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Mall International (in English)
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Orto Verticale
Data di pubblicazione: 24.07.2012

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L’entrata in campo letterale è una cosa tipica dell’agricoltura, anche di quella urbana contemporanea, dove si profila all’orizzonte l’inquietante industrializzazione coatta del settore, con buona pace del volontarismo e spontaneismo di orti comuni e compagnia bella

Il ritorno della natura in città del terzo millennio si accompagna sempre automaticamente alle stesse immagini: nuovi habitat per la fauna ex selvatica che si mescola agli umani nei modi più impensati; spazi abbandonati che rinascono alla vita e si ripuliscono delle scorie dell’epoca industriale; quartieri che si arricchiscono di occasioni per attività, incontri, scambi. È soprattutto quest’ultimo aspetto, quello della socialità e delle relazioni, ad occupare il posto d’onore nella pubblicistica e nell’immaginario. Dai capannoni dismessi di Detroit, allo slum terzomondiale dove si sperimenta la rinascita di tecniche dimenticate, alle scarpate ferroviarie europee colonizzate da anziani e bambini, pare che tutto ruoti attorno a volontariato, associazionismo no profit, spontaneismo di comitati locali e individui. Anche le politiche pubbliche, almeno sulle pagine dei giornali di informazione, parrebbero totalmente orientate a questi aspetti, dall’adeguamento delle norme sugli animali per consentire il ritorno in sicurezza di galline e caprette, al sostegno per i gruppi che provano a bonificare e coltivare superfici di proprietà statale o comunale. E se fosse tutto fumo negli occhi?

O, meglio, se si trattasse di una involontaria bufala mediatica, che ci fa intravedere futuri luminosi un po’ come succede nella pubblicità delle casalinghe estasiate, mentre poi a guardare bene … A guardare bene, tocca ricordarci che siamo (volenti o nolenti, e la maggioranza per ora pare volente) in una economia di mercato, dove le cose si fanno per cavarci un profitto da scambiare poi con altre cose e via dicendo. La città, tra le altre cose, è sempre stata in un modo o nell’altro l’apice di questa logica, e non si capisce perché una cosa come l’agricoltura urbana dovrebbe sfuggire alle maglie del capitalismo. Certo a molti piacerebbe che le cose andassero diversamente, ma guardiamo un attimo. Si parlava di Detroit e dei suoi orti ormai famosi in tutto il mondo, ma fra le operazioni più importanti gestite dalla municipalità negli ultimi anni c’è lo spianamento della strada alle iniziative dell’imprenditore John Hantz, al quale di orti biologici di quartiere coltivati da disabili, o di basilico sul terrazzo alimentato da pannelli solari, non glie ne potrebbe fregare di meno. La Hantz Farms vorrebbe (e sta, in parte) sfruttare una superficie complessiva di 4.000 ettari con colture scelte e gestite in una stretta logica di mercato. E ha sollevato le inascoltate ire dei benintenzionati puristi ambientali e sociali quando poco tempo fa ha attivato il progetto pilota di una decina di ettari di essenze da legname.

Già: legname. Quella cosa che serve per fare i mobili dell’Ikea, o le casette unifamiliari che alimentano l’odiato sprawl, niente di sociale, biologico, sostenibile, almeno nell’accezione che ci suggerirebbe l’immaginario. E poi ci sono, tanto per fare un altro esempio, le cosiddette fattorie verticali. Anche qui i giornali ci danno abbastanza dentro con la disinformazione per omissione, raccontandoci di torri scintillanti firmate da prestigiosi studi di architettura, che invece di sfornare impiegati sudaticci e spedirli verso la più vicina fermata della metropolitana, o l’autosilo, fa crescere pomodori, zucchine, e tante altre cose che poi alimentano i mercati e arrivano sulla nostra tavola. Quello su cui spesso i giornali sorvolano, o magari i lettori scorrono con meno attenzione, sono le interviste del guru (ogni cosa deve avere un guru, a quanto pare) Dickson Despommier. Da cui si capisce molto chiaramente che i mercati a cui ci si rivolge non sono di sicuro quelli rionali con le vecchiette in ciabatte, ma quelli globali gestiti da ferocissimi manager antropofagi. E le tecniche di coltura, gestione, rapporto con l’ambiente e la società, di quei grattacieli fabbrica di zucchine non sono affatto diversi da qualunque sede centrale di grande corporation, inclusa sicurezza armata, sementi Ogm, fonti energetiche eventualmente inquinanti (basta che costino meno).

Per arrivare dalle nostre parti, c’è un curioso e forse involontario cortocircuito progettuale a suggerirci un’ipotesi simile. A Milano, in mezzo al cosiddetto quartiere Porta Nuova, ultimo lascito alla città di don Salvatore Ligresti, si distingue fra le varie cose il cosiddetto Bosco Verticale progettato da Stefano Boeri. La differenza con le vertical farms di Despommier è in fondo solo superficiale, e dovuta alla scelta del costruttore di destinare il complesso alla residenza, anziché alla produzione agricola. Ciò che accomuna il bosco metropolitano alla cugina fattoria urbana tecnologica è l’occhio di assoluto riguardo al portafoglio, anziché alla sostenibilità energetica, sociale, urbana. Verissimo il fatto che si riesca a far convivere alta densità e grosse quantità di verde. Ma altrettanto vero che, come raccontava la progettista dei complessi intrichi tecnici necessari a far crescere alberi a cascata per una quindicina di piani, si tratta di una sfida sostanzialmente high-tech, e riguardo al bilancio di emissioni fra le piante e l’energia consumata per farle crescere lì, stendiamo un velo. Ma si parlava di cortocircuito progettuale, e c’è un altro polo della questione da coinvolgere.

Il prolifico studio Boeri ha fra i suoi progetti anche il cosiddetto Metrobosco (questo è tradizionalmente orizzontale), una specie di greenbelt piantumata attorno alla metropoli, a fare da raccordo fisico e ideale a varie pensate e iniziative. Una di queste iniziative è il progetto pilota, sviluppato credo per ora solo dal punto di vista della ricerca e proposta, di destinare una azienda agricola periurbana agli agro carburanti. Avete capito bene: agro carburanti. Ora, un’azienda agricola periurbana è per sua natura di dimensioni limitate, presumibilmente su terreni ancora coltivabili solo perché tutelati a parco, altrimenti qualche Ligresti ci avrebbe già steso sopra i suoi immancabili metri cubi. Che senso ambientale (ed economico) avrebbe sfruttarli per una discutibilissima produzione di bio-carburanti, anziché per verdure a chilometro zero ad alimentare un lucroso farmers’ market metropolitano? Indovinato: nessun senso. Resta l’aspetto puramente tecnologico e sperimentale, coi suoi ampi e un po’ indiretti vantaggi economici, che unisce cose diverse come il bosco verticale, le fattorie grattacielo, il legname agro-industriale di Detroit e gli agro carburanti alla periferia di Milano.

Infine, sull’Huffington Post del 22 luglio una nota Reuters del giornalista Nicholas Kusnetz pone abbastanza direttamente la questione: ma con l’agricoltura urbana si può far soldi? E il cerchio in qualche modo si chiude. Far soldi in senso vero, cioè fare impresa per guadagnarci, non per mantenere un’attività di valore sociale e ambientale, magari espanderla, magari fare ricerca e scuola. E quindi (va sempre così) alla fin fine spazzare via o fortemente emarginare tutto quanto sinora con l’agricoltura urbana si è in buona sostanza identificato: l’attenzione all’ambiente, alla sostenibilità sociale, all’eguaglianza, a sviluppare progetti di nuove relazioni, spesso o quasi sempre recuperando esperienze storiche, dalle tecniche di coltura labour intensive e a basso impatto, al tipo di coinvolgimento collettivo dei cosiddetti “orti di guerra” novecenteschi. Ovvero, siamo destinati a scoprire che ci siamo presi in giro da soli, fingendo di ignorare quello che ci è sempre stato sotto il naso?

Difficile rispondere in modo netto. Basta ricordare che i movimenti di epoca industriale per il ritorno alla terra coincidono sia con la nascita delle utopie socio urbanistiche come la città giardino, sia con lo sviluppo originario del tipo di mercato che porta al modello della villetta e del fai da te contemporaneo, a cui una versione del tutto mercificata degli orti di quartiere e dei giardini sul tetto si potrebbe tranquillamente assimilare. Immaginiamoci un futuro fatto di sabati mattina al centro bricolage metropolitano, a comprare pannelli solari, serre in scatola di montaggio, o zappe in fibra di riso riciclata. Ma con quelle cose ci coltiveremo solo il fazzolettino che siamo riusciti a comprarci col mutuo, e comunque per mangiare andremo al supermercato, o da McDonalds, dove ci vendono i prodotti della linea Despommiers: la zucchina verticale, con un briciolo di simbologia fallica che fa tanto consumatore virile.

Come sempre tutto dipende, innanzitutto dalla capacità di singoli e gruppi di capire che non è certo zappando l’orto in sé che si supera collettivamente uno stato di cose presente. Lo scriveva già il geografo anarchico Petr Kropotkin mentre sorgeva la prima città giardino a nord di Londra: non è certo così che si supera la contraddizione città campagna, o capitale lavoro, ma riuscendo almeno a concepire e organizzare un sistema parallelo alternativo. Un sistema, appunto, non un buchetto di terra, orizzontale o verticale, dentro a cui nascondere la testa sognando tramonti agresti. Salvo poi sospirare e tornare al lavoro, aspettando la prossima ora d’aria.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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