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Il ritorno del Kibbutz
Data di pubblicazione: 24.07.2012

Autore:

Qualche ritorno della centralità dei beni comuni e della terra, corretto dal mercato, in un ambiente singolare e protetto come lo stato fortezza di Israele e il contesto fondativo partecipato delle coltivazioni nei terreni palestinesi. The Guardian, 24 luglio 2012

Titolo originale: Israel's kibbutz movement makes a comeback – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Dopo decenni di declino quantitativo, fallimenti, privatizzazioni, il movimento dei kibbutz israeliani sta vivendo una notevole ripresa, con sempre più persone desiderose di partecipare ad una forma particolarissima di vita collettiva.
Il fenomeno interessa una popolazione di 143.000 persone, il numero più alto nei 102 anni di storia, dopo una crescita del 20% fra il 2005 e il 2010, secondo le statistiche ufficiali del movimento. Ci sono più persone che entrano nei kibbutz di quante non ne escano – il contrario di quanto avveniva negli anni di crisi – e questo afflusso di giovani adulti e bambini contribuisce a raddrizzare l’equilibrio rispetto alla popolazione che invecchia. In gran parte dei casi sono state introdotte riforme in senso più commercial per arrestare il declino. Con le liberalizzazioni – fra cui consentire che i partecipanti abbiano salari diversi a seconda dei ruoli – a fatto crescere l’attrattività per chi è un po’ restio ad accettare rigidi principi di vita comune.

Oggi sono solo 60 su un totale nazionale di 275 i kibbutz che lavorano ancora secondo un modello del tutto collettivo, dove tutti i componenti ricevono la medesima paga senza badare al lavoro svolto. In gran parte degli altri invece si sono introdotte delle differenze, e soprattutto si può anche lavorare fuori dal kibbutz, contribuendo alla comune con una parte del proprio salario.
Altre innovazioni sono la commercializzazione di servizi, dei pasti serviti, l’assunzione di contadini a paga del sud-est asiatico. Tutte cose necessarie per sopravvivere ma dolorose, specie per la generazione dei pionieri radicati nel sogno del socialismo di stampo sionista.
Le famiglia sono attratte dal kibbutz per la qualità delle scuole, dell’ambiente, per lo spazio e la sicurezza. Ma a giudizio di Amikam Osem, componente da cinquant’anni del Kibbutz Afikim sul Mare di Galilea, il motivo principale è ancora il senso di comunità. “È il nostro principio fondativo: aiuto reciproco e responsabilità per tutti”. Un kibbutz è come un’orchestra dove tutti suonano il proprio strumento “ma creando un insieme armonioso”.

Negli ultimi due anni a Afikim la popolazione è cresciuta da 500 a 600 persone, con una lista d’attesa di altri. Tanti bambini, di chi vuole far crescere la famiglia in un ambiente cooperativo. Molti non hanno mai abitato in un kibbutz.
Qui le tasse sono progressive: più si guadagna, più si versa al fondo collettivo. C’è anche una rete di salvataggio, un reddito minimo per tutti, e poi sanità, istruzione, assistenza sociale e per gli anziani. Il kibbutz possiede e gestisce numerose attività, latte, pescheria, datteri, banana, olive. La mensa – il vero cuore del kibbutz – è aperta ogni giorno a pranzo e due sere la settimana.
Prima di essere accettati come membri effettivi con diritto di voto, i candidati affittano una delle case. I membri sono proprietari di casa di solito, da passare ai figli o rivendere al collettivo. Qualche volta una famiglia o un singolo decidono che quella vita non fa per loro; e qualche volta il consiglio per le ammissioni ne respinge qualcuno come inadatto.

“Potremmo anche raddoppiare le dimensioni del kibbutz volendo” spiega Yaniv Osem, 50 anni, figlio di Amikam e responsabile eletto del collettivo. “Ma dobbiamo stare molto attenti”. Non si accettano ex criminali, gente con condanne per truffe o comportamenti antisociali.
Nessuna discriminazione invece per qualunque tipo di famiglia, come quelle dello stesso sesso. “Siamo un po’ come un country club, però con assistenza sociale. Il posto più sicuro del mondo”.

“Nel kibbutz non siamo semplici vicini, ma molto più strettamente associati” continua suo padre. “Il movimento si sta trasformando a va in molte diverse direzioni. Ma ciò che unisce tutti noi dei kibbutz è la responsabilità reciproca”. Tra una forchettata e l’altra di insalata comune in un tavolo con vista nell’ampia sala da pranzo, Vered Ofir, 45 anni, insegnante di fitness e madre di quattro figli, ripensa alla decisione della sua famiglia di venire qui. “È stato un grande cambiamento, c’è voluto un po’ per adeguarsi. Ma volevamo vivere in una comunità, fra amici”. L’ha attirata anche il livello delle scuole, senza contare che “per I ragazzi è un bellissimo posto dove stare quando io sono al lavoro. Ma non tutto è tanto facile. Qualche volta c’è troppa vicinanza; le cose tue sono cose di tutti”. Però dopo tre anni di reciproco aggiustamento e verifica di quanto famiglia e kibbutz fossero adeguati l’uno per l’altro, gli Ofir sono stati ammessi come membri effettivi di Afikim l’anno scorso. E qualche settimana fa sono arrivati anche i nonni sperando di aggiungersi. Per chi come la signora è nato ed è cresciuto a Tel Aviv, basta la reciprocità per controbilanciare qualunque altro difetto eventuale del kibbutz. “Nelle città si può essere molto soli. Qui ho una mia vita, lavoro fuori, ma c’è la comunità. Una cosa assai positiva”.

Nota: in questo sito ci sono vari altri pezzi più o meno datati sul tema del kibbutz, basta inserire la parola chiave nel motore di ricerca interno in alto a destra (f.b.)









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
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