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Mall International (in English)
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È arrivato uno scatolone, e poi?
Data di pubblicazione: 23.07.2012

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Complice la crisi economica, ma non solo, appare ormai chiarissima la tendenza dei formati della grande distribuzione a migrare verso lo spazio denso della città. Il che richiede qualche adattamento della classica grossa scatola con un più grosso parcheggio attorno. Ma lo stanno facendo, il compito a casa, tutti gli interessati?

Le città, storicamente, hanno assorbito e digerito di tutto, con un piccolo particolare: alla fine della digestione e della metabolizzazione non erano più le città di prima. Non a caso si parla di città industriale, o di centro storico, o di sprawl, a indicare le varie forme assunte dall’insediamento urbano (non solo facilmente distinguibili, ma considerate da molti incompatibili peggio di cane e gatto) via via che si mangiava prima lentamente alcuni derivati professionali di civiltà contadina, a fungere da nodo di mercato, poi i capannoni della grande produzione e distribuzione di merci, poi l’automobile e tutti gli spazi, reti e impianti per farla diventare padrona della nostra vita. Proprio dentro a queste ultime reti, verso la metà del ‘900 inizia a crescere un nuovo genere di magazzino mercato per le merci, che si autobattezza prima shopping mall per travestirsi un po’ da strada urbana, poi si specializza e articola, anche in formati piuttosto brutali che con la città abituale dichiarano di non voler aver nulla da spartire: il cosiddetto big box. Adesso tutti questi strani animali (sono vivi non per miracolo, ma perché dentro e accanto ci stiamo noi) cercano di replicare su grande scala una migrazione già sperimentata in modo strisciante da certi loro cugini nel secolo scorso. E bisogna starci attenti.

La migrazione strisciante a cui mi riferisco è quella, apparentemente diversissima, della cosiddetta terziarizzazione e commercializzazione delle aree storiche delle città, vuoi il vero e proprio centro antico all’europea, vuoi il distretto o quartiere comunque consolidato, magari un po’ degradato col tempo, nel resto del mondo, che via via negli anni ha cominciato a ripopolarsi di esercizi e servizi a loro volta profondamente mutati, di solito con una offerta di fascia più alta rispetto a botteghe e studi di una volta. Sono i quartieri delle griffe della moda, sia nelle strade più esclusive come il famoso “triangolo d’oro” di Milano o via Condotti a Roma, sia nella versione high street più nazionalpopolare che fa gridare tanti critici alla cosiddetta città-clone per via dei medesimi marchi che si allineano sui marciapiedi. Entrambi i modelli, quello più di lusso e quello popolare della via dello struscio a volte prolungata sino al confine della città compatta, hanno in comune il fortissimo impatto sul tessuto urbano. Magari non si cambiano radicalmente le forme architettoniche o la planimetria dei quartieri, però oltre all’aspetto più vistoso delle facciate ricoperte di insegne, o ai flussi accresciuti di frequentatori almeno in certe ore e giornate, ce ne sono tanti altri, dalle pedonalizzazioni totali o parziali, all’impennarsi dei prezzi degli immobili che via via escludono tanti inquilini, abitanti e non.

C’è poi un altro effetto forse ancora più radicale, ed è quello sulle aree circostanti: cosa succede al traffico quando per favorire il passeggio lo si limita, devia, incanala verso direzioni diverse? cosa ne è degli abitanti o degli esercenti priced-out (termine orrendo ma che riassume benissimo la faccenda) dall’impennarsi a volte artificioso delle valutazioni immobiliari? e come cambiano aspettative e comportamenti di tutti i soggetti coinvolti direttamente o indirettamente nella trasformazione, da chi inizia a convergere su quel luogo, a chi specularmente vede svuotarsi il proprio spazio perché tutti iniziano ad andare solo lì … e via dicendo. Niente di apocalittico, ma solo per chiarire di cosa si sta parlando. Però adesso entrano in campo i pesi massimi, anche dal punto di vista della massa fisica unitaria: oltre alla vistosa insegna, le grandi catene di distribuzione arrivano in città complete di relativo grande contenitore, un big box che ci cade dritto sulla testa. Insomma, concettualmente nulla di nuovo, praticamente si, e molto.

È degli ultimi mesi l’accavallarsi delle notizie ad esempio sui progetti a scala nazionale Usa di un protagonista di questo formato, Target, che programma l’ingresso nelle zone dense, e mercoledì a Seattle debutta il cosiddetto downtown store, il quale udite udite ha accettato di ridurre la propria superficie di un terzo rispetto ai classici e sperimentati scatoloni extraurbani. In nude cifre vuol dire una superficie commerciale di 8.000 (ottomila) metri quadrati e poco meno di 200 posti auto incorporati nell’edificio, anziché in un parcheggio/ciambella. Non è mica tanto facile, per chi investe cifre enormi in un programma come questo, cambiare completamente modus operandi. Per esempio un cliente che attirato dall’insegna o dagli spot pubblicitari andasse lì convinto di trovare la familiare offerta di un punto vendita Target potrebbe andarsene deluso (e tener chiuso il portafoglio, la cosa peggiore per il commerciante). Andarsene deluso dopo aver scoperto che lì in meno spazio non si vendono le piscine da giardino, o sempre per restare in giardino certi set di tavoli e sedie, o barbecue di cemento, o certe confezioni giganti che fanno risparmiare e di cui di solito si faceva incetta. Questo perché, tra l’altro, Target è pure alla ricerca di un nuovo target con la “t” minuscola, il cliente urbano, con uno stile di vita diverso, una casa meno sterminata da riempire di cose, magari una macchina più piccola su cui caricarle, o addirittura nessuna macchina. Chissà.

Il downtown store di Seattle apre contemporaneamente ad altri negozi gemelli di centralissimi ottomila metri e duecento posti auto a Chicago e Los Angeles, a cui seguiranno appena dopo l’estate un altro a San Francisco e un punto vendita bis a Los Angeles (dove in effetti il concetto di centro è un po’ vago a dir poco). E il marchio non è l’unica catena di big box a voler sperimentare la localizzazione urbana, ce ne sono diversi altri, incluso il più grande dei grandi ovvero Wal-Mart. Si può dire, con tutte le riserve del caso, che il primo passo in avanti l’ha fatto lo scatolone, in termini propositivi, e il secondo l’hanno fatto le città che hanno considerato accettabile quel tipo di adattamento, alle proprie norme urbanistiche, alle previsioni del traffico, ai vantaggi e disagi per abitanti, creazione di posti di lavoro ecc. Almeno questo è il mio punto di vista preliminare, perché considero sempre (molti storceranno il naso, ma provino a proseguire nella lettura) una battaglia persa, di retroguardia, qualunque visione poetico-fumosa del bel tempo andato. Nel caso specifico, di una città commerciale ideale fatta di botteghe, bancarelle, negozietti tradizionali, senza calcolare che: 1) quella città funzionava talmente bene che è virtualmente scomparsa, anche per insoddisfazione degli utenti; 2) anche i residui spazi che ancora funzionano in questo modo, riescono a farlo grazie alla rete (per esempio di servizi, ma non solo) dell’odiata distribuzione moderna, che ad esempio scarica traffico rendendo più accessibili certe vie e piazze.

Questo non significa che la città del futuro debba diventare, tra i nostri applausi fantozziani, una fotocopia rivista di certi ambienti suburbani fatti esclusivamente di arredo bagno, centro del fai da te, pizza express e il vivaio dello zio pino. L’adeguamento merceologico, e anche dimensionale, forse non basta, forse per esempio anche quei duecento posti auto si potrebbe iniziare lentamente a toglierli, e magari sostituirli con qualcosa d’altro. Soprattutto è il contesto, non l’oggetto, a meritare attenzione. Una ventina d’anni fa un esponente molto noto della cultura new urbanism, il titolare del grosso studio di progettazione Clarion di Denver, proponeva alcune linee guida per “ammaestrare la scatola” tutte naturalmente concentrate nel suo rapporto con l’esterno, dalle facciate cieche da rendere un po’ meno cieche, ai deserto dei parcheggi da rendere un po’ meno deserto, eccetera. Credo che si debba andare oltre, e ragionare sugli impatti che riguardano il quartiere in senso lato: cosa c’è accanto al big box ridotto oggi; cosa potrebbe crescere o trasformarsi domani? che flussi potrebbero determinarsi? Ovvio che non serve a nulla ridurre, anche di molto più di un terzo, la superficie commerciale, se poi dall’altra parte della strada si insedia un altro scatolone a fargli concorrenza e attirare altro traffico, e richiamarne poi un terzo con offerte complementari …

Per chi invece prosegue nel suo imperterrito NO PASARAN rispetto ai formati della distribuzione moderna in città, vorrei informarlo che non è un paladino di una città migliore, ma solo un distratto, che non sa proprio dove vive, come vive, perché le cose attorno a lui sono come sono. E che anche i suoi amici in fondo, anche senza rendersene conto, lo/la stramaledicono quando si scontrano davvero col quartiere tradizionale, quello vero e non quello sognato. Dove non si rilasciano scontrini, o non si trovano le cose che si cercano, magari molto urgentemente, o si perde una quantità spaventosa di tempo rodendosi il fegato, alto che città ideale. Guardarsi attorno serve, davvero.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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