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La desegregazione razziale a doppio taglio
Data di pubblicazione: 20.07.2012

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Il suburbio americano delle casette con giardino e steccati bianchi, ma soprattutto di facce esclusivamente bianche, si sta diversificando con forti influssi di abitanti delle minoranze: una bella notizia, ma con qualche indispensabile precisazione da fare, per la società e il territorio, anche il nostro territorio

C’è un’immagine che conoscono benissimo tutti, anche solo per aver visto un paio d’anni fa lo strafamoso video di Sprawl II degli Arcade Fire: il quartiere sterminato fatto esclusivamente di villette con giardino, dove famigliole felici si cucinano il barbecue, improvvisano battaglie con la canna dell’acqua sul prato, escono in auto per andare a fare il picnic sulle rive del fiume più vicino. Del resto è il medesimo posto che tanti altri hanno visto nelle sequenze di Revolutionary Road, o prima ancora Ritorno al Futuro, o per i più anzianotti in certi vecchi telefilm in bianco e nero, come la serie Leave it to Beaver (in Italia la RAI lo trasmetteva col titolo Il Carissimo Billy). Ecco, questo tipo di ambiente fatto di ordine, serenità, e soprattutto facce bianche, occhi preferibilmente azzurri e capelli dal biondo al castano, non è solo falso perché trasmesso filtrato dai media, ma anche nella realtà. Però è il modello ideale a cui per oltre due generazioni spingono da un lato l’ideologia mercatista e un po’ sempliciona che porta alla segregazione chiamandola in altro modo, dall’altro il poderoso apparato economico che ci sta dietro, fatto di cemento, automobili e modelli di consumo correlati.

Dall’altra parte la città centrale densa, un po’ cadente un po’ scintillante meta della finanza e della creative class fighettona, dove la segregazione sociale e razziale non ha bisogno di tanti giri di parole, con quelle decine di isolati dentro i quali la stampa locale avvisa di non entrare proprio, se non rischio dell’incolumità. Delle scuole da cui si esce spesso semianalfabeti, e dove si entra altrettanto spesso armati, o pensando a tutto fuorché a studiare o socializzare. Anche questo ce lo raccontano i film, la letteratura noir e pure quella scientifica di analisi socio-spaziale. Oggi un nuovo studio ci racconta sistematicamente, e per tutto il paese, una realtà un po’ diversa, quella del suburbio che prova un pochino ad assomigliare alla città com’era una volta, o almeno come voleva essere una volta: tanti colori della pelle diversi senza doversi per forza scannare e dividere con muri di cemento o di silenzio, scuole e servizi frequentati un po’ da tutti, tentativi onesti e a volte riusciti di ottima integrazione. La ricerca è stata pubblicato oggi 20 luglio 2012, si intitola America’s Racially Diverse Suburbs: Opportunities and Challenges, ed è firmata da Myron Orfield e Thomas Luce per l’Institute of Metropolitan Opportunity dell’Università del Minnesota.

Una tendenza positiva, che come sempre va letta obiettivamente nei suoi lati di luce e nei parecchi angoli d’ombra. È di questi mesi la notizia che gli Stati Uniti non sono più, statisticamente parlando, una nazione “bianca”, nel senso che le cosiddette minoranze messe insieme scavalcano con qualcosa più del 50% i tradizionali “caucasici” anglosassoni o di origine europea che dir si voglia. Dunque parrebbe naturale che finalmente anche sul territorio locale questo tipo di composizione apparisse coerentemente rispecchiata nell’uso di spazi e servizi, e non solo nei cartelloni politicamente corretti di qualche pubblicità united colors. Però la tendenza fotografata da Luce e Orfield è la curiosa punta di un iceberg del tutto diverso, e piuttosto contraddittorio. A fronte di questo suburbio più composito c’è innanzitutto uno dei motivi per cui è cresciuto, ovvero il proseguimento ideale della white flight iniziata negli anni ’60, quando il ceto medio in massa se ne andava da centri urbani divenuti inospitali, lasciandoli alle fasce di reddito più povere, spesso afroamericane, e al degrado dovuto all’indebolimento della base fiscale. Oggi pare che anche latini, asiatici, e altre minoranze stiano seguendo la medesima strada, e il suburbio diversificato ne è il risultato migliore.

C’è anche un altro aspetto, ed è il motivo per cui poco sopra ho citato fra le altre cose la creative class di Richard Florida, quella che secondo il suo guru dovrebbe guidare l’onda della rigenerazione urbana, sia economica che urbanistica che ambientale in senso lato. Quello che sembra spesso accadere invece è che (non solo negli Usa, ma anche in parecchie capitali economiche mondiali) questo afflusso di giovani qualificati e senza famiglia corrisponda al deflusso dei ceti a reddito inferiore che sino a quel momento avevano abitato quartieri alla loro portata, e che non lo sono più per l’impennarsi delle valutazioni immobiliari determinato dalla gentrification. Ovvero là dove manca un serio coordinamento di politiche urbane pubbliche (quasi dappertutto) ai vari sbandierati rinascimenti centrali corrisponde un meno vistoso esodo, che via via si orienta verso le fasce esterne, vuoi nei suburbi di prima fascia già un po’ toccati dal tempo e dal degrado (determinando una nuova composizione integrata), vuoi in altri esterni di nuova realizzazione ad hoc per questo mercato. E qui casca l’asino, anzi due asini.

Il primo aspetto è quello di una nuova sostituzione sociale, esattamente analoga e speculare a quella che avviene nei quartieri centrali. Da un lato, si può dire che una parte dei figli della generazione baby boomer nata dopo la seconda guerra mondiale torna verso i quartieri lasciati all’immigrazione e alle minoranze, qualificandosi come creative class e avviando il descritto processo di riqualificazione squilibrata. Ma i loro genitori non sempre se ne stanno fermi a guardare un po’ depressi il quartiere che cambia davanti ai loro occhi. Anzi molto spesso decidono che tutta quella promiscuità con latinos e asiatici a loro dà un po’ fastidio, e vendono casa. Per andare dove? L’urbanistica progressista da alcuni anni prova a raccontarci come i cosiddetti empty nesters (coppie con figli cresciuti che hanno “lasciato il nido”) seguano almeno nel metodo le orme della prole, tornando verso quartieri centrali dove si può passeggiare, far spese all’angolo, avere tanti servizi e distrazioni. C’è però anche il lato oscuro, ovvero appunto chi se ne va a richiudersi nella nuova versione incarognita e reazionaria del suburbio, le fasce più esterne, esclusive, dell’esurbio e/o gated community dove magari si coltiva addirittura il sogno perverso della purezza razziale, o solo dell’omogeneità dei coni correnti, come ha efficacemente raccontato il sociologo Rich Benjamin nel suo Searching for Whitopia.

Questi agiati signori sospettosi di ogni cambiamento verso l’integrazione, ma anche le minoranze sloggiate dai quartieri centrali per l’arrivo di uffici finanziari e boutiques di lusso, vanno ad alimentare un nuovo allargamento della fascia esurbana, e il relativo incremento del consumo di territorio, denaro pubblico per le infrastrutture e i servizi, energia per abitazioni e trasporti, ovvero per le nuove file di automobili che ogni giorno si devono sobbarcare decine e decine di chilometri per lavoro, shopping, tempo libero ecc. Se la carenza di politiche urbane centrali provoca neo-segregazione ed espulsione, un’idea ancora arcaica di espansione urbana non adeguatamente governata dalla pianificazione territoriale finisce per alimentare spreco di risorse e cambiamento climatico con le emissioni.

Un caso abbastanza recente anche se leggermente diverso è quello della circoscrizione di Sandy Springs, nell’area metropolitana di Atlanta in Georgia. È stato molto dibattuto dai giornali di tutto il mondo per tutt’altro motivo, e cioè che tutti i servizi comunali – salvo pompieri e polizia, ma per puri motivi economici - erano stati appaltati a privati, a quanto pare con grandi risparmi. Anche la stampa italiana, segnatamente il Giornale e qualche giorno dopo il Corriere della Sera, in perfetto conformismo contabile dell’epoca di Mario Monti cantava le lodi di quel modello, ignorando forse a bella posta certi particolari non taciuti dai giornali americani. Ovvero che si trattava di un comune nato per secessione sette anni fa, ricco, con la sindrome dell’assedio dentro a una contea nera e povera. Un fortino di egoisti pure un po’ stronzi, per dirla senza troppe storie.
Ed ecco, concludendo, perché la notizia dei sobborghi che si fanno sempre più etnicamente diversificati può essere davvero una buona notizia: perché indica una via sostenibile di trasformazione, sociale e urbanistica, che non può essere solo affidata a dinamiche spontanee, ma ad una azione su vari fronti della politica, perché questi suburbi in sostanza smettano di essere suburbi, e assomiglino invece a quartieri urbani multifunzionali, oltre che multietnici.

Di seguito è scaricabile direttamente la ricerca di Myron Orfield e Thomas Luce, dove alcune delle mie tesi qui e là almeno in parte emergono, anche se con rilevanza diversa. Ognuno ha la sua opinione, ovviamente.


File allegati

Diverse Suburbs ( Diverse_Suburbs.pdf 5.07 MB )







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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