0 0 0
0
0 0 0 0 0 0
0


Mall International (in English)
0
0 > Sito di Fabrizio Bottini > Città > Spazi centrali

Presente e futuro dell'abitare
Data di pubblicazione: 11.07.2012

Autore:

Il miliardario che oggi fa il sindaco di New York lancia un concorso per progettare micro-appartamenti che sembrano presi da un vecchio film con Renato Pozzetto: i troppi soldi gli hanno fuso il cervello? No, e l’iniziativa pone una vera e propria sfida sul futuro della città

Prendiamola alla lontana: il settimanale Time sull’ultimo numero si pone la domanda Ma stare nelle casette con giardino rende più egoisti? Sembrerebbe la classica inchiesta di costume messa lì perché siamo in estate, gli eventi politici si fanno più rarefatti, e anche i convegni scientifici non sfornano più a ritmo tanto serrato quelle succose notizie sulla cura del cancro o il moto perpetuo. Basta però aver seguito con qualche sistematicità il recente dibattito (specie americano, ma non solo) su vari argomenti, ambientali, sociali, economici, per capire che dietro al titolo superficialmente semplicione sta qualcosa di più profondo. L’egoismo citato non ha a che vedere solo con i microcosmi da casalinghe disperate o manager stressati che passano il fine settimana sul divano o a falciare il prato, ma con una intera percezione collettiva del mondo, dei consumi, delle relazioni, della natura. I dati dell’ultimo censimento, pur confermando che il paese è ancora ampiamente orientato al modello dell’insediamento disperso per case unifamiliari, centri commerciali, parchi uffici persi negli svincoli autostradali, conferma anche una decisa ripresa delle città centrali.

Visto che i crociati senza se e senza ma del modello di sviluppo tradizionale dicono che è solo colpa della crisi passeggera, forse fa benissimo Time a buttarla sullo psico-sociologico, perché a cogliere meglio una certa tendenza serve davvero rivolgersi all’immaginario. Quello dei giovani innanzitutto, che via via posticipano sempre più quello che un tempo era considerato il vero passaggio alla vita adulta, ovvero il matrimonio, i figli, e il quasi automatico trasloco in una casetta di proprietà nei sobborghi. Ma anche quello delle imprese, che (lo riconoscono riviste di settore e supplementi immobiliari) hanno quantomeno fortemente rallentato il processo di decentramento e il modello della sede del tutto autonoma e isolata in campagna (in ex campagna), per mescolarsi di più in ambianti cittadini abbastanza simili a quelli che avevano abbandonato tanti anni fa. Senza farla tanto lunga, il modello da conquista continua di una nuova frontiera urbana, culminato con le cosiddette edge cities, che di città avevano poco o nulla, pare arrivato alla fine.

Ed emerge evidente anche un altro aspetto, che fino a questo momento sottolineavano solo i più agguerriti specialisti, storici, ambientalisti e osservatori: lo sprawl non è mai stato frutto spontaneo di gusti e inclinazioni personali, finalmente appagati da alcune innovazioni tecniche e organizzative del secolo scorso. È stato invece un consapevole modello di sviluppo economico nazionale ruotante attorno ai capisaldi dell’edilizia, dell’automobile e delle relative infrastrutture, autostrade in testa. E a cascata giù fino ai beni di consumo durevoli per la casa, fino cose assurde come la diffusione capillare dell’asciugatrice perché le norme vietano di stendere i panni, o l’abnorme crescita del fai-da-te, sino ad assumere forme più che caricaturali. Un recente saggio dell’economista urbano Edward Glaeser, lontano mille miglia da qualunque inclinazione di sinistra contro il modello proprietario diffuso, sottolinea ad esempio sino a che punto la costruzione del suburbio “egoista” così come è fatto oggi, discenda dal meccanismo di deduzione fiscale degli interessi sui mutui. Che non solo sostiene appunto la proprietà contro l’affitto, ma tende a un consumo esagerato di spazio individuale, energia e altre risorse.

Proprio il tema delle risorse, suolo, acqua, aria, energia, è al centro di un altro filone di dibattito sulla dispersione urbana come modello dominante. Accantonate si spera una volta per tutte certe posizioni negazioniste sul cambiamento climatico, la scarsità petrolifera, l’impraticabilità di una globalizzazione dello sviluppo secondo il modello consumista illimitato, col sostegno degli organismi internazionali si sta molto discutendo di città compatte. Perché garantiscono economie di agglomerazione, perché la concentrazione fa bene alla società e alla conoscenza, perché infine pare il modo migliore di ridurre le emissioni di gas serra e i consumi di energia. E se certa destra politica ed economica pare spontaneamente e onestamente terrorizzata alla sola idea che il loro mondo di linde casette finisca per assomigliare un po’ di più agli alveari di Shanghai, per non parlare dello slum terzomondiale, li si può per certi versi tranquillizzare leggendo l’ultimo lavoro di un marxista doc.

Come può un comunista tranquillizzare certa destra, almeno quella in buona fede? Per capirlo basta leggere l’ultimo lavoro di David Harvey, Rebel Cities (è appena uscita anche la traduzione italiana) quando confronta i modelli di sviluppo economico capitalistico dal XIX secolo ai nostri giorni: dagli sventramenti nella Parigi di Haussmann, attraverso lo sprawl suburbano automobilistico del secondo dopoguerra, fino al paradiso degli architetti moderni nella Cina comunista di mercato nel terzo millennio, è tutto un investire dei ceti dominanti nella città feticcio e fulcro, attorno a cui poi cresce tutto il resto. Le differenze spaziali sono pura cosmesi del tempo e delle contingenze. Il che, se non altro, spazza via quel genere di schematica interpretazione per cui la democrazia si misura proporzionalmente al numero di metri quadri occupati in proprietà da un nucleo familiare, nonché dai chilometri percorsi in auto per spostarsi da questo spazio privato ad altri spazi, altrettanto privati, dedicati al lavoro, al commercio, al tempo libero. Ci sono libertà e democrazia, guarda un po’, anche in un condominio, anche in un edifico ad appartamenti in affitto dove non si può fare il barbecue in giardino il sabato sera, e per comprarsi mezzo litro di latte basta camminare fino al negozio dell’angolo.

Ergo la città non è necessariamente un luogo che deve in automatico spaventare il capitalista, e qui arriviamo finalmente al sindaco di New York, Bloomberg, che capitalista lo è all’ennesima potenza. Però pensante, a differenza di tanti suoi più rozzi e ringhianti colleghi: ha promosso il piano strategico PlaNYC2030 per il miglioramento ambientale ed energetico ; presiede la lega internazionale delle metropoli che concordano politiche integrate (a differenza di quanto riescano a fare gli Stati nazionali) per il contenimento delle emissioni; nel corso della sua amministrazione ha realizzato un gran numero di progetti sull’urbanistica, i trasporti, il verde. Circondandosi di collaboratori e consulenti di altissimo profilo, da Jeanette Sadik-Kanh protagonista delle piste ciclabili e delle pedonalizzazioni, alla planning commissioner Amanda Burden, nota internazionalmente soprattutto per il parco sospeso della High Line, all’architetto danese Jan Gehl che cura per progetti pilota la compenetrazione fra politiche spaziali di quartiere e mobilità.

Significativamente, c’era anche Amanda Burden l’altro ieri, di fianco a Bloomberg per l’annuncio ufficiale del concorso per un edificio da micro-appartamenti in affitto. Meno di trenta metri quadri, prescrive il bando, perché a New York ci sono poco meno di due milioni di nuclei familiari di una, o due, persone, ma solo un milione circa di spazi di dimensioni adeguate: adeguate, si intende, per i portafogli, visto che il prezzo si calcola al metro quadrato. adAPT, così si chiama in sigla il progetto, parrebbe così voler rispondere in modo abbastanza meccanico al bisogno di case urbane in affitto per giovani lavoratori a reddito medio, replicando con un po’ più di stile (il concorso per architetti richiamerà molte idee innovative) l’antico modello razionalista cosiddetto existenzminimum, tutto fatto di sovrapposizioni, incassi, cose che escono e rientrano, soprattutto tanta adattabilità forzata. Ma davvero siamo alla caricatura che diventa seria? Al bugigattolo di quel film con Renato Pozzetto che solo girandosi nel letto urtava coi piedi nel bagno e con un gomito nella cucina?

Proviamo a essere ottimisti: no, l’idea è un’altra, e la presenza della signora Burden probabilmente lo conferma. Perché questo non è solo un concorso di idee per architetti, o un programma speciale del settore casa, ma in nuce un’idea di città. L’economista Glaeser, nel suo saggio sulle distorsioni indotte dalla deducibilità degli interessi sui mutui, sosteneva che occorre liberare risorse, oggi investite inutilmente in immobili, valorizzando e sostenendo per chi la desidera la casa in affitto. Così non solo si risparmierebbe tanto terreno per usi agricoli e naturali, ma si rilancerebbe il ruolo delle città, dei quartieri densi (affitto e densità vanno a quanto pare insieme), della mobilità pedonal-ciclabile a basso impatto e del trasporto collettivo. L’economista ovviamente non è un esperto di spazio, la qualità della vita urbana non è direttamente affar suo, qui entrano in campo altre competenze.

Che sono appunto quelle citate sopra, coinvolte dall’amministrazione Bloomberg, in primo luogo la cultura degli spazi pubblici da cui proviene la signora Amanda Burden: è la qualità di ciò che sta fuori da quegli appartamentini il punto chiave di tutto l’esperimento. Perché all’estremità opposta dell’opulenza un po’ ridicola delle McMansion suburbane da trecento metri quadrati su un lotto da duemila, stanno quei trenta metri scarsi che idealmente si allargano al quartiere e alla città. Non solo perché ovviamente in un quartiere urbano magari c’è il cinema, e non c’è bisogno della “sala proiezioni” annessa al soggiorno. Non solo perché coi negozi vicini è inutile avere una dispensa grande come un locale, per ammucchiare scorte manco si aspettassero guerra e carestia. Ma soprattutto perché è lo stile di vita cittadino a indurre un modello di abitabilità rivolto al quartiere, e non solo alla casa, in cui magari c’è l’orto cooperativo, o comunque le panchine ai giardinetti, e uno spazio per trovarsi anche al coperto sempre i, che sia l’atrio della biblioteca rionale attrezzato di wi-fi o altro.

Quello dello spazio pubblico è un problema anche e soprattutto urbanistico, di cultura, di norme da rispettare, di stretta integrazione fra gli ambiti di proprietà e gestione cittadina, e quelli di proprietà privata regolamentati per un uso pubblico, vuoi per asservimento, vuoi attraverso altri strumenti. Lo riconosce anche il marxista David Harvey nel suo Rebel Cities, che pur nella prospettiva di un completo controllo pubblico sui beni comuni, anche tutti gli strumenti che ne impediscono o limitano una gestione privatistica (una contraddizione emersa di recente col movimento Occupy) sono già un bel passo in avanti. E fra i pionieri degli infiniti metodi e obiettivi attraverso cui la città capitalista può evolversi verso qualcosa di più abitabile e socializzante, anche fuori dallo spazio del lavoro e della politica istituzionale, c’è stato William Holly Whyte, prima mentore di Jane Jacobs, e poi maestro di Amanda Burden. Insomma, questa pensata dei microappartamenti adAPT sponsorizzata dalsindaco di New York è tutto fuor che una piccola trovata per pubblicizzare giovani architetti. Sicuramente da tenere d’occhio, perché almeno in potenza esprime qualcosa di davvero innovativo.

Riferimenti:
Qui il bando del concorso . adAPT dalla pagina web di Bloomberg
Qui l’articolo di Time sull’egoismo suburbano; all’interno del testo dell’articolo altri links, ad esempio per scaricare il citato articolo di Glaeser
Qui una lunga conversazione (in italiano) con David Harvey, a proposito del suo Rebel Cities









0

Il sito di Edoardo Salzano
0
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg