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Città globali: basta il mercato?
Data di pubblicazione: 18.07.2012

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Che l’urbanizzazione del mondo non sia da considerare una specie di incubo lo si sapeva. Col nuovo rapporto McKinsey sul rapporto fra centri urbani, specie di fascia intermedia, e crescita di consumi e servizi, il quadro si fa potenzialmente più chiaro, e positivo

Molto spesso quando si parla di condizioni ottocentesche lo si fa in termini spiccatamente negativi: rapporti capitale/lavoro di stampo ottocentesco, servizi sanitari e municipali fermi a livello ottocentesco, condizioni di vita nelle campagne ottocentesche, e così via. Esiste però una prospettiva lievemente diversa, e per nulla reazionaria se la si legge correttamente e senza faziosità. Ovvero che nel bene e nel male (un male forse evitabile se teniamo conto della storia) tutto lo straordinario sviluppo scientifico, sociale, dei servizi, della produzione e del consumo avvenuto nel XIX secolo, si lega inestricabilmente all’urbanizzazione, nonché al miglioramento progressivo delle condizioni di vita nelle città. Oggi, secondo molti osservatori, è quanto si prospetta con le dovute distinzioni per le città globali emergenti, che si tratti delle inquietanti megalopoli da decine di milioni di abitanti o dei centri di fascia intermedia, da qualche centinaio di migliaia di persone.

Quello a cui stiamo assistendo e in parte partecipando, sarebbe quindi un ciclo sostanzialmente positivo, nel quale a seguito di mutate condizioni ambientali e socioeconomiche un enorme flusso di popolazioni rurali si dirige verso le aree urbane alla ricerca di un’esistenza migliore: e in un modo nell’altro poi la trova, questa esistenza migliore. Lo dimostra un criterio forse circoscritto e limitato, ma innegabile: l’incremento di reddito individuale e consumi. Si parla di media, naturalmente, ma anche disaggregando e scendendo nei particolari geografici e sociali si conferma l’idea che davvero tutti traslocando in città stiano considerevolmente meglio, abbiano soggettivamente e oggettivamente prospettive esistenziali assai migliori di quelle del villaggio avito. Un esercito sterminato di potenziali consumatori per un altrettanto sterminato esercito di imprese, ansiose di vendere di tutto a neo-inurbati, da cose costosissime come una casa o la serie di mezzi di trasporto che si consuma in una vita, ad altre forse meno vistose, il telefonino, le scarpe da jogging o il detersivo per pavimenti che rende entusiasta la casalinga delle pubblicità. Almeno quando si hanno dei pavimenti da pulire, e la casa attorno ai pavimenti ….

La differenza sostanziale fra questa lettura appunto tutta ottocentesca e di libero mercato dello sviluppo urbano, è che la storia ci ha abbondantemente raccontato quel che non andava proprio, nel bel tempo che fu. Certo i discendenti e i cantori acritici del capitalismo raccontano la solita storia dei capitani coraggiosi che inventano ferrovie, elastici delle mutande rivoluzionari, bevande gassate dalla ricetta segreta eccetera. Ma la storia vera parla anche di stenti, morte in fabbrica e nei quartieri, spaventose topaie di fianco ai castelli da fiaba dei ricconi, malattie, alcolismo. E soprattutto di come dallo scontro fra questi due aspetti estremi siano nate tante idee e movimenti straordinari, per la tutela della salute e dell’ambiente, per la solidarietà e il governo pubblico di tanti aspetti della vita, in definitiva per costruire una città e un mondo più giusti e migliori. Ed è esattamente questo l’altro lato della medaglia: quel crescere del reddito individuale negli agglomerati urbani in del terzo millennio è un segnale da cogliere, e lo si può fare sostanzialmente in due modi. Uno è quello appunto del mercato, che si riassume: hai del reddito, e vorrei trasferirlo dalle tue tasche alle mie. Uno è quello della collettività, che funziona (deve funzionare) in tutt’altra direzione.

E il modello di metodo, volendo, li si ritrova ancora nel diciannovesimo secolo, e si chiama utopie urbane: come orientare positivamente ed equilibratamente la ricchezza che improvvisa esplodeva dalle macchine a vapore maneggiate dai milioni di ex contadini inurbati, invece di lasciarla in mano a pochi. A partire per esempio dalla nota considerazione di Woody Allen, secondo cui “quando sei morto, è difficile trovare l’interruttore della luce”. Ovvero, detto in altri termini, il consumatore per consumare deve essere se non altro vivo, e per esserlo in modo pieno ci vogliono alcuni presupposti. Il bambino morto a meno di un anno nello slum per il morso di un ratto, difficilmente comprerà automobili, telefonini, o scarpe da jogging. Perché arrivi a farlo, che ci vuole? Vediamo. Partendo dal ratto, e dallo slum. Il ratto non dovrebbe esserci, almeno nelle quantità spropositate e nei contatti quotidiani così come accade in quei quartieri, e questo significa posti più puliti, meno squilibri ambientali, qualche tipo di gestione dei rifiuti. E poi, se ci pensiamo bene, il morso dello stesso ratto, , qualche ora più tardi, a un bambino ricco in un altro quartiere, avrebbe un epilogo diverso: si telefona subito all’ambulanza, che riesce ad arrivare in tempo perché ci sono strade degne di questo nome, e a portare poi per migliori cure il bambino a un centro servizi sanitari di zona.

Chi le produce, tutte queste cose? Ovvero, in ordine sparso, delle fogne dove i ratti ci stanno ma senza far troppi danni, e sopra delle strade decenti su cui si muovono le ambulanze e tutto il resto, e di fianco alle strade delle case decorose dove i ratti di solito non entrano, e ogni tot case un ambulatorio, una scuola dove si insegna (anche) come comportarsi in caso di emergenza, e si comincia pure a studiare per diventare medici, e lavorare in quell’ambulatorio … Ecco un po’ di cose a cui il mitico mercato non guarda proprio, perché le dà per scontate, così come non guarda ad altre quisquilie e pinzillacchere come l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, il consumo di suolo agricolo per costruirci case mal pensate e mal collocate, l’esaurimento del petrolio a furia di riempirci i serbatoi per andare a lavorare quando si abita per forza troppo lontano dal posto di lavoro … Cose che, quasi tutte, insieme a tante altre, sono il compito delle politiche urbane, e delle autorità preposte ai vari livelli.

In sintesi estrema, questa è la tesi sostenuta dall’ultimo rapporto del McKinsey Global Institute, dal titolo piuttosto fuorviante, Urban World: Cities and the rising of the consuming class (giugno 2012), che segue uno studio precedente sempre sui temi dell’urbanizzazione della primavera 2011. Titolo un po’ fuorviante perché puntando appunto su questa ascesa dei consumatori urbani pare strizzare l’occhio soprattutto alle imprese, le quali vedono ovviamente le folle metropolitane solo come portatrici di portafogli da svuotare, e in fondo è il loro mestiere. Nel medesimo rapporto però non mancano le precisazioni alla Woody Allen: il consumatore morto non consuma, e in un territorio morto non abita e non produce nessuno: sia sul versante della politica e della pubblica amministrazione, sia su quello dell’impresa per quanto possibile, occorre ragionare in termini di sostenibilità, ambientale, sociale, economica. Qui ci si stacca proprio dal mitico Ottocento dei coraggiosi visionari capitalisti inventati dal mito dei loro discendenti, per avvicinarsi di più alla prospettiva dei riformatori. Magari è ora che spunti qualche nuovo barbuto utopista, a proporre, che so: la Megalopoli Giardino? Visto come siamo conciati oggi, sarebbe già un bel passo avanti. Per chi vuole saperne di più, allego di seguito il rapporto McKinsey, dove ovviamente le stesse cose che ho detto io le dicono in modo assai diverso: ognuno ha i suoi punti di vista, è il bello della città, finché vive.


File allegati

McKinsey_Urban_Consumer ( McKinsey_Urban_Consumer.pdf 4.86 MB )
Rapporto McKinsey giugno 2012







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
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Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
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