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Piantate pomodori: raccoglierete un quartiere più sicuro
Data di pubblicazione: 04.08.2012

Autore:

Sul ruolo sociale essenziale che possono svolgere gli orti di quartiere nelle situazioni anche più estreme di emarginazione e segregazione, naturalmente se non ostacolati da norme stupide e politiche burocratiche. Mother Jones, luglio-agosto 2012

Titolo originale:Plant Tomatoes. Harvest Lower Crime Rates – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Forse la cosa più semplice da fare sarebbe manifestare contro i deserti alimentari, quelle desolazioni del tutto prive di alimenti freschi e sani per chi abita nei quartieri poveri. Oppure iniziare a discutere sul fatto se esistano davvero o no, quei deserti alimentari (un paio di ricerche recenti sostengono che non sia la vicinanza o meno di negozi alimentari adeguati il vero problema della malnutrizione nei quartieri degradati). Ma guardando le foto di Emily Schiffer (si trovano nella versione originale del pezzo n.d.t.) Mi è tornata in mente la visita di Madre Teresa alle case popolari del West Side di Chicago a metà anni ‘80. Ciò che l’aveva colpita di più non era certo la povertà materiale. Aveva visto di molto peggio in India. Piuttosto, era quello che definiva “povertà dello spirito”.

Guardare le foto della Schiffer, chiacchierando di agricoltura urbana con chi la pratica, vuol dire anche capire sino a che punto questa attività abbiano molto meno a che vedere con un’alimentazione sana, di quanto c’entri invece con una bonifica, con una riappropriazione della città e della propria esistenza. Growing Home è uno dei progetti più importanti di agricoltura urbana a Chicago, prevalentemente nell’area di Englewood, uno dei quartieri più poveri. Si raccolgono sei tonnellate l’anno di verdure fresche su una superficie di duemila metri quadrati, quasi tutte vendute poi a ristoranti o a un farmers market nella zona più ricca del North Side. Ma Growing Home è riuscita a cambiare in altro modo il quartiere, dando lavoro a tanti abitanti che sinora faticavano parecchio a trovarne altrove.

Fred Daniels, un bel ventinovenne dall’aria tranquilla coi capelli a treccine, mi accompagna in macchina al vicolo che taglia il suo isolato di Englewood. “Imbarazzante” borbotta mentre passiamo davanti a sei case vuote e sei lotti ancora più vuoti, tutti pieni di erbacce e fiori, tutti pieni di macerie, divani sfondati, mucchi di legname di scarto. Quando era un ragazzino Daniels da qui ci passava come una scorciatoia, o ci veniva per farci qualche festa di sera. “Se si potesse usare, magari condividere con tutti quelli che abitano nell’isolato. Non serve che sia proprio agricoltura biologica. La gente capirebbe di far parte di qualcosa”. Daniels, che è stato otto anni in prigione — per tentato omicidio, e poi per possesso di cocaina — vede oggi la sua vita ruotare attorno a ciò che si mangia. In prigione ha imparato il mestiere di cuoco, una volta rilasciato ha trovato lavoro a Growing Home. Cura le aiuole di lattuga asiatica e cardi svizzeri (due cose che ha imparato ad apprezzare), e poi pomodori, bietole, carote, spinaci. Tiene coperta la rucola per evitare l’infestazione delle mosche. Ha imparato la differenza fra imparato la differenza fra cibi Ogm e tecniche senza additivi chimici. Si diverte a dissodare, girare il compost, preparare e rastrellare il fertilizzante di alfalfa e potassio. Adesso sta anche imparando come si tengono le api.

Per chi è nato e cresciuto in un posto come Englewood, spesso le cose sfuggono dalle proprie mani, le cose accadono senza molta logica. Quando la nonna di Daniels a provato a farsi un orto nello spazio vuoto di fianco a casa, il comune le ha detto che non si poteva; il progetto era di trasformazione edilizia. Vent’anni dopo quello spazio è ancora inutilizzato. Quando ci torno da solo, un abitante esce di casa e mi avverte: “Ehi tu, guarda che qui non ci puoi venire. Potrebbero spararti, non sto scherzando”. In quartieri segnati da anni di abbandono e apatia, c’è da entusiasmarsi per quei momenti speciali, quelle piccole cose in cui ci può decidere da soli, far emergere qualche ordine dal disordine. E sperare che quei momenti col passare del tempo diventino di più, che durino di più.

Ci sono sempre più studi a confermarlo: l’agricoltura urbana e altre attività ambientali non solo rafforzano l’identità, ma riducono anche la violenza. Nel 2000, a Filadelfia c’erano 54.000 lotti non edificati, e la Pennsylvania Horticultural Society ne ha recuperate 4.400 eliminando le erbacce, garantendo manutenzione, piantando alberi e altro verde, realizzando recinzioni alte un metro per affermare solo che quello spazio appartiene a qualcuno. E il recupero di questi spazi (che sono solo l’8% dei lotti inutilizzati in città) ha avuto un risultato inatteso: sull’arco di dieci anni, ha ridotto l’uso delle armi da fuoco nelle aree circostanti. In parte si tratta di un effetto abbastanza ovvio, dato che quei posti venivano usati come nascondigli per le armi. Ma come spiega Charles Branas, epidemiologo dell’Università della Pennsylvania che l’anno scorso ha pubblicato uno studio a proposito, “Semplicemente si comincia ad avere più rapporti coi vicini, più contatti reciproci”. Sono aumentati moltissimo nelle zone immediatamente vicine a quei lotti i reclami di chi denunciava comportamenti fastidiosi e sospetti, cose come starsene sempre lì a bighellonare in un posto, o far troppi rumori, o orinare in pubblico. In un primo tempo Branas sospettava che quel nuovo verde avesse attirato nel quartiere gente da fuori che denunciava queste cose, ma presto ha capito che invece si erano fatti più audaci gli abitanti, che chiamavano la polizia molto più che in passato anche per cose relativamente piccole. Il Centro di Prevenzione e Difesa Sociale ha cominciato a considerare il recupero a verde degli spazi come strumento per prevenire la violenza.

Alla Community Christian Alternative Academy, scuola pubblica nella zona del West Side, hanno sparato ad alcuni studenti in scontri nel quartiere. La preside Myra Sampson racconta che oggi sono in uno stato di allerta permanente. “Basta una scusa qualunque per scatenare un incendio. L’idea è che l’unica cosa importante sia la propria identità, la propria immagine personale”. Per contrastare la violenza ha realizzato uno spazio verde appena a nord dell’edificio della scuola, che oggi attira gente di tutte le età dalla zona, per fare uno spuntino o solo per stare insieme. Tra gli abitanti è così forte il senso di proprietà di quel posto che la Sampson non ha mai ritenuto necessario realizzare una recinzione. La scuola oggi sperimenta anche tecniche di coltura idroponiche, e la preside spiega quanto gli aspetti sociali dall’unire vegetali e itticoltura (tilapia e persico) abbiano coinvolto tantissimo gli studenti responsabilizzandoli rispetto al quartiere, al punto che è stato chiesto all’amministrazione — che riconosce il ruolo sociale dell’agricoltura urbana — di poter trasformare con la scuola altri dieci lotti inutilizzati a orti e frutteti.

Quando sei anni fa Growing Home ha iniziato il suo primo progetto a Englewood, l’aspirazione era di trasformare le abitudini alimentari. Ma a quella bancarella di verdure non arrivava nessuno. Così l’obiettivo cominciò a cambiare. “Non dobbiamo illuderci di poter risolvere la questione dei deserti alimentari”, spiega il direttore esecutivo Harry Rhodes. “Ma usiamo l’alimentazione come leva per trasformare la vita individuale e del quartiere”. Gli studi dimostrano che riducendo la violenza si diminuisce anche la tensione, e persone meno stressate sono portate a mangiare meglio.

Quando Daniels ha iniziato a lavorare per Growing Home, i suoi amici lo prendevano in giro. “Probabilmente mi consideravano uno dai gusti effeminati” ricorda scuotendo il capo. I mostra l’orto che ha realizzato a casa di sua nonna. Lo scorso autunno ha piantato aglio, e presto dovrebbe provare con verze e catalogna, pomodori, peperoni, cetrioli (sta imparando come si fa). “Mi distrae da tutte le altre cose. È incredibile. Quand’ero via [in prigione], ero circondato da campi di granturco e soia. Ma chi lo sapeva?” Scoppia a ridere. Adesso aiuta qualcuno dei suoi vicini a realizzare degli orti sul retro, anche se molti non hanno spazio. Uno dei lotti inutilizzati dell’isolato è così grande che una volta ci potevano stare quattro case. Un angolino, delle dimensioni di una piscina, è stato falciato da un vicino, una fatica apparentemente inutile in una selva di erbacce cresciute sino a diventare degli alberelli. “Qualche volta la gente ci rinuncia, e dice che in fondo non vuol diventare parte di niente” Ma aggiunge: “Però se potessimo avere quello spazio, ci darebbe anche tanta speranza”.


Nota: sul tema del ruolo sociale dell’agricoltura urbana, su questo sito di particolare interesse anche gli articoli su Will Allen e il suo programma Growing Power (oltre a questo link diretto si può cercare anche tutto il resto introducendo la parola chiave nel motore di ricerca interno in alto a destra)









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
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Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
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