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La Silicon Valley della Cisgiordania
Data di pubblicazione: 31.07.2012

Autore:

Le incredibili difficoltà di un settore avanzato di produzione e servizi, in una situazione troglodita dal punto di vista politico come il conflitto tra Israele e il resto del Medio Oriente. The New York Times, 30 luglio 2012

Titolo originale:West Bank’s Emerging Silicon Valley Evades Issues of Borders – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

RAMALLAH — L’immacolata caffetteria ha un arredo alla moda, tavoli arancio fluorescente e verde acceso, al piano di sotto anche tavolini da pingpong e calcetto. Anche da queste parti, può trattarsi solo di una giovanissima impresa tecnologica: che altro?
L’idea evidentemente è di dare a chi ci lavora un ambiente che ricordi in qualche modo le condizioni di lavoro accoglienti e amichevoli favorevoli all’innovazione che in tutto il mondo sono il marchio di fabbrica della Silicon Valleys, spiega Murad Tahboub, 42 anni, direttore generale della ASAL Technologies. In fondo è questo che vuole diventare Ramallah, la città della Cisgiordania dove ha sede amministrativa l’Autorità palestinese: un centro per il settore delle tecnologie dell’informazione.

Con 120 dipendenti, ASAL è una delle imprese più grosse del relativamente piccolo settore tecnologico in Palestina, ma molti si aspettano grandissime cose nell’immediato futuro. “Siamo nella posizione ideale per una crescita esponenziale” continua Tahboub, con l’aspetto adeguato al ruolo, capelli pettinati all’indietro e occhiali a montatura nera Lacoste.
Paragonato ad altri settori produttivi dell’anemica economia cisgiordana, il settore tecnologie informazione e comunicazione ha un vantaggio: è molto meno condizionato dalla difficoltà di circolazione, dalle barriere, posti di blocco, necessità di autorizzazioni imposti da Israele al territorio nel nome della sicurezza.

“È un settore che non ha confini – continua Tahboub – Bastano elettricità e line telefoniche”.
Nei quattro anni da quando la Cisco Systems ha fatto un investimento strategico iniziale da dieci milioni di dollari, finanziando i primi passi per servizi alle imprese palestinesi in outsourcing, con programmi di formazione e coinvolgimento di alter imprese straniere, in settore è cresciuto da una quota inferiore all’1% dell’economia palestinese a oltre il 5% di oggi, anche se complessivamente si tratta di un’economia modesta 5-6 miliardi di dollari in tutto.
E nonostante tutto l’entusiasmo per questo emergente “ecosistema” di settore, come dicono usando il gergo internazionale, i tecnologi di Ramallah devono ancora misurarsi con tutte le sfide comuni al resto dell’economia e della società, in cima a tutto la storica assenza dal tanto agognato Stato di Palestina.

Un rapporto della Banca mondiale pubblicato settimana scorsa spiega che nonostante l’Autorità abbia compiuto notevoli progressi nella costruzione delle strutture del futuro stato, non esiste ancora un’economia dalla forza sufficiente a sostenerlo, questo stato, che resta dipendente da aiuti esterni. Il rapporto sostiene che l’Autorità deve incrementare gli scambi, e spingere il settore privato a crescere e integrarsi col resto del mondo.
Esperti e operatori giudicano che la principale risorsa su cui lavorare è la popolazione giovane, istruita, con prospettive imprenditoriali. Ma occorre superare l’immagine dei territori nel mondo, di zona solo di conflitti e non ben definita, dove si gira ancora a dorso di cammello.
Anche se i contratti in outsourcing sono maggioritari, il modello a cui guardano i palestinesi infotech non è l’India, che ha una popolazione immensa, ma quello di Israele. “Ci vuole innovazione, creatività, stare sempre all’avanguardia” racconta Tareq Maayah, 45 anni, responsabile esecutivo di Exalt Technologies, “invece di basarsi su enormi quantità di competenze elementari”.

Così come Israele, anche la Palestina vuole un settore tecnologico in grado di avere autentica indipendenza dalla politica. “L’occupazione è insopportabile - continua Maayah – ma con gli israeliani sappiamo collaborare anche nei moment peggiori”.
La Exalt ha contratti in outsourcing da imprese multinazionali presenti in Israele, e da altre. “Così vendiamo anche, a Israele, non siamo solo consumatori. È l’inizio di un migliore equilibrio nei rapporti economici”.
Altri sottolineano come anche in una situazione di continue guerre in Israele si sia riusciti a costruire un settore tecnologico molto vitale.
Non manca certo la disponibilità di manodopera, anzi. Ogni anno nelle università palestinesi locali si laureano 2.000 persone in discipline tecnologiche, un terzo donne, ma solo il 30% trova lavoro qui.
Alla Associazione Palestinese delle Imprese delle Tecnologie dell’Informazione sono iscritti in 125, tre quarti in Cisgiordania e il resto a Gaza, dove governano i militanti di Hamas, non l’Autorità a maggioranza al-Fatah. Tutti gli operatori riconoscono che il settore è ancora ai primissimi passi, qualcuno calcola che il ricavo totale delle attività di outsourcing arrivi solo a 6 milioni di dollari l’anno. Ma aggiungono anche che sarebbe una scelta molto interessante per le imprese con sede in Israele per via della vicinanza, somiglianza culturale, capacità dei tecnici palestinesi e fedeltà alle compagnie.

Sam Husseini dirige LionHeart, specializzata nella formazione, con un socio israeliano, dei palestinesi in campo marketing di settore. Due capi operativi — Husni Abu Samrah di MobiStine, specializzata in applicazioni sanitarie in lingua araba, e Saeed Zeidan di Ultimit, che sviluppa software e fornisce consulenza — raccontano di aver imparato molto dai corsi di formazione, specie su cosa serve per far crescere l’impresa.
“La cosa principale è la visibilità – dice Zeidan – e noi non ne abbiamo a livello internazionale”.
Ma anche in questa situazione, aggiunge Yahya al-Salqan, responsabile esecutivo di Jaffa.Net, sviluppo software, il mercato regionale è comunque molto promettente. La posizione del settore tecnologico palestinese è particolarissima: a “sandwich” tra la cosiddetta Silicon Wadi israeliana, meno di un’ora in auto dalla costa del Mediterraneo, e una enorme domanda di tecnologie espressa dai paesi arabi.

Salqan all’inizio della sua carriera ha lavorato nella Silicon Valley in California, poi quindici anni fa è tornado a fondare Jaffa.Net, una sede a Ramallah e una a Nablus nella Cisgiordania del nord. L’impresa lavora sulle applicazioni bancarie per telefonino, e dovrebbe a breve aprire un ufficio in Qatar.
Molti considerano l’arrivo della Cisco nel 2008 il momento di svolta del settore. Tutto è cominciato con l’offerta di finanziare un anno di ricerca e sviluppo alle imprese di Ramallah, poi si sono cominciati i contratti in outsourcing. Più di recente ha investito 5 milioni di dollari nella Sadara Ventures, considerata la prima compagnia di venture capital che si interessa in modo particolare dei territori palestinesi.

Incontrarsi direttamente regolarmente con una clientela e investitori israeliani non sempre è facile, nonostante la poca distanza. Husseini di LionHeart racconta di usare la località di Biankini Beach a sud di Gerico sul Mar Morto, non per via del luogo turistico ma perché è accessibile nonostante gli sbarramenti della sicurezza israeliana.
Zika Abzuk, responsabile della Cisco per Israele, ricorda una volta in cui insieme a un gruppo di dipendenti israeliani è stata bloccata su un lato di un posto di blocco nella zona di Gerico, mentre i 16 imprenditori palestinesi che doveva incontrare stavano sull’altro lato. Hanno finito per incontrarsi in terreno neutro: una tenda beduina montata nel piazzala di un distributore lì vicino.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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