0 0 0
0
0 0 0 0 0 0
0


Mall International (in English)
0
0 > Sito di Fabrizio Bottini > Città > Spazi centrali

Non saranno certo quattro creativi a salvarci
Data di pubblicazione: 21.07.2012

Autore:

Sviluppo, prosperità, vivacità urbana e dei quartieri, sono alchimie complesse, che non si evocano di sicuro semplicemente attirando tipi strani con tutte le agevolazioni possibili, magari a scapito di tante altre cose più importanti. Salon, luglio 2012

Titolo originale: Hipsters won’t save us – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Quei ventenni in bicicletta dai curiosi baffi dovrebbero salvare la città americana? Secondo alcune recenti analisi sulla cosiddetta “classe creativa” nel suo rapporto con lo sviluppo urbano, proprio no.
A maggio una riflessione sul blog Createquity dal titolo “Creative Placemaking Has an Outcomes Problem” sosteneva che non esistono riscontri veri sul legame diretto fra certa promozione artistica e vivacità urbana. Un mese dopo, la rivista letteraria Thirty-Two pubblica un saggio in cui l’autore cita sia ricerche sul tema che esperienze personali, per concludere che la teoria della creative class sono solo parole al vento (Richard Florida, il teorico dello sviluppo urbano alla testa del Creative Class Group, sul suo sito ha immediatamente risposto al saggio, ottenendo a sua volta una risposta dall’autore. Ah: internet!). Infine questa settimana un’altra rivista letteraria, Baffler, ha preso di mira il feticismo dei “quartieri vibranti” definendo questo modello di salvezza via eleganza una specie di “schema finanziario Ponzi” da fermare ad ogni costo.

“È arrivato il momento di riconoscere la verità: chi ci governa non sa che cosa dire a proposito. Non hanno in mente nulla per il futuro di posti come Cairo, Illinois, o St. Joseph, Missouri”, scrive l’autore dell’articolo, Thomas Frank.“Non hanno nulla da offrire salvo le solite cose di sempre, avvolte in una nuova confezione di luoghi comuni. Nessuna vera idea per spazi e persone, salvo quelli che già stanno benissimo da soli, o altri che non hanno alcuna prospettiva di diventare mai e poi mai creativi”.
Che siate o meno favorevoli al genere di politiche urbane tanto criticate da Frank, il suo è un saggio molto interessante, che ne mette in rilievo alcune indiscutibili lacune, del resto già riconosciute implicitamente anche dai sostenitori. Si ascoltano a spizzichi quei rancori verso le politiche di sviluppo urbane moderne, che magari hanno obiettivi alti e condivisibili, ma sono troppo infarcite di slogan, o peggio linguaggio di impresa, e assumono punti di vista elitari. “All’inizio del nuovo anno mi sono fatto una promessa – scriveva un altro intervento su Twitter a gennaio – di non usare più il termine nuovo contesto urbano. E se ascolterò qualcuno parlare ancora una maledetta volta di un nuovo discorso gli dirò di tapparsi quella fottuta bocca”.

Ne gira parecchia di questa terminologia: il pezzo su Baffler ci si tuffa dentro, al senso di cosa voglia dire “quartieri vibranti” per esempio, e la parola “rivitalizzazione” gode di gran popolarità quando tutti quanti cercano di evitare l’altra, “gentrification”. Ma queste acrobazie linguistiche servono solo a rafforzare il nocciolo della faccenda, indicando come esista il concreto timore, non spesso evidente, che molte delle cose di cui si parla — dai tram, ai localini, agli spazi attivi, alla “vibrazione” — siano frivole e senza sostanza. Però molto raramente se ne discute, visto che si tratta di argomento sensibile. Nessuno vuole avere la sensazione di partecipare a un processo di pura elusione dai problemi reali e immediati. O ancora peggio, di sottrarre risorse preziose e usarle per cause in fondo non tanto importanti come si era sperato. E allora le voci di dissenso che si ascoltano vengono da piccole riviste, sono scritte da chi non partecipa direttamente al dibattito sulle politiche urbane, e trovano un riscontro minimo (le rare volte che ne trovano) per poi tornare a parlare delle stesse cose di sempre.

Succedeva la stessa cosa mezzo secolo fa. A metà anni ‘60, era da parecchio tempo che esponenti locali di vari gruppi scrivevano su testate di quartiere di quanto fossero distruttive le politiche di urban renewal, di quanto facessero moltopiù male che bene. Ma contemporaneamente sul New York Times comparivano schiere di editoriali e interventi a promuovere “lo storico obiettivo nazionale di demolire tutti i quartieri di tuguri e dare ad ogni famiglia americana una casa salubre e dignitosa”. Sia il Times che molti tra i migliori cervelli di quella generazione avevano torto sulle città. Anche alcune delle idee che si applicano oggi potrebbero essere sbagliate, visto che qualcuno pensa così. Quindi imparare dagli errori dell’epoca dell’urban renewal non significa dire che le città non avessero bisogno di case o strade, ma che non si è sicuri di cosa esattamente serva. Non c’è nulla di male a discuterne. Esistono tante zone grigie fra gli schemi speculativi finanziari Ponzi e la perfezione.

Nota: al testo originale su Salon linkato all’inizio, anche tutti i collegamenti agli articoli citati (f.b.)









0

Il sito di Edoardo Salzano
0
Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg