0 0 0
0
0 0 0 0 0 0
0


Mall International (in English)
0
0 > Sito di Fabrizio Bottini > Ambiente

Dove si va, a chilometro zero?
Data di pubblicazione: 03.08.2012

Autore:

Oltre la moda e il puro folklore, la questione del rapporto fra territorio, produzione alimentare, distribuzione, economia, qualità della vita e forme insediative è ovviamente centrale, sia quando si discute di sostenibilità che di modelli di sviluppo

Lo capiscono più o meno tutti, che i comportamenti individuali virtuosi da soli non ci portano da nessuna parte, salvo forse una piccola, importante vabé, pace interiore. La melanzana che ci coltiviamo sul balcone, la spesa con qualche fatica in più al negozio dell’angolo dove poi non troviamo davvero tutto, la scelta di certi prodotti sempre che possiamo permetterceli, è un bel sintomo di ripresa, ma non è la cura della malattia. Ci vuole (anche) dell’altro. Ci aiuta forse a intuire meglio la complessità del problema un antico progetto territoriale italiano, quello esposto da Giovanni Astengo e Mario Bianco nel 1944 col loro Agricoltura e Urbanistica, basato sui bacini autosufficienti locali. Che pur risultando da statistiche, grafici e tabelle non sono concetti astrusi o specialistici, ma cose molto concrete, tangibili, persino sentimentali. In pratica degli spazi in grado di costruire economia, società, identità, politica, a partire dalla terra, dalla sua composizione chimica, dall’assetto geografico, idrologico, storia locale, rapporti con la regione più vasta. Tanto concreti e solidi, questi bacini, da essere proposti dagli Autori un paio d’anni dopo all’assemblea Costituente come base per ridiscutere l’articolazione dello Stato per province e regioni. Le cose poi sono andate diversamente, ma ad esempio in un momento di “riordino” provinciale come lo chiamano oggi, un pensiero a quell’idea non farebbe male: è in fondo una possibile declinazione non modaiola di chilometro zero.

Cos’è il territorio locale? Appunto un intreccio di tante cose, oggettive e soggettive: quanto deve essere distante un negozio per essere locale? Dipende da dove sta o dalle cose che vende? E queste cose da dove devono arrivare? Dieci, cinquanta chilometri? Di più? Le cose cambiano moltissimo ad esempio a seconda se il territorio di riferimento è urbano, dove tutto è o dovrebbe essere più concentrato, oppure rurale dove le distanze aumentano anche parecchio. Un esempio di vera perversione del concetto lo si trova in un modo di dire diffuso (ahimè non solo tra gli operatori) secondo cui esisterebbe una cosa chiamata supermercato locale, per il solo fatto di rivolgersi principalmente a un bacino definito di popolazione. Ho spesso letto articoli giornalistici in cui ci i riferiva addirittura a un local Wal-Mart, quando come ci racconta benissimo ad esempio Kaid Benfield sul sito Atlantic Cities gli unici rapporti della grande distribuzione coi luoghi sono di sfruttamento: dello spazio, delle risorse naturali, dell’economia, del lavoro. Anche senza demonizzare troppo.

È dal punto di vista alimentare che si è verificato negli anni recenti l’avvicinamento più serio (su quello politico per ora stendiamo un velo) al tema del territorio locale. Con tante iniziative, dai mercati contadini di vendita diretta, agli orti di quartiere o cooperativi, ad alcuni gruppi di acquisto, a sottolineare il rapporto diretto tra geografia, ciò che mangiamo, e in prospettiva tante altre cose, economia prima di tutto. Una sensibilità che paradossalmente ha coinvolto anche i suoi peggiori nemici: anche le grandi catene di distribuzione oggi propongono o fingono di proporre prodotti in qualche modo legati al territorio. Provando però a intervistare i più diretti interessati, e cioè i cittadini consumatori, il concetto di spazio agricolo locale o bacino alimentare che dir si voglia varia soggettivamente anche di parecchio: quasi la metà lo individua in un raggio irrealistico, quasi ridicolo, di una decina di chilometri, che ci ridurrebbe tutti alla fame nel giro di una settimana, o peggio. Ma ci sono comunque percentuali più piccole pur significative che capiscono quanto la dimensione minima debba essere metropolitana o regionale.

Dato che non esiste alcuna (figuriamoci) definizione ufficiale condivisa di alimenti di origine locale i caratteri generali quanti-qualitativi di questo bacino territoriale si devono enunciare per tentativi, a partire da considerazioni varie che possono avvicinarci alla per ora ragionevolmente irraggiungibile meta. Il primo è quello dei prodotti a denominazione di origine, e quindi con confini rigidi e netti riguardo al territorio, e precise norme riguardo al rapporto con lo stesso territorio e la società locali che questi prodotti devono instaurare, almeno sino alla commercializzazione. Classico l’esempio del parmigiano, che però poi va a tutelare la sua “località” contro i vari parmesan sugli scaffali di mezzo mondo, ben oltre (diciamo pure quasi sempre oltre) il bacino territoriale fra Po e Appennini dove è nato. Il che introduce il secondo aspetto, quello degli alimenti prodotti, lavorati, e commercializzati all’interno di un definito bacino, indicativamente di alcune decine di chilometri di raggio. Non si tratta oggi solo di un meccanismo arretrato, ovvero di cose tipiche non ancora in grado di fare un salto commerciale come accaduto al parmigiano, ma di una specifica rete produzione-distribuzione-consumo virtuosa e consapevole, che ad esempio è stata adottata anche da alcune catene di supermercati che vogliono salvarsi l’anima (o mostrare vistosamente di volerlo fare). Il che ha come premessa prima un rapporto strutturato e particolare fra chi fa la materia prima, chi la trasforma, chi la distribuisce, e poi una certa consapevolezza (non dimentichiamo convenienza e comodità) dei consumatori.

I vantaggi per il territorio di un approccio locale al ciclo dell’alimentazione sono ambientali, sociali, economici, vagamente riassumibili nel concetto di sostenibilità. Quando si produce, distribuisce, consuma un alimento, specie se secondo tecniche biologiche, entro un bacino circoscritto, nessuno dei benefici in senso lato di questo prodotto esce dal contesto, che così ha una certa autosufficienza, il ciclo si chiude. Cosa che vale anche per aspetti non secondari come la socialità, l’identità. La dimensione virtuale e soggettiva del sistema/ciclo di territorio locale si dovrebbe però sempre accompagnare a una solida base fisica e tangibile, altrimenti si rischia di scivolare nel localismo di facciata di certa grande distribuzione, che va poco oltre il contenuto di un’etichetta o gli slogan di una promozione speciale. È il caso di certe politiche pubbliche che sostengono forme specifiche di distribuzione come i mercati contadini, gli esercizi con base cooperativa ecc., ma che in assenza di una serie di integrate scelte di pianificazione e valorizzazione produttiva paiono poco più di un sostegno all’immagine locale, a uso di turisti e cittadini.

Quando la maggior parte dei fattori invece funziona come dovrebbe, e si verifica in tutto o in parte il circuito virtuoso fra produzione, distribuzione, consumo, economia locale, si può parlare di sistema integrato, in grado di auto sostentarsi e migliorarsi nel tempo, se vengono poste in atto azioni pubbliche adeguate per evitare le intrusioni indebite della solita grande distribuzione e del suo ciclo di fornitura, lavoro, trasporti. Questi sistemi un tempo esistevano spontaneamente, e coincidevano più o meno con il raggio di influenza di un centro di mercato, del tipo usato come modello dai pionieri dell’economia territoriale, con le distanze massime a cui un contadino trovava conveniente spostare i frutti del suo lavoro ecc. Con lo sviluppo dei trasporti e delle tecniche di coltura e conservazione prima, del sistema di approvvigionamento e distribuzione delle grandi catene poi, questo modello di parziale autosufficienza dei bacini territoriali integrati è venuto meno, ma ha lasciato qualcosa più di una traccia.

Esistono infatti anche oggi sistemi del genere abbastanza vitali, e che potrebbero diventarlo anche di più se fossero sostenuti da interventi organici, in grado di toccare contemporaneamente tutte le componenti, oltre ad ostacolare il tipo di invadente e indebita concorrenza dei colossi distributivi. La Campaign to Protect Rural England da molti anni ha lanciato una iniziativa su questi sistemi alimentari locali, che in fondo rappresentano un modello ideale di autotutela dei territori oggetto di interesse dell’associazione. Il rapporto uscito da poco, From field to fork, accosta una serie di studi di caso locale a osservazioni generali sul problema di questi distretti, della loro tutela, e implicitamente del modello che possono costituire per attivare esperienze simili. Simili direi soprattutto nel metodo più che nel merito: è difficile, se non impossibile e contraddittorio, omologare tutto ciò che è strettamente locale, dipendente da variabili troppo specifiche. Ma studiare ciò che accade in una valle collinare britannica può fornire spunti per capire meglio cosa si potrebbe fare in un sistema metropolitano continentale, o in uno di quei quartieri slum delle megalopoli terzomondiali abitati da ex contadini, e dove il know-how più diffuso, quello del coltivatore appunto, viene sistematicamente ignorato in una idea ristretta di ambiente urbano. Qualunque contributo serio e sistematico, e quello del rapporto CPRE lo è di sicuro, rappresenta un passo in avanti per tradurre in azioni pratiche la retorica benintenzionata sulla sostenibilità. Ce n’è un gran bisogno.

Il rapporto è scaricabile qui di seguito. Sul sito www.cpre.org.uk anche altri studi locali sui bacini alimentari.


File allegati

Field_to_Fork ( Field_to_Fork.pdf 8.86 MB )
Rapporto CPRE sui sistemi alimentari locali, 2012







0

Il sito di Edoardo Salzano
0
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg