio ad emergere una particolarità: non solo si tratta di una posizione diciamo intermedia, fra il volontarismo cooperativo della garden city originaria e il modello centralista delle new town del dopoguerra, ma appare sottotraccia molto chiaro il riferimento di metodo alle più recenti riforme conservatrici, prima il Localism Bill con la responsabilizzazione territoriale e il parziale coinvolgimento degli abitanti in alcune scelte, e poi le forme di collegato decentramento e delega ai privati nella riforma urbanistica generale.

Ad esempio è solo attraverso un percorso del genere che potrebbe essere possibile davvero evitare sia un certo tipo di velleitarismo progettuale che ha determinato il genere di spazi e quartieri che nessuno (è storicamente dimostrato, nonostante le migliori intenzioni) vorrebbe abitare, se non fosse assegnatario di alloggi pubblici. E al tempo stesso certi obiettivi di sostenibilità energetica, ambientale, rapporto con l’assetto territoriale vasto e col sistema di sviluppo socioeconomico, non si possono di sicuro affidare a una specie di referendum permanente coi comitati di quartiere e/o coi cosiddetti volubili “mercati”. Basta pensare alla solidità e affidabilità degli investimenti sul lungo termine indispensabili, all’elasticità dei piani ma con alcune necessarie invarianti, alla eventuale rapida e adeguata reattività a mutate situazioni tecnologiche o sociali ecc. Anche un una logica aperta, diciamo pure spalancata, alle dinamiche domanda/offerta, la mano al tempo stessa leggera ma lunga dell’intervento pubblico ci deve stare.

Esistono poi due ultimi aspetti, uno di merito e uno di metodo: la forma fisica della “città giardino futura”, e i metodi di pianificazione, progettazione, negoziato, decisione. Specificamente riguardo al caso britannico, ad entrambe le questioni sembra implicitamente rispondere una recente e ancora aperta vicenda, quella delle cosiddette Eco-Città molto caldeggiate dall’ultimo governo laburista, e a cui la stessa Town and Country Planning Association ha dato un contributo essenziale, elaborando una serie di documenti guida. Perché la logica pubblico-privato oggi prevalente come ovvio e come pure auspicabile non tollera dogmatiche direttive, e però accetta ovviamente principi: la serie delle linee guida TCPA per le eco-town (tematicamente articolata per infrastrutture, verde, servizi, attività economiche, funzione della casa, energia, emissioni ecc.) indicava un percorso elastico, all’interno del quale gli operatori potevano autonomamente stabilire forme specifiche per la città futura, i suoi quartieri, le abitazioni, i rapporti casa/lavoro, le densità. Si intuisce, la distanza siderale con l’approccio volontaristico e poetico dell’epoca di Unwin coi suoi cottage da villaggio rurale, o con la dogmatica macchina per abitare razionalista del grande decentramento post-bellico ad esempio ben riassunta dagli efficaci schizzi di Frederick Gibberd nel suo Town Design. Il tutto, senza rinunciare a chiari principi generali: e infatti sono proprio stati questi principi generali, scientificamente e socialmente messi alla prova, a far cascare come birilli quasi tutte le proposte private di eco-town, che sotto innovazioni parziali e potenza degli uffici stampa nascondevano progetti vecchi, logiche superate, approcci speculativi.

Ma, riflettendo più in generale, è estendibile il modello città giardino a contesti diversi da quello britannico in cui è nato e, a quanto pare, continua a riproporsi? Perché è logico che con tutti gli adeguamenti del caso, e la montagna di riflessioni ed esperienze accumulate in oltre un secolo, l’idea di Ebenezer Howard perpetuata dalla sua TCPA ha come contesto privilegiato la storia e il territorio dell’United Kingdom. La risposta arriva praticamente da sola, ancora pensando alla questione dei principi generali: questi principi non derivano dall’idea originaria tardo ottocentesca, ma in essa hanno trovato a suo tempo un’ottima sintesi locale. Howard e il suo movimento, in altre parole, hanno preso a prestito, assemblato e fortemente innovato concetti già noti, e parzialmente sviluppati altrove. A partire dal nome Garden City. Il nomignolo di Chicago dove aveva abitato Howard in gioventù, e che deriva dal motto sullo stemma: Urbs in Horto. O la Garden City speculativa “immersa nel verde a un’ora da Manhattan” pensata verso il 1870 negli ex campi di patate a Long Island dal re dei grandi magazzini Alexander T. Stewart. Ma basta pensare anche a cose successive, per vedere come i principi riemergano, a partire dall’idea di quartiere, quelli del razionalismo europeo o quelli esplicitamente neighbourhood unit cresciuti negli Stati Uniti a cavallo fra i due secoli, e poi di nuovo sintetizzati dagli studi del sociologo (attenzione: non architetto o urbanista) Clarence Perry.- Un Clarence Perry che, guarda caso, faceva ricerca con il coordinamento di un tizio appena arrivato dall’Europa, tale Thomas Adams, ricco dell’esperienza di amministratore della Città Giardino di Letchwort … eccetera.

La questione dei principi, del fatto che le cose valgono sempre basta saperle interpretare e contestualizzare, introduce il secondo studio di cui volevo brevemente parlare, e che si intitola un po’ minaccioso: Adattamento urbano al cambiamento climatico in Europa. L’ha pubblicato a metà maggio 2012 l’Agenzia per l’Ambiente, e nello stile classico dell’ente prova da un lato a delineare grandi scenari entro i quali adattare sia la questione specifica, sia il tipo di linee e direttive di massima attualmente possibili a livello comunitario; dall’altro tenta di esercitare in forma pratica il noto slogan think global – act local proponendosi come una sorta di manuale metodologico trasversale fra i vari livelli di governo e studio. Le premesse del rapporto sono che, verificato il rischio per nulla lontano che il cambiamento climatico possa incidere parecchio sull’assetto socioeconomico e territoriale, le città possano costituire al tempo stesso sia i punti di massima vulnerabilità, sia i nodi di maggior potenziale resilienza, innovazione, sperimentazione.

Gli scenari sono già abbastanza noti: gli eventi estremi si traducono ad esempio in alluvioni in grado di danneggiare case, infrastrutture, interi sistemi produttivi, distruggendo posti di lavoro e stili di vita; le ondate di calore sono un rischio collettivo per la salute, i consumi energetici, e conseguentemente i grandi sistemi di approvvigionamento; l’acqua oltre che nelle forme della sovrabbondanza insostenibile delle alluvioni, si presenta come scarsità, siccità, con danni all’agricoltura e a tutte le filiere collegate; le città, veri nodi e motori del sistema europeo (non solo europeo, va detto) sono quindi particolarmente a rischio di crisi da eventi climatici, singolarmente e in quanto rete. Esistono poi specifici intrecci tra forma e ruolo delle città, e ciò che si sta profilando in mutamento. La più interessante è forse l’occasione che si presenta, ovvero di sfruttare l’emergenza come motore per cambiare in meglio.

Le sfide del cambiamento climatico obbligano infatti le città a radicali cambiamenti, di forme e gestione, locali e di territorio più vasto, da affiancare a interventi più tradizionali. Ad esempio arrestare la dispersione casuale di case e attività anche in zone che possono presentare rischi, adattarsi al contesto naturale dei corsi e corpi d’acqua (anziché investire in costose ed effimere infrastrutture di contenimento); modellare spazi pubblici e privati in modo da intervenire sia sulla qualità della vita urbana che sulla resilienza a caldo, freddo, inondazioni, e contenere e missioni e consumi energetici. Tutte operazioni che se ben gestite sono un modo di creare nuova occupazione qualificata, promuovere altre innovazioni, stimolare l’economia, locale e non. E agire rapidamente consentirà maggiore efficacia contenendo i costi. A scala continentale sarebbe però abbastanza sciocco e fuori luogo ipotizzare, salvo qualche caso studio esaminato a scopo di metodo, forme urbane o territoriali specifiche: vero che il contenimento dello sprawl, o delle eccessive densità edificate, tutto sommato fa parte di principi correntemente accettati di convivenza ambientale, ma resta del tutto aperto il modo in cui tutti gli interventi si debbano rapportare in concreto con i contesti dei centri storici, dei distretti metropolitani a funzioni miste o specializzate, dei centri medi e/o di nuova fondazione.

Il che ci riporta al valore a modo suo assoluto del caso britannico. Perché a ben vedere il documento della Town and Country Planning Association esprime un metodo di lavoro ben preciso ed esportabile. Basta rileggere appunto i recenti rapporti linee guida per le eco-town e scoprire i medesimi riferimenti climatici ed energetici (come poteva essere diverso?) del grande scenario proposto dall’Agenzia Europea. Nel caso TCPA però si fa un passo in più, ovvero riferirsi ad esperienze locali di decisione, progettazione, trasformazione spaziale urbana, e farlo con la massima attenzione a tutti i soggetti coinvolti: pubblica amministrazione, cittadini, operatori economici. Naturalmente, se accettano le regole e le premesse. Quindi sarebbe del tutto fuori luogo e pretestuoso, che so, criticare (come facevano certi architetti forse in malafede già all’epoca dei primi cottage campagnoli di Unwin) l’idea di città giardino portando ad esempio il suburbio disperso americano che ne riprende pochi elementi superficiali. È certo che esista una differenza notevolissima, fra i modi di inserimento dei contesti urbani in un ambiente “senza storia” e di grandi spazi, con rilevanti presenze naturalistiche, risorse, e quella specie di giardino curato ma complesso e fragile che è il territorio europeo. E arriviamo brevemente al caso italiano.

Un esempio di evento estremo, ma che come il cambiamento climatico è del tutto prevedibile e ineluttabile, ci è offerto dal recentissimo terremoto in pianura padana. Insediamenti ed edifici storici, insieme a strutture e reti moderne, hanno subito un tracollo strutturale e sociale improvviso. Fatalità? Certamente no, se è vero quanto dice la scienza, ovvero che eventi simili si sono già verificati localmente, ed esistono tutte le premesse perché succeda ancora. E allora? Allora potrebbe essere insieme l’occasione per riflettere su nuovi principi, a partire dalle due linee riassunte nei documenti britannico ed europeo: i nuovi insediamenti e la reazione propositiva al cambiamento climatico. Nel caso italiano esiste, come emerso anche stavolta, il fattore storico, o più specificamente il rapporto dell’insediamento storico con la contemporaneità, i bisogni sociali, le aspettative diffuse. La recentissima esperienza della mancata (sinora) ricostruzione post-sismica in Abruzzo e a l’Aquila in particolare, pone in primo piano proprio una assenza di principi generali diversi da quelli della casualità: da un lato non si è tenuto conto del ruolo territoriale e socioeconomico complesso del centro storico, considerandolo una specie di costoso giocattolo da sfruttare speculativamente, dall’altro (anche indipendentemente dagli abusi) il sistema delle cosiddette new town ha seguito modelli del tutto casuali, staccati sia dall’idea tradizionale di integrazione spazio-società-economia, sia da qualsivoglia innovazione complessa in cui entrano tutti i fattori.

Forse qualche limite del genere l’ha anche l’approccio che vede al centro di tutto storia e tradizione, ovvero che considera l’insediamento tradizionale come invariante. Il noto slogan tutto com’era dov’era, insomma, animato dalle migliori intenzioni e anche con parecchie basi scientifiche, forse non tiene conto appieno di un aspetto innegabile: è tutto il resto, a non essere più com’era. Il che non significa in alcun modo mettere in discussione la necessità di ricostruire i monumenti, e di restituire ad essi il contesto generali in cui producevano identità, società, relazioni, economie locali ecc. Vuol dire invece provare a confrontarsi col medesimo dilemma che probabilmente anima le ricerche dei discendenti politico-disciplinari di Ebenezer Howard: qual è la città ideale dei nostri giorni? Niente di meno, ed è il minimo a cui si possa aspirare realisticamente, a pensarci un attimo. Le soluzioni parziali, geniali, fulminee e perentorie, al massimo servono a mettersi il cuore in pace, ma la testa e tutto il resto rischiano di finire sotto la prossima alluvione.

(di seguito scaricabile il rapporto TCPA; quello dell’Agenzia Europea era troppo pesante, e dovete andare a prendervelo eventualmente sul loro sito alla pagina dedicata http://www.eea.europa.eu/publications/urban-adaptation-to-climate-change)


File allegati

120500_TCPA Garden Cities Today ( Garden_Cities_Today.pdf 2.63 MB )
Documento di "promozione" delle città giardino come soluzione al problema della casa e della sostenibilità







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