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Automobili in centro: non ci sono più scuse
Data di pubblicazione: 28.07.2012

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Le defatiganti polemiche sul sedicente diritto alla mobilità privata a spese della salute e della qualità di vita di tutti i cittadini, o il sedicente diritto a far danni alla collettività in nome del sacro profitto, devono finire alla svelta. Le soluzioni tecniche ci sono tutte, e ci si guadagna pure

Quello che è successo in Italia negli ultimissimi giorni ha davvero del surreale: un’Alta Corte, che si presume composta da pomposi saggi (magari pure dotati di fluente barba bianca, come prescriverebbe il folklore) con specchiate e sagge carriere, strapagati dal contribuente per esprimere questo loro ruolo, decreta che un garagista può stendere al tappeto un’area metropolitana per guadagnare quanto dice lui e come dice lui. Sembrerebbe una battuta da film di Fantozzi, ma è successo davvero. L’amministrazione comunale di Milano ha avviato da circa sei mesi il sistema di ingressi controllati alle auto, e progressiva trasformazione del centro in uno spazio più sostenibile per la pedonalità, la ciclabilità, la velocità commerciale dei mezzi collettivi. Il programma è di estendere poi questo tipo di benefici (perché di benefici si tratta, oggettivamente) a una fascia territoriale più vasta, introducendo via via trasformazioni anche fisiche di tipo urbanistico/funzionale, e tecnologiche man mano si rendano disponibili il contesto e ovviamente le risorse. Ma i milioni di persone interessate, si sa, non avevano fatto i conti col garagista, e i suoi diritti universali sanciti dall’Alta (?) Corte.

Che dice, il garagista? Beh, dice quello che più o meno dicono tantissimi bottegai tutte le volte che qualcuno propone di modificare di una virgola il loro modus operandi: volete gettarmi sul lastrico! Lo vediamo in ogni città, quando si cerca di regolamentare la sosta selvaggia (“ma i miei clienti sono abituati così”) o di pedonalizzare qualche decina di metri per dar momentaneo sollievo ai poveracci che scarpinano da ore sgomitando tra le lamiere. Anche mettendo da parte ogni osservazione su avidità e ottusità, c’è da dire che la nostra cultura ormai da decenni stabilmente auto-oriented gioca un ruolo non da poco. Gli oppositori strenui di un recente progetto di pedonalizzazione a Bologna, hanno buttato lì tutti seri, anche pubblicamente, un surreale “ma i nostri clienti sono benestanti: non prendono mica l’autobus!”. Giusto l’altro giorno c’era un potenziale acquirente che è venuto a vedere l’appartamento dove sto ora, e lo vedevo girare del tutto disinteressato dietro alla moglie, salvo accendersi di improvviso interesse quando siamo scesi a vedere il box auto, che si è messo a valutare con aria esperta, spiegando che lui gira con un modello nonsocosa, e quindi … Quindi l’idiota in sostanza mette al primo posto il ricovero del suo gingillo ferroso (il quale tra parentesi lì dentro ci sta tanto quanto le altre auto), anziché la posizione della casa, il soleggiamento, o magari pure il cesso con o senza finestra, chissà. Ecco dove siamo finiti: tutti a fare la caricatura dell’ometto anni ’60 che sogna di comprarsi il macchinone e poi fare le corna durante un sorpasso.

Tutti vittime della gigantesca bufala che ci hanno rifilato: muoviti in libertà con la tua automobile, e solo con quella. Piccola frasetta banale ripetuta a ritmo subliminale da miliardi di infiniti e pure involontari spot, almeno dalla seconda metà del ‘900, e certamente adottata almeno due generazioni prima dalla cultura delle avanguardie che ha plasmato sia la nostra forma urbana moderna che il nostro modo di percepirla. Perché non possono non tornare in mente gli strali di Filippo Tommaso Marinetti quando nel 1909 canta i bolidi liberi e sfreccianti “più belli della Vittoria di Samotracia”, e soprattutto come poco più tardi nei progetti di architettura e piani urbanistici del nascente Movimento Moderno tutto si organizzi attorno a strade e parcheggi. L’ultima botta tecnologico-comunicativa arriva con la Fiera Mondiale di New York del 1939-40, quando il padiglione della General Motors chiamato Futurama ridisegna il territorio urbano, metropolitano, regionale di un intero paese (con la complicità tecnico-politica degli organismi di governo) attorno al proprio prodotto. In pratica, tutto ciò che non è l’interno di un edificio, o il verde di un campo o di un parco, viene occupato dalle automobili e dai loro servizi. Gli esercizi commerciali drive-in e drive-through che si sviluppano poco dopo sono un’ottima metafora di questa idea pervasiva, che anticipa la questione molto contemporanea della scomparsa dello spazio pubblico.

Perché è sostanzialmente di questo che si tratta, e basta osservare per un attimo un classico quartiere suburbano nato e cresciuto nella logica automobilistica per capirlo al volo: niente marciapiedi, o giusto il minimo prescritto di malavoglia dall’amministrazione locale, magari pure in cattivo stato, tanto non ci passa nessuno salvo qualche proprietario di cane che non vuole sporcare il proprio giardino. Tutto, tutto il resto, si divide nettamente fra lo spazio dell’auto e quello privato, la strada che finisce contro la recinzione, provate a passarci a piedi o in bicicletta e la cosa sarà evidente: lo capiscono anche i cani che abbaiano rabbiosi contro chi prova a passare tropo vicino al loro sacro territorio. È qui che nasce la cultura dell’autodifesa, quelle leggi secondo cui se vedi un’ombra puoi sparargli addosso e nessuno ti potrà accusare di nulla, perché aveva violato il tuo sancta sanctorum del soggiorno o garage debitamente pagato col mutuo. La sacralità del garage, appunto, come quello di Milano che fa saltare i progetti per tutta la città sostenendo di essere danneggiato: passano meno macchine, io ci perdo, Alta Corte, aiutami tu. Fatto!

E pensare che la famosa tesi secondo cui si è liberi di muoversi con la propria automobile è una gigantesca balla pubblicitaria. A parte gli ingorghi biblici, in cui praticamente dentro la macchina pur pagando bollo benzina assicurazione eccetera si risiede, non muovendosi affatto per ore, c’è anche un altro aspetto, molto più importante: esiste una enorme differenza tra il muoversi liberamente e avere un’auto. Lungi da me iniziare con quelle insopportabili pippe da ciclista militante, perché da ciclista quotidiano lo so benissimo che è impossibile fare tantissime cose pedalando: dalla spesa pesante e/o ingombrante, al muoversi in ambienti diversi da quelli dell’area urbana propriamente detta specie su distanze medio lunghe. Ma al mondo, come ci insegna indirettamente anche il lavaggio automobilistico del cervello che abbiamo subito per decenni, esistono tecniche, organizzazione, comunicazione, infrastrutture tali da ribaltare lo stato delle cose presente. E non mi riferisco, uff! alle piste ciclabili, alla buona volontà, al prendete il tram che è bellissimo, ma a un’idea diversa di automobile. Prendiamo il cerebroleso che girava per casa mia l’altro giorno, identificando sé stesso solo come prolungamento del suo esclusivo modello nonsocosa. Ecco: aiutiamolo a casa sua.

Ovvero offriamogli su un piatto d’argento la cura alle sue ansie, perché esiste, disponibile, anche se forse non proprio a portata di mano. Leviamo insomma di torno tutto quanto lo angoscia: non dovrà cercare più lo spazio adeguato per la sua ferraglia, ci pensano altri, come pure all’assicurazione, all’ammortamento, a tutto. Mi sto riferendo come intuibile a una generalizzazione del car sharing, che però esattamente come accaduto con la rivoluzione automobilistica deve avere componenti varie, che il sistema oggi non ha proprio. Con la tua macchina vai dappertutto, col car sharing no, con la tua macchina fai di tutto, e si potrebbe continuare a lungo, ma anche riassumere la questione con le altre componenti base che mancano: infrastrutture, tecnologie, organizzazione, comunicazione. Pensiamo molto in piccolo cosa succede già oggi con la gran moda dei sistemi di bike sharing, e qui faccio un esempio locale molto pratico. Sono a Milano, prendo la bicicletta in condivisione a noleggio dalla rastrelliera e mi avvio lungo una pista ciclabile. Di fianco a me vedo scorrere a varie distanze ma abbastanza vicino la linea verde della Metropolitana, e dopo qualche decina di minuti decido di salirci abbandonando la bicicletta: Zot! Arriva un lampo dal cielo a incenerirmi perché ho peccato.

Il peccato mortale consiste nel fatto che mi trovo (dopo qualche centinaio di pedalate, non un’impresa sportiva) davanti alla stazione di Vimodrone, ovvero fuori dai confini comunali di Milano, e lì non esiste alcuna rastrelliera per mettere la mia bici. Rischio di pagarla cara, questa innocentemente audace escursione oltre le Colonne d’Ercole amministrative. In breve: per andare oltre la logica del giocattolino per appassionati, i sistemi di trasporto alternativi devono organizzarsi per reti efficienti almeno quanto quelle che vorrebbero in parte sostituire. E figuriamoci cosa accadrebbe con le auto, che a differenza delle bici servono per muoversi di parecchie decine di chilometri, che ce ne facciamo nel raggio delle centinaia di metri di un centro storico? Esiste poi l’aspetto urbanistico e delle infrastrutture immateriali, su cui ci si dovrebbe soffermare molto più di quanto consente questa noterella: da strade davvero pensate per consentire facilmente di passare da un mezzo all’altro, a edifici e altri spazi resi più accessibili a tutti (il concetto è il medesimo dell’accessibilità per disabili, in fondo), alle varie funzioni pubbliche, produttive, servizi, private e residenziali meno segregate di quanto non avvenga oggi. Un aiuto importante ci arriva anche da tecnologie moto diffuse, come le apps per telefonini, che usate adeguatamente possono sfruttare al meglio quanto esiste, in attesa di infrastrutture materiali più consone, ma anche molto più costose.

E infine LEI, la sacra automobile, anche lei deve cambiare. Cambiare in meglio, si intende, non degradarsi ad arma impropria per affermare la propria virile o economica potenza, o chissà quale altra diavoleria di personalità. Credo che chiunque dotato di un briciolo di cervello si renda conto di quanto sia assurdo trascinarsi addosso due tonnellate di lamiera rostrata per trasportare trenta chili di pupo dal garage della villetta suburbana al complesso scolastico (con sosta in doppia fila per il carico/scarico) e poi da lì alla piscina e al corso di mandolino. Eppure è quello che fanno quotidianamente milioni di casalinghe disperate: ecco forse perché sono tanto disperate! Battute a parte, e a parte chi continua a puntare su fuoristrada da caccia al rinoceronte da vendere a chi li userà per andare al supermercato, si sta muovendo molto sul fronte del veicolo chiaramente studiato per usi non proprietari, dall’alimentazione elettrica magari da fonti sostenibili, all’attrezzatura elettronica per sfruttare al meglio le infrastrutture immateriali, alla predisposizione magari per utenze varie. Ultimo, l’ingombro minimo, cosa essenziale se si pensa alle sterminate distese per i parcheggi che le automobili si sono mangiate nel ‘900 e continuano a mangiarsi sempre più, vista la logica del “tanto spazio in più per te” dei monovolume (e tanto spazio in meno per gli altri, verrebbe da dire). A proposito di ingombro minimo nelle rastrelliere da centro città per auto in condivisione, il periodico Automotive Engineering International del 27 luglio pubblica un articolo intitolato DIY fold-up micro-EVs aim for urban mobility on demand, e dedicato all’auto pieghevole. Non è una battuta, proprio come una bici anche l’automobile si accorcia per dare meno fastidio quando non la si usa. Sempre che non intervenga qualche Alta Corte, magari a sostenere che anche qui si danneggiano i garagisti. Come fanno a guadagnare se tu ti ripieghi la macchina in valigetta e la porti in ascensore? Poveretti!









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
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Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
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Bottini, Fabrizio
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