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La città tecnologica non è un giocattolo
Data di pubblicazione: 04.07.2012

Autore:

Se da un lato è vero che l’enfasi attuale sui centri urbani più o meno “smart” pare proprio solo l’ultima moda, l’innovazione tecnologica gioca un ruolo essenziale nella qualità degli spazi. Alcune considerazioni a partire da certi ultimi sviluppi

In un parco scientifico dello Staffordshire in Gran Bretagna hanno appena installato una turbina eolica: chi se ne frega, sarà l’ennesimo trucchetto per avere qualche finanziamento o agevolazione fiscale, poi si scoprirà che produce giusto a sufficienza per la lampadina rossa che segnala il pilone … E invece no, stavolta no. Lo si capisce scorrendo le caratteristiche tecniche, che raccontano di una capacità ad avviarsi da sola, senza prelevare corrente dalla rete “normale”, e di farlo anche con poco vento, bastano 1,8 metri al secondo, senza bisogno di fermarla neanche se si scatena l’uragano con raffiche da ogni direzione. Il tutto con pochissimi rumori, vibrazioni, senza interferire con gli uccelli, e leggera leggera posarsi su qualunque edificio senza precauzioni particolari. Forse basta quest’ultimo particolare dell’edificio, a insinuare il sospetto che ci sia qualcosa di strano: edificio? Noi ci aspettavamo un pilone, alto o basso che fosse, con la sua solita sventola che gira e rigira, con gli amanti del paesaggio a dire che lo sfigura, e i nerds tecnologici a sostenere che invece è l’estetica del terzo millennio, il futuro della sostenibilità eccetera.

La risposta è: si tratta di turbina eolica a asse verticale, del tipo prodotto dalla britannica McCamley. Una risposta che da sola non dice abbastanza, e forse va un pochino completata. Asse verticale vuol dire che la forma non c’entra nulla col criterio del traliccio a pala rotante, e si tratta invece di un coso che ricorda vagamente un serbatoio dell’acqua svuotato, o il terminale di un frullino a immersione per montare la maionese. Forma, ingombro (che dipende dalla potenza, che varia da un minimo minimo di 12KW ai parecchi megawatt) caratteristiche generali, gli conferiscono però una qualità particolare che è la vera punta di diamante dell’aggeggio, ovvero la grande adattabilità all’ambiente urbano, là dove le sue lontane cugine con la sedicente estetica del terzo millennio non possono mettere piede. Come si sa, produrre l’energia là dove la si consuma, decentrare, semplificare, magari strappare dalle grinfie dei vari tentacolari conglomerati di interessi, è un bel passo sia verso la sostenibilità, e pure verso la civiltà, se l’obiettivo interessa ancora a qualcuno in epoca di monopolio dei conticini di bilancio. Ed ecco perché in quel parco scientifico dello Staffordshire è in corso un esperimento che potrebbe cambiare parecchio le nostre città.

La micro generazione eolica, come tutto il resto, non è certo la bacchetta magica, ma si affianca alla serie ormai infinita di innovazioni che sfornano a getto continuo i laboratori di ricerca, spesso arrivando a sperimentarle e dimostrarne praticamente la totale fattibilità e inservibilità nei contesti abitati, sia dal punto di vista economico che degli altri impatti. Sono queste le basi su cui si deve e si sta edificando la città sostenibile del futuro, e parlo di basi perché senza energia da fonti rinnovabili ad esempio tanti saluti ad aria più pulita, o a trasporti davvero sostenibili: si parla di mezzi elettrici, ma poi l’elettricità da dove arriva? E poi ci sono - e qui entra in campo il tema intrecciato della cosiddetta “smart city” – tutti gli aspetti organizzativi, di rete, di relazione, che rendono possibile passare dalla pura impiantistica all’idea di spazio sociale complesso e condiviso che appunto chiamiamo città, e che come ci ha ricordato pochi giorni fa Saskia Sassen commentando il fallimento di Rio+20 è anche la chiave per risolvere le sfide ambientali del terzo millennio.

Dato che la conoscenza è un po’ come il maiale, non si butta via niente (solo i fanatici cretini qui distinguono fra buono e cattivo), un ottimo spunto per questa città pulita, equa, intelligente, connessa ci arriva esattamente da chi in fondo ha in mente solo il proprio conto in banca. In altre parole, il modo migliore per evitare che ogni volta i grandi conglomerati di interessi ce lo mettano in quel posto tarpando le ali alla vera innovazione, conviene provare a confrontarsi col loro mondo. Invece dell’alternativa, che è chiudersi in qualche catacomba a cospirare e sospirare a botte di bel tempo antico che fu. È da un bel po’ che gli amministratori di tutto il mondo continuano in più o meno buona fede a sciorinare la litania della città tecnologicamente connessa, ma il più delle volte con una visione parziale, per non dire frammentata in qualche manciata di gadgets che vanno dall’applicazione per trovare il parcheggio al wireless ballerino man mano ci si allontana da qualche quartiere alla moda. Dando magari ragione a chi diffida delle immagini un po’ semplicione spacciate da Richard Florida, con i suoi giovani nerd plurilaureati che smanettano chissà cosa dal bordo piscina guadagnando milioni, e costruendo non si capisce bene perché la città futura.

Naturalmente, lo sa benissimo pure Florida, le cose sono piuttosto diverse: ad esempio in qualunque città terzomondiale la classe creativa fa tutt’altro, e non si compone certo di biondoni palestrati. Anche gli ambienti dove scatta la scintilla dello sviluppo non sono quei complessi immobiliari urbani un po’ razzisti prediletti da certo deviante new urbanism di facciata controllati dal grande fratello della vigilanza a circuito chiuso con escrescenze umane alla Vito Catozzo. Niente di meglio, per capire il contesto in cui insieme crescono sostenibilità, socialità, occasioni di progresso equo, dell’ultimo rapportino elaborato proprio da chi usa quelle cose a tutt’altro fine: lo studio pubblicato qualche settimana fa dal centro studi sulla clientela della Ericsson. Dove, fedeli alla linea secondo cui il cliente ha sempre ragione anche quando non ha la più pallida idea di averla, i sociologi e ricercatori stipendiati dalla multinazionale dei telefonini dimostrano di aver ben presente una cosa che a molti sfugge. Ovvero non solo che senza city anche il più scintillante attributo smart se ne starebbe appeso a dondolare nel vuoto, ma che per vendere cioè penetrare nel profondo della società un prodotto deve essere parte del sistema. Quale sistema? Ma la città futura, quella sognata da quegli utopisti militanti che ci abitano.

Già tutto un programma il titolo della ricerca: City Life, da cui emerge benissimo la consapevolezza di quanto le aspirazioni dell’umanità (perché come ci dice l’Onu in città ci stiamo andando un po’ tutti) assomiglino tanto, proprio tanto, a quelle già ben comprese da tutti i pionieri del progresso sociale urbano dell’epoca paleoindustriale, da Engels al classicissimo Howard che col suo marchio delle Tre Calamite le ha efficacemente fotografate una volta per tutte. Ancora oggi, dopo un secolo di automobile, bidet caldo e freddo, fra reti wireless e aggiornamento in diretta sulle offerte speciali dei banchi gastronomia, si cerca ancora il medesimo cocktail: tanti luoghi comodi di consumo, socialità, cultura e comunicazione, spazi pubblici e ambiente abbastanza sicuro e pulito. È lì dentro che poi possono sguazzare, evolversi, magari tramontare come gli aerostati o la posta pneumatica, tutte le innovazioni tecnologiche possibili e immaginabili. I mercanti di telefonini lo sanno benissimo, e ci investono conoscenza. Insomma, non solo per far funzionare il nostro prezioso baracchino ci vuole una serie di turbine ad asse verticale sparse fra i tetti e i chioschi di giornali e panini, ma fra produzione e consumo di energia soprattutto c’è la città, fatta di gente, di pezzi di metallo e cemento, di piante e animali, di aspirazioni a farla non solo sopravvivere, ma prosperare e migliorare. E poveracci quelli che (ancora lo credono) sono convinti di poter dare un prezzo preciso a tutto.

Qui il sito della McCamley con qualche dettaglio in più (c’è anche un filmato) a proposito della turbina frullino. Di seguito scaricabile il rapporto del centro studi Ericsson


File allegati

Ericsson City Life ( Ericsson_city_life.pdf 1.86 MB )







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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