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Mall International (in English)
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Macao e la riqualificazione urbana
Data di pubblicazione: 18.06.2012

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In Italia abbiamo l’abitudine di chiederci sempre cosa c’è dietro, ma in urbanistica esiste anche la questione di cosa c’è davanti, le sovrastrutture fette di salame ornamentali che cancellano quanto appunto sta dietro. Finché qualcuno non si mette a scavare, così, un po’ per caso

Non esiste ormai escrescenza più sordida e minacciosa delle recinzioni di plastica arancio dei cantieri. Perché? Si può cominciare dalla spiegazione, per così dire, “di destra”, ovvero che noi tutti siamo degli inguaribili abitudinari conservatori, e ci scatta automatico l’istinto di conservazione ogni qual volta vediamo minacciato il territorio in cui abbiamo imparato a muoverci. Ma ce n’è un’altra, forse più realistica: quelle brutte reti arancioni sono il segnale che qualcuno ci sta escludendo, probabilmente in modo definitivo, dal nostro spazio. E del resto la storia della società urbana moderna è fatta proprio di queste cose: la nostra reazione istintiva potrebbe essere una specie di memoria atavica, come l’orrore per i ratti che portavano la peste. Che altro?

Di sicuro non c’erano ancora le reti di plastica nella Parigi sventrata dal prefetto Haussmann per conto degli investitori borghesi, o nella Napoli risanata con procedura d’urgenza dopo il colera del 1884, ma non è certo un caso se tutti sappiamo che fine hanno fatto quelle vie e quei quartieri, con le nuove palazzate e il passeggio delle signore, ma poco o nulla si sa di dove diavolo siano andati a finire quelli che stavano lì prima. Semplicemente, non pare tanto interessante, soprattutto ai riqualificatori a senso unico, ovvero a chi legge la qualità urbana dal punto di vista della merce, ed esulta quando decollano i valori immobiliari. Molto di recente lo si è visto col decantato, in tutto il mondo, progetto della High-Line a Manhattan, dove nonostante le acrobazie dialettiche (probabilmente in buona fede) della signora Amanda Burden, responsabile del cittadino Planning Department, il processo di sostituzione sociale accelera quanto le valutazioni degli appartamenti. E in molti dei deportati scatta probabilmente quella mutazione genetica che porterà le generazioni successive a diffidare istintivamente della rete arancione.

La rete diventa simbolo dell’altra barriera, quella culturale e della comunicazione consapevolmente eretta da chi ha interesse a continuare con queste cose, magari convinto (dalla signora Burden ai milioni di tecnici e amministratori impegnati nella riqualificazione urbana) che nella migliore vulgata liberale in qualche modo la ricchezza creata coi nuovi stabili ripuliti e/o ricostruiti, con quelle vie dove si affacciano negozi scintillanti e passano tizi ben vestiti, si riversi sulla collettività. È vero? Ecco, su quello ci sono forti e legittimi dubbi. Che non coinvolgono solo quanti si collocano per forza in fondo alla fila dei potenziali beneficiati dalla fede liberale, ma anche protagonisti un po’ meno ovvi, ovvero le avanguardie della gentrification. Il processo ci è stato raccontato decine di migliaia di volte, e la leggenda metropolitana messa in giro dagli immobiliaristi è che si tratti di una specie di percorso darwiniano, al tempo stesso indiscutibilmente positivo e ineluttabile.

In principio era il quartiere storico degradato. Ai tempi di Haussmann, del colera di Napoli, o semplicemente dei grandi progetti razionalisti di trasformazione urbana (fino alle autostrade di Robert Moses che resero famosa Jane Jacobs e la sua cultura empirica che apre le porte alla teoria della gentrification) la risposta è brutalmente lineare: il degrado coinvolge sia la materia urbana che quella umana, entrambe vanno spazzate via con le buone o con le cattive. Di solito con le cattive. Ci sono solo due eccezioni, una architettonica e l’altra sociale. Quella architettonica è la conservazione dei monumenti riconosciuti come tali, quella sociale una migrazione controllata degli abitanti verso altri spazi. Entrambe negano il valore del quartiere in quanto tale, visto che il gioiello monumentale “liberato dalle incrostazioni” diventa un oggetto isolato, e tutte le relazioni socio-spaziali spariscono, a partire ad esempio dal rapporto fra persone e servizi, e in generale con la perdita di identità. Poi arrivano sia la cultura dei centri storici che quella di Jane Jacobs.

In entrambi i casi si tratta di reazioni al metodo sbrigativo dello sventramento, sulla base di une declinazione diversa ma simile dello slogan “la città è della gente”. Nel contesto soprattutto europeo, il concetto di abitanti del centro storico si allarga nel tempo a definire tutto ciò che ha determinato il contesto. Il monumento non sarà più solo la cattedrale o altro complesso di alto valore artistico in sé, ma l’insieme degli spazi che la società locale nel corso delle generazioni ha contribuito a determinare. Jane Jacobs, teorizzando la cosiddetta danza del marciapiede, paragonando con effetti realistici quanto paradossali la vitalità dei distretti tradizionali ai deserti dei complessi accuratamente pianificati dell’epoca, trasporta il medesimo concetto, o qualcosa di molto simile, nella città moderna. Manca però un tassello essenziale, che gli eroi dell’immobiliarismo (urbanisti inclusi, spesso e volentieri) si guardano naturalmente bene dall’affrontare: la stretta correlazione, e non solo storica, fra politiche sociali e scelte spaziali.

Avviene così che i centri storici, fra pedonalizzazioni, sostituzioni funzionali, adeguamenti tecnici anche costosi, in pratica vengano virtualmente rasi al suolo e ricostruiti in forma di gated community monoclasse, con la sola attenuante delle dimensioni abbastanza contenute, che rendono il processo sinora non indolore ma almeno secondario. Avviene anche però (questo lo si coglie soprattutto dal punto di vista sociale e delle prospettive individuali) uno scarto laterale che mescola le intuizioni tutte empiriche della Jacobs con certi spiriti animali del capitalismo: si chiama gentrification coatta. La narrazione funziona più o meno così. C’è il quartiere che cresce una generazione dopo l’altra, accumulando valori storici, sociali, di identità, fino a raggiungere una fase di declino. Guarda caso nessuno si chiede mai cosa diavolo voglia dire esattamente “declino”. Ma come, risponderebbero gli immobiliaristi e i loro a volte inconsapevoli alleati, basta guardare l’abbandono, la trascuratezza, a volte il pericolo.

Come prova inconfutabile, arma finale, si sbandierano le quotazioni immobiliari. A cui verrebbe voglia di rispondere con l’esempio delle rapine in villa: sono lustri che abitare dietro una siepe nel suburbio è pericolossissimo, come dimostrano sia la cronaca che gli affari di chi vende sicurezza. Ma si è mai letto di degrado, di crisi, in certe zone dei colli delle nostre città? Eppure ci sono tante cose apparentemente identiche, a quelle che invece rendono altri quartieri casi di emergenza nazionale. Al punto che schiere di amministratori farebbero qualunque cosa pur di liberarsene, anche abbandonare la classica omofobia del sindaco medio (di centrodestra, ma non solo) per seguire le ricettine cosiddette creative class di Richard Florida, l’ultimo e più ascoltato profeta di una specie di gentrification programmata, che comprende appunto la massima tolleranza nei confronti della diversità. Un investimento in tolleranza, tra l’altro, basato sull’osservazione di alcuni casi emblematici di gentrification spontanea, in cui nei quartieri emarginati hanno originariamente trovato posto altri emarginati, gli omosessuali appunto. Che però tutto erano fuorché emarginati economici, e allora è iniziato il processo di crescita dei valori immobiliari, e di conseguente “virtuosa” espulsione degli abitanti.

In Italia recentemente c’è stato un caso del tutto particolare ma particolarmente rozzo, di programma di deportazione di massa, quello di Milano tentato dalla destra cattolico-liberista, e pienamente sostenuto dai suoi grandi elettori immobiliaristi. Il documento simbolo del progetto si chiama Ricostruire la Grande Milano, ed è quello che originariamente all’alba del terzo millennio di fatto sostituiva il piano regolatore con una specie di mosaico dei grandi interessi privati di trasformazione urbana, attorno ai quali si concentravano poi tutti gli investimenti pubblici in infrastrutture e tutte le aspettative. Nell’ultima versione questo Ricostruire la Grande Milano si lanciava in una previsione a dir poco azzardata: non solo i privati potevano e dovevano fare il bello e il cattivo tempo coi loro inopinati grattacieli a cavatappi e quartieri abitati da architetti di tendenza e fotomodelle, ma l’obiettivo di non tanto lungo termine era far aumentare la popolazione della città del 50% circa. Vista l’offerta immobiliare, apparentemente 5-600.000 ricconi, in grado di pagarsi un appartamento da 20.000 euro al metro quadro, spuntati dal nulla e lì a far la fila per aggiudicarsi il teorico trilocale vista parcheggio.

La medesima filosofia – piuttosto demente - poi era scivolata nel piano regolatore vero e proprio, fortunatamente in parte stoppato dalla sconfitta dei cattolico-liberisti alle ultime elezioni comunali. Oggi è in corso una difficile revisione di quello strumento urbanistico, e si stanno sviluppando vari altri progetti e politiche per ricostruirla davvero, Milano, in quanto tessuto sociale e spaziale aperto e inclusivo. Se non altro, la sostituzione sociale brutale, una specie di carica all’arma bianca a colpi di incrementi artificiosi dei valori immobiliari, è stata evitata. Ma esiste ancora, strisciante e culturalmente senza quasi anticorpi, il rischio della gentrification classica, quella che tutti salutano sempre come passo in avanti dei quartieri, e che invece non lo è affatto se non accompagnata da adeguate scelte pubbliche e collettive.

Ma forse (speriamo) ai puri e limitati tentativi tecnici e politico-amministrativi, di reazione al pensiero unico della gentrification che fa bene perché aumenta i valori immobiliari, si sta affiancando una nuova consapevolezza diffusa degli stessi soggetti che sinora ne costituivano la massa di manovra, inconsapevole o lietamente partecipe. Un illuminante racconto ci arriva ad esempio proprio dalla New York della High Line, a spezzare la pervasiva e condivisa narrazione degli immobiliaristi, secondo cui chiunque partecipa alla colonizzazione di un quartiere deve sentirsi per forza avanguardia del progresso. Ce l’hanno raccontato per decenni: c’è il quartiere degradato, arrivano gli artisti e altri alternativi non-locali, questo fa scattare la scintilla … eccetera. Adesso qualcuno, come Nona Willis Aronowitz su The Atlantic Cities 15 giugno 2012, inizia a vergognarsi di fare da testa di ponte della speculazione, perché è questo in fondo il vero ruolo che svolgono i poveretti per vari motivi scaraventati dalla recessione a cercare casa economica. Insomma è un po’ come quando i missionari nelle zone più abbandonate si accorgono che dietro le loro ottime intenzioni evangelizzatrici stanno fabbricanti di armi, land grabbers, politicanti corrotti e compagnia bella.

Non a caso, poi, il ruolo di avanguardie della speculazione lo svolgono gli artisti, ed è proprio dagli artisti di Milano (e non solo) che nasce oggi un nuovo movimento urbano. È emblematico il caso di Macao, perché ha esordito occupando un immobile del tutto singolare: la torre GalFa di proprietà di Salvatore Ligresti, lasciata abbandonata nel bel mezzo degli altri scintillanti grattacieli a uffici. Pareva un semplice gesto simbolico (che se ne fa un collettivo artistico di un grattacielo?), e in parte lo era, ma solo perché sarebbe stato seguito da altri gesti simbolici, che assumono un senso se letti in serie anziché uno per uno, come se fossero le peregrinazioni metropolitane a piedi di qualche personaggio di Paul Auster, quando tracciano geroglifici di qualche senso nel dedalo di vie e piazze poco percorse. Dopo lo sgombero dal grattacielo, e il rifiuto di partecipare all’uso di un comodo immobile offerto dal comune, il collettivo ha proseguito la propria serie di occupazioni, prima con un palazzo storico di prestigio, poi brevemente in un’area a cantiere di alto degrado, e adesso in un sito commerciale dismesso di proprietà comunale. C’è un senso preciso, in questo percorso, e non è la ricerca di una sede per le attività culturali. Almeno, non solo.

Al contrario dell’artista che alla ricerca di un laboratorio a buon mercato funge da avanguardia della speculazione nelle zone degradate, il nuovo collettivo artistico svolge un ruolo sociale specularmente opposto, accendendo i riflettori in serie col gesto dell’occupazione sulle prime avvisaglie di degrado, anche dove esso non appare evidente, anche dove il degrado riguarda un indirizzo politico anziché una realtà tangibile. Tutti gli spazi via via occupati, diversissimi da punto di vista urbano, delle funzioni, delle condizioni materiali, sono un segnale di qualcosa che non va: si tratti dell’architettura moderna prestigiosa lasciata a marcire di fianco ai prodotti delle neo-archistar, o del monumento storico che è spazio pubblico solo sulla carta dei diritti proprietari, ma burocraticamente inagibile, o del contenitore dismesso che inizia a comunicare blight (tanto per usare un termine esotico) all’area circostante.

Da lustri schiere di imbecillotti ciellini in malafede hanno continuato a confondere strumentalmente la Mano Nascosta di Adam Smith con la loro divina Provvidenza, producendo il guazzabuglio urbano e sociale che oggi tocca districare. Che dire, ad esempio, dei cantieri infiniti prolungati su misura per gli inserzionisti pubblicitari dei cartelloni sopra i recinti di plastica arancio? E del degrado che inducevano, dei crimini che provocavano, o infine dell’odioso sfruttamento di quei crimini da parte degli stessi colpevoli, a invocare spietata repressione poliziesca? Oggi l’intervento tecnico-amministrativo, in campo urbanistico, culturale, delle politiche sociali o della casa, inizia come possibile a correggere tante storture. Quello che però indica davvero il peregrinare del collettivo Macao nei vuoti di senso del tessuto urbano, è un sentimento che rispecchia il medesimo disagio di milioni di giovani (anche meno giovani) del mondo davanti al loro ruolo di spettatori passivi del dispiegarsi di qualcosa che non hanno scelto. E di cui invece vengono automaticamente considerati parte. Occupare per spezzare l’automatismo, ma soprattutto per indurre consapevolezza: è questa probabilmente la Mano Invisibile, altro che palle!









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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