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I pantofolai dell’Apocalisse
Data di pubblicazione: 17.07.2012

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Aumentano esponenzialmente gli idioti che sotto sotto sperano di tornare a un mondo primitivo modello frontiera del West. Un rischio culturale e sociale, a cui non sfuggono a ben vedere certe posizioni ambientaliste inconsapevolmente retrograde. Le Monde Diplomatique, luglio 2012

Imparare a far crescere fagioli, cavoli o rape svedesi; farsi il pane (o le ortiche impanate), allevare polli o cucinare marmellate a fuoco lento, conservare sacchetti di semi, curarsi con l’aloe vera, cucirsi un maglione all’uncinetto, far andare un motore diesel con l’olio da cucina, recuperare l’acqua piovana e dei pozzi, rendere autonomo dal punto di vista energetico il proprio chalet, ecc. Tutto ciò può apparire innocente, addirittura divertente. Per i prepper – o adepti del prepping, «preparazione» –, invece, non si tratta di un semplice passatempo, bensì di un allenamento a un futuro probabile. Questa «subcultura propria di americani che si preparano al crollo della civiltà [1]» designa una vasta co­stellazione di inquietudini. Essa associa l’idea di «prepararsi», normalmente applicata alle emergenze come gli uragani o i terremoti, all’insieme delle crisi, locali o sistemiche. Sono sempre più numerosi – almeno tre milioni – quelli che lavorano a piani dettagliati per sopravvivere alla «fine del mondo così come lo conosciamo [2]».

La nota rete televisiva National Geographic gli dedica un reality-show molto seguito; ogni mese, trecentomila persone consultano il sito-faro SurvivalBlog.com, e molteplici reti concorrenti si sono sviluppate negli Stati uniti e in Canada (Viking Preparedness, The Survival Mom, Ready Nutrition, Pioneer Living Survival Magazine, Prepper, The Suburban Prepper, The Prepper E-Book, ...), ma anche in America latina e ormai persino in Europa e in Asia. Pochi studi sono stati realizzati sulle loro caratteristiche sociologiche, ma tutti gli ambienti e le classi sembrano interessati, in particolare i giovani e le categorie suburbane indebitate. Delle figure emblematiche sono emerse da blog, libri a grande tiratura o da trasmissioni radiofoniche. Così, il guru dei prepper, James Wesley Rawles, ex impiegato di un ufficio informazioni e cristiano conservatore, vende le sue opere in diverse centinaia di migliaia di copie[3]. Egli si circonda di mistero non rivelando la posizione del suo «ranch segreto», dove ha sistemato la sua famiglia per sopravvive­re quando arriverà il fatidico momento.

Prevedere la fine del mondo è una pratica classica delle sette e delle Chiese che ne sono scaturite. Ma, a differenza dei millenari­sti, i prepper non aspettano una catastrofe precisa che si presuma debba prodursi in un determinato periodo. Tutto può accadere, in qualsiasi momento, non sono settari su questo aspetto: un meteorite gigante o un pianeta che urti la Terra, un’eruzione gigan­tesca, una combinazione di disastri ecologici, pandemia, guerra nucleare tra Occidente e Cina, iper-inflazione, crollo del sistema bancario mondiale in meno di dodici ore (domani la vostra carta di credito non funzionerà più!), sommosse rivoluzionarie, legge marziale: tutto va bene. Questo opportunismo catastrofista permette sia di evitare la depressione post-apocalisse – un disturbo che colpì Harold Camping, il direttore di Family Radio, quando i suoi adepti rimasero delusi di non aver assistito alla fine del mondo prevista a ottobre 2011 – sia di mettere insieme cani e porci. Così i prepper richiamano l’attenzione sia dei paranoici teorizzatori del complotto che dei borghesi bohémien urbani, sia dei populisti isolazionisti che degli ecologisti. Attirano quelli che vorrebbero semplicemente sapere cosa fare in caso di taglio della fornitura idrica o elettrica. Insomma, considerando tutti i possibili scenari, conducono le greggi delle pecore «materialiste» verso il modello della predestinazione calvinista separando gli eletti (o vincenti), riconoscibili dalla loro vigilanza attiva, dai dannati (o perdenti), vittime della loro colpevole frivolezza.

Messe duramente alla prova, le diverse Chiese sono irritate da questo fenomeno, sostenendo che l’allenamento materiale per sopravvivere nel caos non può avere la stessa valenza della pratica spirituale per la salvezza dell’anima. A differenza degli hippy e dei survivalist degli anni ’90, i prepper non predicano il rifiuto di un particolare modo di vivere, o la diffidenza nei confronti di un governo sospettato di tradimento in favore delle élite del preteso nuovo ordine mondiale. Essi si considerano dei semplici cittadini che cercano di informarsi utilmente. Ma, se riprendere confidenza con dei saperi pratici e mantenere in ordine la propria capanna, come il filosofo Henry David Thoreau (1817-1862), appartiene a una tradizione che merita di essere rinverdita, si osserva, tra i contributi ai blog prepper, la ricorrenza di due temi che vanno ben al di là di tutto ciò: la fuga verso l’isolamento e la diffidenza armata nei confronti dei «non preparati», sospetti in quanto rischiano di trasformarsi in predatori. Come organizzare il proprio rifugio al momento del crollo generale? ci si domanda con Joel Skousen, ex pilota di caccia divenuto politologo della catastrofe e specialista della «ricollocazione strategica». E quando sarà il momento di lasciare le grandi città – soprattutto le più pericolose, infestate di «zombie-disoccupati» –, cosa bisognerà mettere nel proprio bug out bag («zaino per la grande avaria»)? Come scegliere un riparo nel cuore della fortezza americana, piena di vicini cristiani che si suppongono moralmente fidati? Come resistere sei mesi in un’«abitazione autonoma durevole», ovvero in un tubo in cemento sistemato in fondo al giardino?

Una coppia si vanta di averci sistemato viveri per cinquant’anni, e venticinquemila munizioni. Un altro spiega come fa a nutrire mille tilapia (pesci tropicali d’acqua dolce) nella sua piscina. Per la vita «post-apocalisse», forse bisognerà, ci si dice seriamente, ridiventare cacciatori-raccoglitori. È necessario, in ogni caso, conservare i saperi indispensabili per «ricostruire la civiltà» (cucire, curare, riciclare, procurarsi acqua pura, saldare, ecc.), sul modello dei futuri esploratori spaziali. Ci si chiede: quanti cavalli e quante mucche saranno necessarie per ogni famiglia? Il fantasma della comunità chiusa, così ben descritto da Night Shyamalan nel suo film The Village nel 2004, moltiplica i suoi adepti... che preferiscono probabilmente i film culto 2012, di Roland Emmerich, o The Raod, di John Hillcoat, che hanno il vantaggio di non far riflettere!Il secondo tema favorito dai prepper è facilmente deducibile: la paura dell’altro. Vi vengono offerte carte delle «attività terroristiche sospette» nel mondo e negli Stati uniti, nonché metodi per creare il vostro bunker d’emergenza e organizzare dei turni di guardia, aspettando senza batter ciglio orde di miserabili che non tarderanno a cercare di violare il vostro santuario. Il consenso pragmatico da «stato di allerta» finisce per ricollegarsi a una tradizione di anticipazioni da incubo il cui contagio può rivelarsi altrettanto nefasto di ciò che si ha la pretesa di combattere.

Ma i deliri di alcuni non devono farci trascurare il fatto che in maggioranza restano consumatori tanto compulsivi quanto quelli che svuotano i supermercati alla vigilia delle feste. Comprando armi in previsione di un’invasione, prodotti di prima necessità o medicinali (le tre B: bullets, beans, band-aids – pallottole, fagioli, medicine), questi clienti impazziti rimpiazzano un sovra-equipaggiamento con un altro. Il loro ideale di autosufficienza neopioneristica viene rimpinzato da un’accozzaglia di oggetti provenienti dal mercato in espansione. Il colmo è che forse ci aspetta un futuro liofilizzato in stock da «nove mesi per quattro persone», che gli specialisti dello «stoccaggio d’emergenza» vendono rapidamente ai più pessimisti. Certo, il buon prepper dovrà arrangiarsi come un tempo faceva lo scout «sempre pronto»: saprà fare una lampada con una patata, un tovagliolo con della stoffa, un cucchiaio con del cartone, accendere una stufa senza fiammiferi, ecc. Ma ciò richiede di nuovo il servizio a pagamento dei telegenici pedagoghi dei boschi, e si tratta sempre di un «lavoro da consumatore»: fatevi da soli il vostro sapone, ma con ingredienti in commercio – borato, carbonato di sodio e grattugia, venduti nel vicino supermercato.

L’attesa del disastro e del soccorso evita di pensare a ciò che ci capita ora. Tra i prepper circolano delle analisi sull’avidità finanziaria, ma la loro rappresentazione individualista dell’autonomia e la loro reazione di fuga offrono poche prospettive di azione collettiva e politica al di fuori delle attuali disposizioni del sistema. Così come il capitalista alla ricerca forsennata del profitto, il prepper non prevede che la civiltà possa correggere la sua traiettoria. Che l’indebitamento insolvibile prepari forse, nostro malgrado e a dispetto della storia, il passaggio a una società più solidale gli sembra impensabile. Immerso nell’ideologia neodarwiniana della lotta di tutti contro tutti, non è in grado di immaginare che una semplice redistribuzione delle ricchezze possa essere più efficace della ricollocazione strategica per evitare gli orrori della depressione. Insomma, egli rifiuta di prepararsi... alla prosecuzione del mondo dopo il capitalismo.

[1]«Subculture of Americans prepares for civilization’s collapse», Reuters, 21 gennaio 2012.

[2]«The end of the world as we know it», o, per gli iniziati, «Teotwawki».

[3]Tra gli altri, Survivors :A Novel of the Coming Collapse,Atria Books, New­York, 2011; How to Survive the End of theWorld as We Know It, Plume, NewYork, 2009.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
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Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
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( 22.08.2013 19:29 )
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Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
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Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
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Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
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Walker, Alissa
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