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Reti naturali urbane
Data di pubblicazione: 08.08.2012

Autore:

Nella concezione contemporanea del territorio urbanizzato, e che urbanizzato lo diventerà sempre più, la tutela del verde nelle sue varie declinazioni si mescola alla qualità dell’insediamento, dell’abitare, del produrre e del muoversi. Sono le cosiddette infrastrutture verdi, parallele agli altri servizi a rete

Molti, compreso chi scrive, temono che le attuali battaglie ambientaliste e conservazioniste finiscano da un lato per irrigidirsi a una opposizione pregiudiziale a qualunque innovazione, dall’altro (soprattutto) per costruire un immaginario neocontadino o peggio, dove anche le conquiste culturali e sociali dell’ultimo secolo si buttano via insieme alla schiuma dell’industrialismo insostenibile che in qualche modo ha contribuito a sostenerle. Questo non si deve ovviamente a una particolare perversione dei movimenti ecologisti o localisti, ma alla piega assunta quasi obbligatoriamente da molte battaglie contro le infrastrutture, soprattutto energetiche e di trasporto, dove da un lato si difende rigidamente un particolare progetto, dall’altro presi dalla disperazione si finiscono per ascoltare anche certe sirene reazionarie, vandeane, neo flagellatrici di costumi. O semplicemente i nostalgici del bel tempo che fu, i quali quel bel tempo non l’hanno mai visto e non sanno assolutamente di cosa parlano, ma comunque parlano, e vengono ascoltati.

Esiste una specie di terza via, tra il suicidio ingegneristico nuclear-autostradale e i teorici paciocconi del lume di candela e del solco bagnato di servo sudòr? Quasi di sicuro no, non esiste. Esiste invece, come ben sanno anche molti esponenti del movimento ambientalista, un accidentato percorso verso quello che di solito si chiama un nuovo paradigma, il che però suona troppo sacrale alle mie atee orecchie. Resta l’idea del percorso, che va benissimo anche da sola. Senza pretendere di aver capito tutto: con le cosiddette infrastrutture verdi ad esempio, che secondo alcuni sono la risposta naturale e sostenibile all’urbanizzazione globale e alle necessità di contenere consumi di suolo mantenendo una buona qualità della vita, e secondo altri una svendita e privatizzazione del patrimonio naturale, mascherata da valutazione economica. Questa è ad esempio la posizione dell’ambientalista George Monbiot, che osserva come certe definizioni e neologismi sembrino appunto la premessa alla trasformazione della natura in materia prima per speculazioni o peggio. Parlare ad esempio di servizi degli ecosistemi anziché di normali processi naturali secondo Monbiot vorrebbe dire mettere al centro l’uomo economico e le sue necessità, anziché la natura.

Pur accettando come plausibili questi rilievi, nel caso specifico delle infrastrutture verdi c’è però da fare una distinzione importante: gli spazi propriamente naturali e quelli dove la natura è solo una delle componenti. In un contesto di crescente urbanizzazione appare ovviamene improbabile che all’interno delle aree metropolitane, salvo rarissime eccezioni, si possano ricreare habitat effettivamente autosufficienti e privi di un rapporto organico con le attività umane. Un orto non è un pascolo d’alta quota, una colonia di gatti randagi urbani o uno stormo di passeri non sono un gregge di stambecchi, questo è ovvio. E dunque la dizione infrastrutture, posto che appunto riguardi solo orti, parchi urbani, giardini, agricoltura di quartiere, aiuta sia a chiarire collettivamente un ruolo e una prospettiva, sia ad un rapporto meno defilato con altre infrastrutture più socialmente (ed economicamente) accettate.

Quali funzioni svolgono le infrastrutture verdi? Si tratta anche di funzioni complementari o alternative quelle delle tradizionali reti artificiali. Basta pensare al drenaggio delle precipitazioni piovose, dove con un tipo di urbanizzazione tradizionale si moltiplica esponenzialmente la necessità di scarichi, condotti, collettori, mentre integrando spazi verdi permeabili (o i nuovi tetti verdi) si contiene il deflusso favorendo un ciclo più naturale delle acque e risparmiando in investimenti ingegneristici. Il caso esemplifica bene il modello a rete continua, interconnessa, presente in tutti i quartieri e contestualizzato nel bacino più ampio regionale (ovvero tendenzialmente verso quel tipo di verde che non è classificabile come infrastruttura secondo Monbiot). La britannica Town and Country Planning Association durante il governo laburista di Gordon Brown aveva elaborato una linea guida specifica per le infrastrutture verdi nelle eco-città, ovvero uno strumento essenzialmente progettuale per nuovi insediamenti. Oggi come capofila di una nutritissima serie di enti e gruppi la stessa associazione pubblica il rapporto Planning for a Healthy Environment.

L’elemento di novità rispetto al precedente è duplice: da un lato si allarga decisamente il campo, entrando anche in quell’area grigia e ambigua di definizioni e fini economici indicata da Monbiot, dall’altro si esce dai limiti esclusivamente settoriali e progettuali, per proporre una prospettiva di medio-lungo periodo e un coordinamento stretto con pianificazione territoriale, tutela ambientale, investimenti di grande scala. Detto in altri termini, questo rapporto si rivolge all’amministrazione corrente anziché alla punta avanzata delle eco-città dimostrative, e ciò presuppone il coinvolgimento di parecchi soggetti e fattori nuovi. Un rapporto diretto dei grandi polmoni naturali territoriali col verde agricolo e urbano, implica la capacità di ragionare in termini strategici, per esempio traducendo in termini operativi la constatazione che i sistemi ambientali non hanno alcun rapporto con quelli amministrativi. La medesima cosa avviene per le funzioni e il modus operandi di natura e habitat vari, che dovranno influenzare direttamente anche le strategie esterne (le cosiddette reti grigie, strade ferrovie, condotti idrici e fognari ecc.) integrandole e integrandosi. Una integrazione anche economica, nel senso che va superata decisamente e definitivamente l’idea secondo cui verde e natura sono una specie di lusso, e non un investimento indispensabile alla nostra qualità della vita, dello sviluppo, delle prospettive future.

Solo così si potrà realizzare il sistema funzionale vitale e fisicamente continuo fra il livello dei grandi ambiti naturali (montani, marini ecc.) e la dimensione locale, dai parchi urbani agli orti e giardini privati. E solo con questo respiro strategico sarà possibile davvero integrare qualità ambientale e qualità dei servizi alle persone, in termini di spazi per l’incontro, la produzione di alimenti, la mobilità (il classico esempio sono le piste ciclabili a connettere piccoli parchi in rete e nodi del trasporto pubblico). Un esempio solo locale e parziale di strategie del genere che viene in mente, è il piano alimentare per la regione metropolitana di Chicago, allegato allo schema territoriale e con diramazioni nella rete degli insediamenti produttivi e commerciali. Ma che manca del tutto di riferimenti integrati diretti con la sostenibilità urbana dal punto di vista energetico, o della citata gestione naturale dei deflussi e dei cicli dell’acqua, tanto per fare un paio di esempi. L’auspicio è che questi principi possano tradursi nelle necessarie modifiche dei criteri di pianificazione territoriale e urbanistica, mettendo davvero al centro l’ambiente così come sinora è stato per le trasformazioni edilizie, le grandi infrastrutture di trasporto, le localizzazioni di attività produttive. I particolari di questa indispensabile riforma culturale e normativa nel rapporto Planning for a Healthy Environment scaricabile qui di seguito. Per le critiche di George Monbiot si veda il suo pezzo - come al solito netto al limite della provocazione - sul Guardian del 6 agosto.


File allegati

Planning Biodiversity ( Planning_Biodiversity.pdf 1.64 MB )
rapporto TCPA & altri sulle infrastrutture verdi strategiche, estate 2012







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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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