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La Megalopoli e Noi
Data di pubblicazione: 29.07.2012

Autore:

Secondo l’ultimo rapporto dell’Economist sulla crescita delle gigantesche megalopoli cinesi, da un certo punto di vista il baricentro del mondo si starebbe spostando decisamente da quella parte. Da un certo punto di vista, appunto: a noi resta decidere come collocarci in questo scenario

Heidi è il motore economico della Confederazione Elvetica. Non è una sparata pubblicitaria, ma una realtà testimoniata direttamente dagli operatori. Senza nulla togliere ai conti cifrati nei caveau delle banche, naturalmente, pare che da parecchi anni funzioni alla grande un corposissimo flusso di turisti dal Sol Levante che, affascinati da piccini davanti al televisore a seguire le avventure montane della piccola protagonista del leggendario cartone animato, poi vogliono sperimentare dal vivo pascoli, caprette, vette innevate. Un po’ ridicolo magari, ma niente di diverso dal megabusiness della Disney, con in più solide radici culturali, sociali, ambientali, altro che topi e paperi immaginari! Qualcosa di simile succede anche al contrario, o meglio con un circuito diverso, nel caso del villaggio austriaco di Hallstat, rispuntato in fotocopia dalle parti di Huizhou, Cina, fotocopia poi inaugurata in pompa magna da una delegazione capeggiata dal sindaco della Hallstat originale. Anche qui c’è una parte ridicola e un’altra molto meno, e cioè il gigantesco (non per la Cina, ma per l’Austria) flusso di turisti che dall’Asia arrivano a vedere l’originale per paragonarlo alla fotocopia e vedere se è meglio. Solo folklore strapaesano? Ripensate a Disney …

Ecco, ripensiamo al mondo dell’immaginario rurale americano, quasi del tutto artificiale e un po’ folle coi suoi animali che scorazzano per l’aia, e come si sia transustanziato in una impresa economica dalle incredibili diramazioni, con effetti sulla cultura, la ricerca, e vorrei dire il progresso. Come sappiamo tutti, i turisti giapponesi a caccia di Heidi o quelli cinesi che scrutano magari sospettosi una sacher torte, non devono essere considerati solo una banda di gonzi scesi da un pullman per farsi prendere in giro e svuotare il portafoglio. Sono l’inizio di qualcosa di complesso, che tanto per fare un esempio parte da trasformazioni infrastrutturali, un ambiente al tempo stesso conservato e rinnovato. I verdi pascoli dove le caprette ti fanno ciao e qualche nonno scruta la valle dalla baita d’alta quota, devono un po’ restare identici (e per quello già c’è tanto lavoro da fare, e lavoro vuol dire reddito) ma anche diventare molto più accessibili e fruibili ai signori con gli occhi a mandorla che vogliono assaggiare il latte appena munto, magari senza farsi scoppiare i polmoni cittadini con una marcia forzata. E per funzionare al meglio, nonni e caprette devono essere veri, non figuranti di cartapesta, veri e attivi, anche nel chiedere che le nuove infrastrutture per i turisti non snaturino il loro amato pascolo. Eccetera.

Un modello complesso, che coinvolge ad esempio innovazione tecnologica raffinata e prima ancora ricerca: come mantenere intatti gli habitat d’alta quota anche in presenza di cambiamenti climatici? come rispondere ai bisogni di mobilità dei turisti con strutture sostenibili a basso impatto visuale ed energetico? come organizzare un’accoglienza coerente con la natura dell’offerta tematica e non, senza scivolare nel modello polli in batteria da spennare, che farebbe scappare immediatamente tutti i delusi verso altre mete? Si capisce al volo che un sistema del genere non ha nulla a che vedere con certe idee di una “nazione di camerieri” sventolate dalla cultura veteroindustrialista ogni qual volta si tirano in ballo le risorse culturali e ambientali di un sistema. E il rapporto diretto con l’Estremo Oriente dei due esempi citati non è casuale, perché lo spunto di queste riflessioni è il recentissimo rapporto Supersized cities che il gruppo di ricerca dell’Economist ha dedicato alle megalopoli cinesi in tumultuosa crescita. Perché lo sappiamo benissimo tutti che nella grande galoppata globale verso l’urbanizzazione definitiva dell’umanità sono proprio i grandi sistemi urbani della Cina a occupare gran parte del ruolo di punta (nonché gli incubi di certa concorrenza occidentale).

Cosa conferma, in sintesi estrema, quel rapporto? Che non solo le formazioni geografiche insediative dette megalopoli (cosa assai diversa, va precisato, da una grande città) lì stanno crescendo e articolandosi, via via dotate di reti infrastrutturali sempre più intergrate e moderne, ma che esiste un fattore socioeconomico molto preciso alla base di tale processo. Basta leggere le cifre aggregate per capirlo: ad esempio l’area che chiamiamo Shanghai ha il doppio degli abitanti della Svezia; quella sconosciuta ai più detta Wuhan gli stessi dell’Ungheria. E non è tutto, anche solo restando alla demografia. La gran massa di queste popolazioni, già oggi e ancor più in proiezione visto il costante influsso dalle campagne, è costituita da giovani con meno di 40 anni, ovvero più o meno l’età in cui tanti del nostri concittadini riescono a malapena a liberarsi definitivamente (sempre che ci riescano) dal condizionamento monetario e non solo dei genitori, uscendo così socialmente dall’adolescenza prolungata a cui sono stati in un modo o nell’altro costretti. È questo il contesto cinese in cui si sviluppano produzione industriale, servizi, trasformazioni per certi versi paragonabili a quelle della nostra rivoluzione/urbanizzazione di qualche generazione fa, pur con tutte le cose nuove e inedite che il modello ha già proposto e proporrà in futuro.

Ergo da un lato abbiamo la massa critica quasi inquietante di queste formazioni territoriali ed economiche, dall’altro la loro qualità dotata di un dinamismo dal nostro punto di vista inarrivabile, e che non si “risolve” scimmiottandolo sul versante degli stili di vita e/o del rapporto lavoratori e imprese, né su quello dell’ammodernamento infrastrutturale tradizionale. Non avrebbe alcun senso, almeno fuori da una logica mordi e fuggi, che non si adatta certo a un sistema paese. E allora tornano in mente le alpi svizzere e austriache, le caprette di Heidi, le case di marzapane di Hallstat (quella vera e quella finta), insieme all’ultima emergenza nazionale del falso conflitto fra lavoro e ambiente a Taranto, o a quella locale ma significativa di Milano, dove la sostenibilità si scontra perdente con “diritto a guadagnare”. Vengono in mente anche certe forzature del recente terremoto emiliano, con l’attenzione tutta tesa alla riapertura delle fabbriche, compreso magari qualche rischio, e lo scandalo dei cultori dell’arte per il secondo o terzo piano in cui sono stati relegati i beni culturali che pure sarebbero quanto il lavoro la base di qualunque sistema sociale e identitario. Puzze sotto il naso da intellettuali mantenuti a spese del contribuente?

Sicuramente no. Anzi una intuizione su cui è indispensabile riflettere e lavorare. A parte il valore assoluto della cultura, di cui i beni artistici, paesaggistici, ambientali, sono componente inscindibile, esiste anche l’aspetto sociale, e conseguentemente quanto immediatamente economico. Che non significa (repetita iuvant) come dicono certi trinariciuti industrialisti “diventare una nazione di camerieri” o di venditori di cartoline al chiosco davanti al monumento. Vuol dire cominciare a pensare seriamente a cosa farne di noi, compresa la terra che abbiamo sotto i piedi e senza la quale sprofonderemmo subito. E ci sono tanti modi diversi di sprofondare. Uno è quello di pensare perversamente che esistendo per esempio, come confermano i geografi, una megalopoli padana di massa demografica e socioeconomica del tutto paragonabile (molto superficialmente) alle formazioni emergenti nel mondo, le si debba scimmiottare in tutto e per tutto, ivi comprese stravaganze come i treni superveloci …. Che poi facciamo fermare ogni dieci chilometri per accontentare il politico locale che vuole una stazione dell’alta velocità. Oppure sperando di fare concorrenza sul piano della pura prestazione fisica (è questo in sostanza il tema di certe idee di lavoro) a una popolazione infinitamente più giovane e disponibile. E allora? Heidi, appunto, e tutto quello che si porta appresso. Noi potremmo chiamarlo Pizza, Pavarotti, Pompei, giusto per divagare a caso sulla lettera P e farsi un’idea. E c’è il resto, tutto il resto, che viene dopo. Altro che grattacieli a vanvera progettati dagli stilisti salvatori della patria. Quelli lasciamoli ai giovani campagnoli dalle guance rosse appena sbarcati nella loro megalopoli in tumultuoso sviluppo.

Di seguito scaricabile l’inquietante rapporto dell’Economist; sul villaggio austriaco fotocopiato in Cina avevo a suo tempo tradotto un articolo per eddyburg.it


File allegati

Megalopolis Report ( Megalopolis_Report.PDF 758.56 KB )
Rapporto da The Economist, luglio 2012







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
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Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
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