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Mall International (in English)
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Facciamo pedalare gli automobilisti
Data di pubblicazione: 07.08.2012

Autore:

Caccia all’uomo per scovare il pirata che ha ammazzato un anziano sulle strisce. Ma di pirati ce ne sono troppi, nascosti negli uffici tecnici e amministrativi, o nella nostra testa: non è il caso di iniziare la caccia anche a questi atteggiamenti inconsapevolmente colpevoli?

Quello che mi ricordo in modo più distinto è la sorpresa: una botta al gomito sinistro, vago rumore di ferraglia, e poi me ne stavo lì sdraiato per terra, con una gamba infilata sotto la monovolume metallizzata, e un tizio che mi fissava dritto negli occhi. Il paziente è vigile e risponde, bofonchiava quello dentro a un radiolone portatile. Poi è arrivata la tizia del monovolume, pallida come uno straccio, a dire concitata perché non ha messo la freccia? Ancora da sdraiato le ho risposto precisino: guardi che per andare dritti non c’è alcun bisogno di mettere la freccia! E sorvoliamo sul resto, magari concludendo con la mitica frase di messa in bocca a Lee Van Cliff da Sergio Leone, quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è morto. Sostituiamo le parole bicicletta e automobile, e il risultato non cambia. Ah, tanto per essere precisi però io non ero morto, non ancora. Così poco morto che anche da sdraiato riuscivo a ricordarmi anche di un vecchio videoclip visto su un sito comunale inglese.

C’era, nel videoclip, una graziosa presentatrice che ostentando un grazioso balconcino spiegava tutta sorridente come ci si comporta attraversando la strada, secondo il criterio degli shared spaces, spazi condivisi inventati dall’ingegnere trasportista olandese Hans Monderman: la cosa fondamentale è stabilire una relazione visiva con gli altri utenti del medesimo spazio. In pratica, saper riconoscere reciprocamente la propria esistenza in vita. Il pedone, il ciclista, l’automobilista, il conducente di mezzi pesanti ecc. si guardano nelle palle degli occhi, e si stabilisce un’intesa. Passo io, no passa prima tu che arriva un altro, e via di questo passo. Pare una sciocchezza ma è una vera rivoluzione culturale ed economica. Economica? Economica, certo: perché come diavolo si potrebbe riuscire mai a realizzare la stupidaggine ingegneristica portata avanti per più di un secolo da generazioni di sedicenti specialisti, quella degli spazi rigorosamente separati? Chi lo paga, un mondo dove ogni volta che si incrociano due percorsi c’è bisogno di ponti, passerelle, buchi, gradini, rampe? E chi l’ha pensata poi, una stupidaggine del genere?

La risposta è abbastanza facile: tutti, l’hanno pensata, e tutti continuano ancora oggi a pensarla. È il caso della campagna lanciata dal Times di Londra dopo che una sua giornalista era stata uccisa da un’auto mentre andava al lavoro in bici. Grande successo internazionale, anche da noi dove è stata rilanciata dalla Gazzetta dello Sport, e l’idea, subito adottata - a parole, s’intende – anche da sindaci e dintorni era di tappezzare le metropoli di piste dedicate, addirittura il londinese Boris Johnson da ciclista sportivo voleva delle super-highways per sfrecciare pedalando magari a trenta chilometri l’ora, fra corsie e passerelle sopraelevate. Se è consentito il termine: una cazzata clamorosa. Per due motivi. Il primo è appunto economico, e di tempi. Chi si accolla i costi di tutte queste infrastrutture? E quando saranno mai pronte? Ci vogliono anni, anni, e anni, anche se miracolosamente le risorse si trovassero subito, e per tutti i progetti della rete (non a spezzoni simbolici come al massimo succede oggi). Ma la critica più radicale, quella da cui partiva Monderman, è la stessa per cui ad esempio non ci piaceva il Sudafrica pre-Mandela: l’apartheid, la rigida segregazione.

Un mondo di idioti in macchina che conoscono solo autosilos e stazioni di servizio. Lì di fianco ma non comunicante, un mondo di idioti pedoni che condividono visivamente ma passivamente il mondo delle auto solo quando salgono sull’autobus (ma anche qui con le corsie preferenziali l’acuto ingegnere comunale ci ha di nuovo relegati). Parallelo e orgogliosamente ignaro di tutto, un altro mondo di idioti in sella, che discutono fra loro di cambi multipli e cani di piccola taglia nel cestino anteriore, muovendosi sulle loro strisce rossastre dedicate. Tutti infine potranno ritrovarsi e socializzare nel meraviglioso mondo condiviso a pagamento dello shopping mall, uniti e uguali davanti all’offerta tre per due, che si tratti del mall privato, o di quello semipubblico dell’area pedonalizzata in centro. In entrambi i casi con altre complesse infrastrutture dedicate: il parcheggio sotterraneo a pagamento (lo paghiamo sempre anche se non sembra), le rastrelliere libere o per abbonati del bike-sharing, gli interscambi dei mezzi pubblici. Per forza ci vuole tutto questo, no? E per forza non solo si paga, non solo tocca aspettare parecchio tempo, ma quasi sempre (succede a ogni terminale del mondo) attorno si creano piccole o meno piccole zone di degrado.

Tutto ciò, non per dire che ogni cosa fa schifo, che alla Gino Bartali l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare! Ma che la soluzione semplice a un problema complesso non può funzionare. Ok, ci vogliono opere di trasformazione dello spazio, ma ci vogliono anche scelte culturali e comunicative complementari. La presentatrice col balconcino sexy nel videoclip, quando attraversava la strada stabiliva un contatto visivo con l’automobilista, passo prima io o passi prima tu? Ecco, chiunque capisce al volo come una cosa del genere sia impossibile su una delle nostre strade normali, da due corsie in su. L’automobilista semplicemente non vede ciclisti e pedoni, perché occupano nel suo campo visivo e logico uno spazio marginale, al massimo residuale. Insomma non esistono. Allo stesso modo pedoni e ciclisti per abitudine sottovalutano questo aspetto, e al massimo si impuntano sui propri diritti (il semaforo, le strisce ecc.) di utenti deboli. Così non se ne esce, oppure se ne esce per finta con quelle soluzioni macchinose, insostenibilmente costose, socialmente micidiali escogitate sinora da qualche ingegnere.

Un approccio ovviamente non risolutivo, ma nuovo e se non altro senza particolari controindicazioni, è una proposta (significativamente) ancora britannica, solo apparentemente stravagante, quella formulata sul blog del Guardian da Tom Richards: introduciamo la guida della bicicletta come materia obbligatoria per chi prende la patente. Parrebbe una sparata dettata dalla comprensibile disperazione per l’ennesimo incidente mortale, e invece pensiamoci un istante. L’esame per la patente è obbligatorio, tutti per guidare un’auto sarebbero costretti non solo a imparare cosa vuol dire andare in bici, ma soprattutto a una full immersion in una sensibilità spaziale diversa, un’esperienza che quasi di sicuro cambierebbe il loro punto di vista in modo permanente. La signora che mi ha travolto tagliandomi la strada alla rotatoria, semplicemente non percepiva la mia esistenza: io ciclista non occupo molto spazio, non suono clacson, non lampeggio. Esattamente come il nero sull’autobus o in portineria nel mondo dell’apartheid. Ben vengano allora le opere di misericordia ingegneristica, ma se servono a risolvere i problemi di emarginazione degli utenti spaziali, non a spendere enormi risorse per fare segregazione. Il traffico è un mezzo per andare da qui a là. Se diventa un fine, è la fine.









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->
Bottini, Fabrizio
( 29.03.2013 09:10 )
Il degrado ambientale sta iniziando a produrre, forse ha già prodotto, anche un degrado dell'ambientalismo, ridotto a vago istinto animale che si compiace della propria idiozia rotolandosi da qualche parte, beatamente ignaro di quanto gli accade attorno -->
Jenkins, Simon
( 27.03.2013 08:27 )
In materia di territorio un colpo al cerchio e uno alla botte, improvvisando nel conciliare le spinte distorte del mercato e un consenso a breve termine, combina guai. Purtroppo eterni e irreversibili. The Guardian, 27 marzo 2013 -->
Miller, Sarah
( 24.03.2013 21:14 )
Ci volevano sofisticate apparecchiature di misura per scoprire l'impalpabile ma storica superiorità del biscotto bagnato rispetto a quello asciutto: finalmente un esperimento utile all'umanità tutta! Grist, 22 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 24.03.2013 19:49 )
Quando si parla di agricoltura di prossimità, infrastrutture verdi, orti di quartiere, più in generale di natura in città, l'importante è intendersi sui termini e gli obiettivi ragionevoli: se vogliamo qualche genere di rapporto economico con la produzione alimentare, scordiamoci il bifolco curvo sul solco -->
Bottini, Fabrizio
( 18.03.2013 09:49 )
Un incredibile studio, naturalmente con tutti i crismi metodologici (e figuriamoci) e di sistematicità di questo genere di ricerche, porta acqua al più stravagante e fazioso dei mulini: chi mette in discussione il pensiero dominante in termini di trasformazioni territoriali non è sano di mente -->
Bottini, Fabrizio
( 17.03.2013 20:06 )
Ovunque nel mondo, con ovvie variabili locali legate alla situazione di mercato e all'evoluzione socioeconomica, si sta affermando una sorta di fase due dell'urbanizzazione, che punta al riuso o generale ripensamento delle superfici metropolitane esistenti, anziché ad alimentare lo sprawl -->
Bottini, Fabrizio
( 15.03.2013 08:34 )
C'è una discrasia inquietante, fra ciò che si tocca con mano, fra i segnali quotidiani, e la discussione altrettanto concreta e quotidiana. Da un lato tutti a parlare di flussi virtuali e città galleggiante sugli elettroni, dall'altro un mercato del lavoro e della casa preistorico -->
Dobson, Roger
( 11.03.2013 04:55 )
Sempre più ricerche sistematiche e verifiche incrociate dimostrano come la favola del topo di campagna e di quello di città sia del tutto realistica: tutti gli animali modificano radicalmente i propri stili di vita e comportamento sociale in ambiente urbano. The Independent, 10 marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 10.03.2013 08:51 )
Aumentano e si sviluppano su diverse angolazioni le politiche urbane internazionali favorevoli all'uso della bicicletta come mezzo di trasporto corrente quotidiano, ma resta aperto un problema di fondo: è sufficiente puntare solo su questo aspetto dello stile di vita? Non c'è qualcos'altro? -->
Bottini, Fabrizio
( 07.03.2013 09:51 )
Nel mondo ci si interroga sull'urbanizzazione crescente, per il consumo di suolo, ma poi la stampa (disinformata?) decanta "innovazioni" piccole ma micidiali, come gli alberghi Ikea -->
Stelfox, Dave
( 04.03.2013 10:29 )
I simboli sono importanti, ma non dimentichiamoci dell'azione diretta, specie se nasce dalla medesima spinta e coi medesimi contenuti. Un popolo di sfrattati dalle proprie case occupa i metri cubi della speculazione immobiliare e finanziaria, producendo una nuova simbologia: The Guardian, 4 marzo 2013 -->

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