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Mall International (in English)
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La città autoritaria del centro commerciale
Data di pubblicazione: 10.08.2012

Autore:

Appare evidente anche a un osservatore non specializzato, sino a che punto la volontà di sequestrare il cittadino in un ambiente del tutto orientato a un rintronato consumo, finisca poi per arrivare a estremi incredibili in termini di negazione del vivere civile. The Guardian, 8 agosto 2012, con postilla

Titolo originale: Bluewater thrives by not alarming shoppers with anything new or strange – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Bluewater, l’enorme centro commercial nel Kent settentrionale, ha progettato di ampliarsi ancora. Offrirà 1.500 “posti di lavoro privati” in un’area di crisi industriale, una specie di preghiera esaudita alle disperate richieste del governo di coalizione, ma pare davvero imprevista questa trionfale avanzata di un centro commerciale nel corso di una recessione da due cifre. Uno dei proprietari, la Lend Lease, ha da poco accantonato altri progetti ambiziosi, come la caotica riqualificazione a Elephant and Castle, o quel centro commerciale Tithebarn “senza muri” a Preston. Ma in qualche modo il Bluewater ce la fa, cresce. Com’è possibile che un mall extraurbano riesca a farlo in un momento in cui si dovrebbe contrarre la spesa per i consumi? Perché la gente ci va a curiosare per negozi di grandi catene, quando invece tutto farebbe pensare a fare acquisti su Amazon, o andare a un farmers' markets o altri piccoli esercizi di nicchia? Insomma quale è esattamente il segreto di Bluewater?

La prima cosa da sapere, su Bluewater, e che non si tratta semplicemente di uno shopping mall, ma di qualcosa di molto più ambizioso. Lo conosco molto bene perché lì accanto frequento regolarmente l’ospedale Darent Valley. In linea d’aria, i due complessi stanno a circa quattrocento metri, anche se non si può andare dall’uno all’altro a piedi: anche gli autobus devono girare un bel po’ sull’enorme complicato svincolo super stradale che alimenta il mall. Ma arrivati lì l’ingresso è straordinatamente evidente. Portali neoclassici e insegne marcano la netta distinzione dal resto del grigiore del Kent settentrionale. Anche i passaggi sopraelevati sono di cemento decorato, a chiarire che si è in un altro posto. È c’è una ragione, c’è una ragione per tutto a Bluewater.

Secondo il suo architeto, Eric Kuhne, responsabile della multinazionale del progetto CivicArts, il Bluewater “è più una città che una meta commerciale”. È stato concepito, come spiegava in una intervista del 2008, per “dare un senso all’eroica routine quotidiana, per costruire un mondo migliore per noi e i nostri figli”. La cosa in pratica significa che il Bluewater non è un semplicemente grande contenitore commerciale, nel filone che qui da noi va ad esempio dall’Arndale Centres ai vari Westfield. La tipologia è la stessa, ovvero una serie di negozi e ristoranti chiusi in un grande scatolone rigidamente sorvegliato e pattugliato, ma ci sono innovazioni che lo portano molto più in là. Non solo la sicurezza e le guardie, ma un completo codice di comportamento per entrare, per non parlare di quello sugli abiti. Niente cappucci, o cappellini da baseball, vietato anche espressamente bestemmiare. Se Bluewater è una città, di sicuro non è una città democratica. L’architetto Kuhne è chiarissimo a questo proposito: nella medesima intervista sottolinea quanto “la democrazia non abbia una buona tradizione per quanto riguarda la costruzione di grandiose città. Le migliori in tutto il mondo che abbiamo girato si devono a despoti benevoli”.

Come qualunque città che si rispetti, anche Bluewater ha una sua periferia. È Ebbsfleet, nuova “città” residenziale che vanta ascendenze parigine, ma in realtà è solo un quartiere suburbano. Con le stradine a cul-de-sac, e quei fabbricati rifiniti in legno, fra corsie autostradali e parchi commerciali, a scoraggiare qualunque vita collettiva, salvo appunto quella del mall. La regione del Thames Gateway, ufficiosa espansione londinese verso est, è senza centro, senza veri spazi pubblici: per quello basta Bluewater, o magari il suo cugino un po’ più goffo a nord del fiume, Lakeside. Come in qualunque città c’è anche lo slum. Sono le cittadine vicine Chatham o Northfleet, degradati quanto Barrow-in-Furness o Merthyr Tydfil. I cui nuclei centrali sono stati praticamente decimati da Bluewater. Ma per scoprire davvero il segreto bisogna entrarci dentro, a Bluewater. Con quell’architettura didattica al punto da evocare certi progetti amati da Stalin, come la metropolitana di Mosca, o la Mostra dei Successi Economici. Ovunque sculture e slogan che spingono all’allegria, esortano a comprare, o cantano la bellezza della natura, la continuità storica. Molte rappresentano le attività praticate una volta in questa zona del Kent settentrionale, realizzate adeguatamente con materiale dalle cave gessose. Fabbricanti di coltelli, concia, archi e frecce, candele, vetrai, tutti immortalati in piccole statue dentro a nicchie nei piani superiori del centro commerciale. Viste da lontano, le estrusioni in vetro dello scatolone assomigliano alle oasthouse caratteristiche del Kent, edifici o padiglioni cilindrici col tetto conico. Bluewater strappa il cuore dei vecchi centri, sostituisce – parzialmente e in modo inadeguato – vecchi posti di lavoro con nuovi, ma li immortala. Per usare le parole di Kodwo Eshun, “assorbe lo choc del futuro”, ambiente distruttivo che fa proprio di tutto per rassicurare, per far sentire sicuro e a proprio agio il cliente, per eliminare tutto ciò che possa allarmarlo, che appaia evidentemente nuovo o strano. Vanta uno spazio e una sicurezza che in pratica garantiscono “nessun rischio di tumulti, qui.

Hanno ragione, gli architetti di Bluewater: il suo successo non ha a che vedere semplicemente con lo shopping, ma con la produzione di uno spazio del tutto particolare. La città perfettamente riuscita che si rappresenta qui, è pulita, privata, omogenea, autoritaria, chiusa ermeticamente a tutto ciò di inatteso che potrebbe accadere. E più peggiora, più prospera.

Postilla

Come accennato in occhiello, l’esperienza diretta dell’autore dell’articolo scopre una serie di distorsioni urbane sociali e anche politiche del modello shopping mall , che sono però da parecchi anni piuttosto note a chi si occupa correntemente di studi sul modello del centro commerciale “introverso” in ambiente suburbano, e non solo. Chiarissimo ad esempio il riferimento al quartiere residenziale periferico concepito esattamente come complemento dell’ambiente falso pubblico interno al Bluewater: prima si sottrae alla città una delle sue ragioni d’essere fondamentali (se non quella fondamentale in assoluto), e poi la si riproduce altrove non solo a pagamento, ma fissando arbitrariamente regole antidemocratiche. Da sottolineare come già negli anni ’70 lo stesso inventore dello scatolone suburbano introverso, Victor Gruen, dopo parecchi lustri di tentativi per ammaestrare il mostro che aveva creato, gettava la spugna piuttosto sconfortato. E la stessa cosa accade anche per altri ambienti che si sottraggono alla città, prima decentrandosi nel suburbio e gonfiandosi a dismisura nella loro logica particolare, e poi (come in questo periodo di crisi economica e anche ambientale) iniziando a colonizzare zone urbane interne, ad esempio superfici dismesse. Comunque, su questo sito come ben sanno i frequentatori abituali la cartella Spazi del Consumo, propone da parecchi anni testi soprattutto internazionali su questi argomenti (f.b.)









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Il sito di Edoardo Salzano
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Bottini, Fabrizio
( 08.10.2013 09:04 )
Per motivi tecnici mi sono provvisoriamente trasferito sul sito Millennio Urbano che (tra l'altro) contribuisco a rilanciare dopo un periodo di transizione -->
Bottini, Fabrizio
( 08.09.2013 10:07 )
Da un paio di secoli l'umanità cerca di misurarsi in con la gigantesca ameba metropolitana scatenata dai cicli di industrializzazione: urbanisti, sociologi, scrittori, ora un regista. Ma la cultura italiana mica ci arriva
-->
Barzi, Michela
( 26.08.2013 09:34 )
Le diffidenze leghiste per le diversità si manifestano naturalmente con maggiore evidenza là dove il partito governa e imperversa. Ma si tratta di una cultura pervasiva, per nulla limitata a quei territori e probabilmente neppure limitata a quell'area politica, pronta a ripresentarsi in diversi contesti -->
( 22.08.2013 19:29 )
Gli spazi simbolo del ceto medio e dei suoi consumi opulenti, diventano sacche di disagio, come dimostra il compendio di ricerche della Brookings Institution sintetizzate in un volume. Il problema è di superare la logica di questo tipo di espansione urbana, e tornare a un modello integrato di città. Dalla rivista universitaria Knowledge Wharton, agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 20.08.2013 18:49 )
La globalizzazione significa soprattutto (che piaccia o meno) essere ineluttabilmente inseriti in un flusso di decisioni interrelate: la tutela delle coste nella nostra bagnarola mediterranea, per esempio -->
Eisenberg, Richard
( 10.08.2013 10:28 )
Recensionee intervista su uno dei tanti libri americani dedicati a una questione che dovrebbe però interessare molto di più anche il resto del mondo: l'immaginario collettivo sull'abitare e i suoi risvolti sociali e ovviamente ambientali. Di fatto ci sono intere generazioni cresciute nel mito antiurbano, che deve essere in qualche modo superato, insieme al tipo di consumi che si porta dietro. Forbes, 9 agosto 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 21.07.2013 09:45 )
C'è sempre qualcosa di affascinante, e al tempo stesso inquietante, nel modo in cui ci adattiamo, o proviamo a adattarci, ai mutamenti ambientali del mondo che ci circonda. Specie quando si tratta di trasformazioni consapevolmente indotte da altri, per motivi affatto umanitari -->
Bottini, Fabrizio
( 16.07.2013 08:35 )
Oltre a dire qualcosa di sinistra, come auspicano e chiedono in tanti da troppo tempo, c'è anche un'altra possibilità: quella di fare concretamente, qualcosa di sinistra, ovvero mettere in pratica e verificare gli alti principi. C'è qualche vago segnale in questo senso, basta guardarlo -->
Bottini, Fabrizio
( 11.07.2013 08:13 )
Che fare quando le migliori (e celebrate) idee si dimostrano carenti? Negare l'evidenza, oppure provare a rifletterci sopra davvero, cercando di capire se e dove esiste qualcosa di sbagliato nel modello, o nella nostra interpretazione? -->
Hetherington, Peter
( 03.07.2013 13:12 )
Un urbanista americano, curiosamente noto soprattutto per essere stato preso a pugni da una contestatrice durante un'assemblea pubblica, ha anche parecchio altro da dire sulla professione, e il ruolo nella città e la società. The Guardian, 2 luglio 2013 (f.b.) -->
Bottini, Fabrizio
( 29.06.2013 10:53 )
C'è qualcosa che non torna nell'entusiasmo da un lato per tutte le possibili tecnologie smaterializzanti dell'universo, dall'altro nel permanere di una cultura degli spazi a dir poco novecentesca, industriale, segregata. Quanto c'è di malafede, e quanto di ignoranza? -->
Bottini, Fabrizio
( 28.04.2013 09:12 )
Il successo dei progetti di trasformazione urbana, come suggerisce il buon senso, dipende dal loro essere urbani, inseriti in un contesto ampio con cui entrano in sinergia. Ma il peggior cieco è chi non vuol vedere ciò che gli sta attorno -->
Walker, Alissa
( 02.04.2013 19:44 )
Vivere e camminare a Los Angeles, senza un'automobile, è compatibile con un'esistenza umana. Figuriamoci qui da noi. Los Angeles Magazine, 29 marzo 2013 -->
Vitullo-Martin, Julia
( 30.03.2013 19:30 )
I problemi insediativi, ambientali, socioeconomici, di qualità della vita, e infine politici, posti dal nuovo ruolo del cibo nella metropoli del terzo millennio. Non è il caso, come intuito in fondo dall'Expo milanese, di porre al centro la questione? Spotlight on the Region, marzo 2013 -->
Bottini, Fabrizio
( 30.03.2013 08:50 )
È passato più di un secolo da quando i futuristi volevano spazzar via tutta l'anticaglia che faceva da zavorra al progresso umano, e nel frattempo si è capito che non tutto è anticaglia e non tutto è zavorra. Però adesso un po' si esagera, in tutto il mondo, con le ideologie antimoderniste su misura -->

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