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Mall International (in English)
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La Capitale Federale della Sostenibilità
Data di pubblicazione: 16.07.2012

Autore:

A Washington DC per l'area fra il monumentale Mall e le sponde del fiume, con tutte le riserve del caso paragonabile al nostro EUR, un ambizioso piano di riqualificazione e recupero di spazi razionalisti, con finalità ambientali, energetiche, di spazio pubblico e mobilità dolce

La stampa mondiale anche non specializzata ha dato un certo rilievo alla cosiddetta Città Nuova di Kilamba, realizzata dal China International Trust per mezzo milione di abitanti nell’area della capitale dell’Angola, Luanda. La notizia sarebbe da un lato la grande visibilità assunta ormai dalla presenza e dall’impegno cinese in una sorta di neocolonizzazione del continente africano, dall’altra che in qualche modo le cose non funzionano troppo, visto che quella città nuova pare fatta solo di muri: di abitanti neppure l’ombra, deserto.
Guardando le immagini a volo d’uccello proposte nei vari articoli, è però impossibile non notare qualcosa di strano e abbastanza incongruo: quella città “nuova” ci appare invece in qualche modo molto, molto familiare. Edifici, lotti, composizione degli isolati, griglia stradale, arretramenti, tutto evoca assai da vicino cose che conosciamo molto bene, ovvero la infinita schiera di quartieri (popolari ma non solo) cresciuti in tutto il mondo soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, e da certa cultura ancora considerati il marchio di fabbrica del peggiore schematico dirigismo progettuale burocratico.

Al punto che a volte la destra (o la sinistra, dipende dai casi) politica prende quegli spazi ad esempio di come tutta l’idea di società espressa dai ceti dominanti sia profondamente sbagliata. Un giudizio ovviamente esagerato e strumentale, però non privo di qualche fondamento: tutta la cultura architettonico-urbanistica del razionalismo e poi del cosiddetto international style e diramazioni varie nei suoi prodotti di massa con rare eccezioni ha davvero prodotto ambienti di basso valore urbano. Magari con ottime premesse, ma poi fra clamorose sviste come certe idee meccaniche di riforma sociale attraverso gli spazi, o la sottovalutazione di alcuni problemi importanti, dalla gestione alla rigida separazione delle funzioni, tutto ha congiurato per lasciarci quello che conosciamo abbastanza bene. Ovvero in sostanza dei prodotti parziali, magari apprezzati da certa critica e storia, molto meno da chi li deve vivere direttamente in un modo o nell’altro. E la cosa non vale soltanto per i quartieri residenziali popolari, il cui fallimento si potrebbe facilmente scaricare appunto su fattori socioeconomici o gestionali, ma anche per i grandi complessi direzionali, culturali, governativi e ministeriali concepiti con criteri simili dagli anni ’30 in poi.

È quindi di estremo interesse seguire ora l’evoluzione di un grande programma di riqualificazione complesso di un’area del genere, esattamente del tipo che iniziava a criticare (pur con risultati teorici abbastanza diversi) Jane Jacobs negli anni ’50 dell’urban renewal trionfante. Si tratta della grande striscia urbana di isolati denominata South Western District, nello spazio fra il Mall monumentale di Washington DC e l’affaccio sul fiume Potomac, ovvero tutta la fascia a sinistra per chi guarda dal Campidoglio verso l’obelisco. Come abbastanza noto, il piano originario dell’architetto militare Charles l’Enfant del 1791 per il centro della capitale federale venne di fatto attuato un secolo più tardi, nell’interpretazione della cultura city beautiful di Daniel Burnham, Charles McKim un giovanissimo F.L. Olmsted jr. e altri. Ma anche questo grandioso piano di riorganizzazione spaziale del primissimo ‘900 giocoforza riguardava essenzialmente l’asse prospettico principale, gli edifici rappresentativi nei fuochi e sulle trasversali, lasciando un po’ ai margini la pur potenzialmente spettacolare zona a sud-ovest verso il fiume. Cresciuta nei decenni come quartiere anche di abitazioni modeste per i lavoratori delle attività portuali e cantieristiche.

Una crescita sottotono interrotta un paio di generazioni dopo, quando nel secondo dopoguerra la versione razionalista della city beautiful, ovvero quella ispirata alle politiche di urban renewal alla Robert Moses, ovvero estese anche a spazi direzionali e residenziali di alto profilo, spazzò via il vecchio quartiere a basso reddito sostituendolo con una zona a uffici ministeriali e assimilati a nord verso il Mall, una residenziale più a sud, e in mezzo l’immancabile autostrada urbana multi corsia, a segregare ulteriormente le due parti. Grandi arretramenti, scarsissimo o nullo rapporto diretto delle architetture con le strade (il classico ambiente a orientamento del tutto automobilistico), edifici su pilotis a pianterreno libero a sottolineare ulteriormente quel genere di spazio metafisico che ha la sua forse massima espressione in Brasilia. Valore delle singole architetture a parte, siamo esattamente nel tipo di posto che la variegata cultura postmoderna targata new urbanism userebbe come esempio negativo di luogo sottratto al cittadino, a tutto favore della mobilità su gomma e della mortificazione degli ambiti verdi e pubblici, nonché di tutte quelle attività che rendono vivo uno spazio urbano.

Nel terzo millennio all’insegna sempre e comunque della “sostenibilità”, pur interpretata in modi assai diversi, è quindi di grande interesse vedere come la Commissione per la Capitale ha interpretato l’insieme complesso degli interventi di riqualificazione di quest’area, nel quadro più ampio del sistema metropolitano. Perché esiste anche un approccio abbastanza meccanico e tecnicista alla questione, legato a un’idea di retrofitting edilizio, e forse trasportistico, che vede l’adeguamento delle città alle nuove esigenze climatiche ed energetiche in modo settoriale. Con rinnovo degli impianti, dei sistemi di isolamento, di riduzione delle emissioni sia a scala di edificio, sia naturalmente a scala di quartiere e città con la riduzione dei veicoli a combustione interna inquinanti e l’incremento dei mezzi pubblici. Nel caso specifico esistono però alcuni particolari vincoli che hanno spinto le scelte ad un altissimo profilo: la necessità di ispirarsi coerentemente alle idee originarie monumentali del piano l’Enfant, recuperando in pieno anche la prospettiva verso il Potomac e valorizzando in tal modo anche le funzioni pubbliche e culturali del distretto; il valore architettonico certificato di numerosi edifici e ambiti, che pur recenti si inseriscono armoniosamente nel sistema del centro focalizzato sul Mall; last but not least infine il ruolo specifico della capitale federale, sia sul versante del prestigio simbolico e di identità nazionale (anche in termini di avanguardia tecnologica e ambientale), sia su quello più terra terra ma egualmente fondamentale di meta turistica.

Il piano South Western EcoDistrict appena pubblicato in prima bozza dalla National Capital Planning Commission, coerentemente, affronta il tema in modo fortemente integrato, come programma complesso entro il quale i pur fondamentali obiettivi di adeguamento edilizio, energetico, di emissioni, entrano a far parte di un quadro molto più ampio. Il metodo esplicitamente generale anziché di coordinamento di interventi particolari, inizia a evidenziarsi leggendo il sistema delle trasformazioni urbanistiche in senso proprio: demolizioni e ricostruzioni (poche), riqualificazioni e riusi (parecchi), adeguamento tecnologico e restauro delle architetture tutelate e di maggior pregio. Non mancano gli interventi di infill per una densificazione sempre opportuna quando possibile, specie in una logica di articolazione funzionale. Questo della de-segregazione degli usi terziari, rappresentativi, residenziali e commerciali, rigidamente separati dal criterio urban renewal del dopoguerra, è forse lo strumento che più di altri funge da base logica al resto del piano.

Ad esempio quando si affronta la questione accessibilità, mobilità dolce, spostamenti interni. In una logica di spazio accogliente per il pedone, e quindi per l’utente del trasporto collettivo, che senso avrebbe lasciare il tessuto nelle esatte condizioni ereditate dal piano razionalista, magari attraverso limitazioni d’accesso alle auto, restringimenti di carreggiata ecc? Poco, perché poi i flussi sarebbero finiti per coincidere coi tempi degli uffici, nulla di particolarmente diverso dal classico quartiere economico della città moderna. Ecco allora l’obiettivo (generale e meglio specificato nei progetti speciali delle cosiddette focus areas), da un lato di individuare poli e direttrici principali in grado di conferire unitarietà visiva e funzionale alla zona di riqualificazione, dall’altro di trasformare quello che oggi è un sistema efficiente ma puntuale di fermate del trasporto collettivo in rete interconnessa da una griglia di percorsi, servizi, visuali.

Tra le focus areas non manca neppure un ambizioso progetto di trasformazione della grande infrastruttura automobilistica autostradale, cedendo gli air rights edificatori e realizzando sopra il tracciato (dieci corsie più rampe e svincoli) una soluzione di continuità fra la fascia settentrionale dell’Eco-Distretto e quella meridionale verso la sponda del Fiume. Cosa che si ricollega indirettamente al grande dibattito nazionale sulle grandi arterie urbane, spesso definitivamente smantellate per far posto a viali urbani aperti sia alle auto che a pedoni e ciclisti, o per realizzare nuovi spazi a verde attrezzato. Nel caso specifico trattandosi di un ramo di una Interstate l’obiettivo è meno radicale, ma del tutto in linea con la logica di una città non più modellata sulla mobilità automobilistica, che nei decenni ha costruito barriere spesso insormontabili e fonte di degrado per ampi quartieri.

Inutile specificare che quello del South Western Eco-District di Washington D.C. è un piano estremamente ambizioso e anche costoso, certo reso possibile dalla natura particolare dell’amministrazione e dalla collaborazione di ministeri e altri enti, ma che ha richiesto e richiederà una notevole partecipazione anche economica dei privati, oltre ad essere proiettato su un arco di un quarto di secolo. Ora iniziano le fasi del dibattito pubblico per definirne meglio forme e modi. Un vero e proprio flagship project, che dovrebbe dare il senso autentico di cosa significhi al più alto livello sostenibilità urbana, oltre le chiacchiere per lucidarsi l’immagine o gli interventi tecnologici puntuali ma spesso inutili se non accompagnati da politiche più ampie. Sicuramente da seguire nella sua evoluzione dei prossimi mesi, sino alla versione definitiva. La bozza di piano adottata e proposta al dibattito è scaricabile direttamente qui di seguito.


File allegati

Washington_Ecodistrict ( Washington_Ecodistrict.pdf 8.91 MB )
Piano per l'Eco-quartiere sud occidentale, luglio 2012







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
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